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Battesimo del Signore

Anno C

Letture: Isaia 40, 1-5.9-11; Salmo 103; Tito 2, 11-14; 3, 4-7; Luca 3, 15-16. 21-22

Il popolo era in attesa e tutti si domandavano, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo. Siamo così, creature di desiderio e di attesa, con dentro, sulla via del cuore, questo “tendere-a”, appassionato e attento, dato che il presente non basta a nessuno. L’attesa è così forte che fa nascere sentieri, e la gente è spinta fuori, sulla strada. Lascia il tempio e Gerusalemme dalle belle pietre, per cercare un luogo di sabbia e acqua, a decine di chilometri, dove si alzava una voce libera come il vento del deserto. Sei tu il Messia? E Giovanni scende dall’altare delle attese della gente per dire: no, non sono io. Viene dopo di me colui che è più forte di me». In che cosa consiste la sua forza? Lui è il più forte perché ha il fuoco, perché parla al cuore del popolo, come aveva profetizzato Osea: la condurrò al deserto e là parlerò al suo cuore. Due soli versetti raccontano il Battesimo di Gesù, quasi un inciso, in cui però il grande protagonista è lo Spirito Santo.

Sul Giordano la colomba del cielo cerca il suo nido, e il suo nido è Gesù. Lo Spirito ancora adesso cerca il suo nido, e ognuno di noi è nido della colomba di Dio. Gesù stava in preghiera, e il cielo si aprì. Bellissima questa dinamica causa-effetto. Gesù sta in preghiera, e la meravigliosa risposta di Dio è di aprire il cielo. E non è vuoto e non è muto. Per ogni nostra preghiera la dinamica è sempre la stessa: una feritoia, una fenditura che si apre nel cielo chiuso e ne scende un volo di parole: Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento. Ogni preghiera non fa che ripetere incessantemente questo: «Parlami / aspetto a carne aperta / che mi parli./ Noi non siamo qui per vivere / ma perché qualcuno / deve parlarci» (Franco Arminio).

E la prima parola è “Figlio”. La “parola” scende e si fa, nel deserto, e qui, un “figlio”. Dio è forza di generazione, che come ogni essere genera secondo la propria specie. Siamo specie della sua specie, abbiamo Dio nel sangue e nel respiro. Posta in principio a tutte, “figlio” è parola che sta all’inizio perché sta anche alla fine di tutto. “Tu sei amato” è la seconda parola. Di immeritato amore, asimmetrico, unilaterale, incondizionato. Qui è posto il fondamento di tutta la legge. “Tu sei amato” è il fondamento; “tu amerai” è il compimento. Chi esce da questo, amerà il contrario della vita. Mio compiacimento è la terza parola, l’ultima. Un termine che non ci è abituale, eppure parola lucente, pulsante: c’è in Dio una vibrazione di gioia, un fremito di piacere; non è un essere freddo e impersonale, senza emozioni, ma un Padre apritore di cieli, felice di essere padre, in festa davanti a ognuno dei suoi figli.

Ermes Ronchi
Avvenire

 

Le promesse generano attese. Un bambino crede alle promesse della mamma anche se si trattasse di aspettare tutta la vita. La sposa è trepidante davanti alla promessa dello sposo e non si chiede quando, le basta quella parola. Ma a volte le promesse sono anche deluse, tradite. È difficile rimanere fedeli e fiduciosi quando il tempo passa e la parola data non trova compimento. Anche il popolo d’Israele ha vissuto la fatica dell’attesa e la paura dell’abbandono. Ha aspettato così tanto che a un certo punto non ci crede più. Nel tempo dell’attesa abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a sperare.

