Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

I domenica di Quaresima

Anno C

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». […]

Dal deserto al giardino: dal deserto di pietre e tentazioni al giardino del sepolcro vuoto, fresco e risplendente nell’alba, mentre fuori è primavera: è questo il percorso della Quaresima. Non penitenziale, quindi, ma vitale. Dalle ceneri sul capo, alla luce che «fa risplendere la vita» (2Tm 1,10). Deserto e giardino sono immagini bibliche che accompagnano la storia e i sogni di Israele, che contengono un progetto di salvezza integrale che avvolgerà e trasfigurerà ogni cosa esistente, umanità e creature tutte, che insieme compongono l’arazzo della creazione. Con la Quaresima non ci avviamo lungo un percorso di penitenza, ma di immensa comunione; non di sacrifici ma di germogli.

L’uomo non è polvere o cenere, ma figlio di Dio e simile a un angelo (Eb 2,7) e la cenere posta sul capo non è segno di tristezza ma di nuovo inizio: la ripartenza della creazione e della fecondità, sempre e comunque, anche partendo dal quasi niente che rimane fra le mani. Le tentazioni di Gesù nel deserto costituiscono la prova cui è sottoposto il suo progetto di mondo e di uomo, il suo modello di Messia, inedito e stravolgente, e il suo stesso Dio. La tentazione è sempre una scelta tra due amori. Di’ a questa pietra che diventi pane. Trasforma le cose in beni di consumo, riduci a merce anche i sassi, tutto metti a servizio del profitto.

Le parole del Nemico disegnano in filigrana un essere umano che può a suo piacimento usare e abusare di tutto ciò che esiste. E così facendo, distrugge anziché «coltivare e custodire» (Gen 2,15). Ognuno tentato di ridurre i sogni a denaro, di trasformare tutto, anche la terra e la bellezza, in cose da consumare. Ti darò tutto il potere, tutto sarà tuo. Il paradigma del potere che ha sedotto e distrutto regni e persone, falsi messia e nuovi profeti, è messo davanti a Gesù come il massimo dei sogni. Ma Gesù non vuole potere su nessuno, lui è mendicante d’amore. E chi diventa come lui non si inginocchierà davanti a nessuno, eppure sarà servitore di tutti. Buttati giù, e Dio manderà i suoi angeli a portarti.

Mostra a tutti un Dio immaginario che smonta e rimonta la natura e le sue leggi, a piacimento, come fosse il suo giocattolo; che è una assicurazione contro gli infortuni della vita, che salva da ogni problema, che ti protegge dalla fatica di avanzare passo passo, e talvolta nel buio. Gesù risponde che non gli angeli, ma «la Parola opera in voi che credete» (1Ts 2,13). Che Dio interviene con il miracolo umile e tenace della sua Parola: lampada ai miei passi; pane alla mia fame; mutazione delle radici del cuore perché germoglino relazioni nuove con me stesso e con il creato, con gli altri e con Dio.

Letture: Deuteronomio 26,4-10; Salmo 90; Romani 10,8-13; Luca 4,1-13

Ermes Ronchi
Avvenire

 

La prima cosa che qui bisogna considerare è che il racconto delle tentazioni non ha valore storico. È quello che nel giudaismo si chiama una haggadá (F. Bovon), una narrazione che contiene un insegnamento che serve come norma nella vita. In questo caso non si tratta semplicemente del fatto che il diavolo possa tentarci per fare il male. Così come viene fuori l’attività del diavolo, in questo racconto non chiede a Gesù che faccia del male a qualcuno. Tutto il contrario: che ci sia pane, che Gesù abbia potere e gloria nel mondo e che tra ali di angeli cada come piovuto dal cielo. Ci può essere una cosa migliore di tutto questo? In cosa consiste qui la tentazione?

È curioso che i buoni commenti generali ai vangeli di Matteo e Luca, che sono quelli che contengono quest’episodio, non spiegano il senso profondo di questo racconto fondamentale nel progetto di vita proposto dai due vangeli. Se non mi sbaglio, a mano a mano che passano gli anni ed i secoli, noi cristiani possiamo avere più elementi di giudizio per comprendere e spiegare il livello straordinario di questo strano racconto. Con la prospettiva del tempo e dei secoli scopriamo la portata del Vangelo. Dove ed in cosa sta la chiave di tutto quello che qui ci viene detto?

Spesso si prende tra le mani F. Dostoevskij (Fratelli Karamazov, V,5). In quest’haggadá questo è per noi il significato, che la più grande perversione del Vangelo che si possa fare in questo mondo consiste nel presentare l’opera ed il messaggio di Gesù in tre cose: “miracoli”, “misteri” ed “autorità”. E’ ciò che ha fatto la Chiesa servendosi del Vangelo o spiegandolo a partire da queste tre parole e dal loro contenuto. Così il Vangelo è stato emarginato e praticamente annullato e lo abbiamo messo nelle mani di vescovi, preti e frati.

A volte protestiamo contro di loro, ma ci va bene il consegnare loro la nostra libertà. In questo modo ci va bene la religione e ci siamo liberati del carico che suppone il Vangelo. Voglio dire: la religione non trasforma questo mondo ed il Vangelo non ci rende più umani e più felici. Aspettiamo e desideriamo che il papa sistemi tutto, ma questo non si mette a posto cambiando il papa ma cambiando noi stessi. Sta succedendo che non vogliamo fare quest’ultima cosa, sebbene pensiamo altre cose che non servono a nulla.

p. José María Castillo
Il dialogo

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print