Il capitolo 40 di quello che conosciamo come Libro di Isaia è l’inizio di un libretto (che arriva fino al cap.55) che raccoglie le parole di un profeta (a cui viene dato il nome di deutero-Isaia, cioè secondo Isaia) che ha il compito di aiutare il popolo a non smettere di sperare. Si tratta probabilmente di un profeta vissuto al tempo dell’esilio in Babilonia e che ha condiviso la sorte degli esuli. Quando l’esilio è finito, il popolo si ritrova smarrito. Non sa da dove ricominciare. È bloccato, non trova la forza per rimettersi in cammino. Dopo tanto tempo è difficile credere che un nuovo inizio sia davvero possibile: cosa avrebbero trovato tornando nella loro terra dopo tanti anni? Dove avrebbero trovato la forza di ricominciare da capo? C’è bisogno di una parola che rimetta in movimento. E la prima parola di questo libretto è consolate! Credi a quello che stai vivendo perché Dio non ti ha mai abbandonato! Questa parola è come il grido che un comandante rivolge al suo esercito e che i soldati si ripetono l’un l’altro fino a metterli in cammino.

Come avviene anche nella nostra vita, questa parola di consolazione a volte non è sufficiente: ci sono i dubbi, la fatica e lo scoraggiamento che a volte ci invadono e ci deprimono. Anche i reduci dall’esilio non sono convinti, perché non vedono la presenza di Dio, fanno fatica a sperare. La risposta del profeta è l’invito a costruire una strada! Da una parte è un modo per togliere tutti quegli ostacoli che ci impediscono di vedere il Signore che viene verso di noi: dove non c’è una strada, si fa fatica a riconoscere le tracce perché vengono cancellate dal vento del deserto, dove ci sono le montagne, si fa fatica a vedere quello che c’è dall’altra parte. Ma costruire la strada vuol dire anche credere che qualcuno ci sta venendo incontro: sperare nel Signore è già essere certi di aver ottenuto quello che aspettiamo!

Si tratta, certo, di un popolo che, tornando nella propria terra, si trova davanti solo macerie, proprio come avviene nella nostra vita quando ci tocca ricominciare dopo che la tempesta ha stravolto e portato via tutto. E davanti alle macerie ci si può avvilire o si può reagire, mettendosi a ricostruire. Il popolo fa fatica a credere che sia davvero possibile ritornare nel proprio paese e poter ricominciare, non ci crede perché questo dono è talmente gratuito che sembra impossibile. Il castigo era stato meritato, ma questa possibilità di un nuovo inizio è una grazia: «Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». (Is 40,2)

Il Vangelo di Luca riparte proprio da questa attesa del popolo, come a dire che questo atteggiamento ha trovato fino a quel momento solo risposte parziali. Ora finalmente la promessa si compie fino in fondo. Gesù è Colui nel quale il Padre compie per sempre la sua parola. Il tempo dell’attesa è sempre ambiguo e pericoloso, perché possiamo essere tentati di trovare delle scorciatoie quando siamo stanchi di aspettare: poteva essere più facile credere in Giovanni Battista piuttosto che aspettare un altro, era più facile anche perché Gesù parlava di una misericordia gratuita, Giovanni invece proponeva gesti concreti per meritare il perdono.

La promessa si compie quando Gesù scende fino in fondo nel nostro peccato e lo prende su di sé: Gesù scende nelle acque dove i peccatori hanno consegnato le proprie colpe. Dio si sporca e si compromette con l’umanità. È un Dio vicino che si confonde con noi. Un Dio che com-prende la nostra umanità. Il Padre ci assicura che Gesù è Colui nel quale si compie la promessa: è il Figlio amato, nel quale ogni figlio è amato. Gesù è la risposta al nostro profondo desiderio di essere amati. E nulla può rispondere a quel desiderio se non Dio stesso. Tutta la Scrittura attesta che Gesù è Colui che compie le promesse. Lo Spirito scende infatti come una colomba, immagine che attraversa tutta la Scrittura: dalla colomba inviata da Noè alla fine del diluvio, alla colomba che sta nelle fenditure delle rocce, cantata nel Cantico dei Cantici, fino a Giona, il cui nome vuol dire colomba! È comprensibile se siamo ancora dubbiosi e perplessi: ogni dono gratuito può suscitare all’inizio diffidenza. E allora forse anche per noi la risposta è metterci a costruire la strada: Dio certamente è già in cammino verso di noi!

P. Gaetano Piccolo
Rigantur mentes

 

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