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II domenica di Avvento

Anno C

Letture: Baruc 5,1-9; Salmo 125; Lettera ai Filippesi 1,4-6.8-11; Luca 3,1-6

Una pagina solenne, quasi maestosa, dà avvio a questo Vangelo. Da un luogo senza nome il racconto si lancia fino al cuore dell’impero romano, sconfina dal Giordano fino al trono di Tiberio Cesare. Il Vangelo attraversa le frontiere politiche, sociali, etniche, religiose, per introdurre Gesù, l’uomo senza frontiere, l’asse attorno al quale ruotano i secoli e i millenni, mendicanti e imperatori. Traccia la mappa del potere politico e religioso, e poi, improvvisamente, introduce il dirottamento: nell’anno 15° dell’impero di Tiberio Cesare, la parola di Dio venne… su chi? Sull’imperatore? Sul sommo sacerdote? Su un piccolo re? Su nessuno di questi, ma su di un giovane, un asceta senza tetto, che viveva mangiando il nulla che il deserto gli offriva: insetti e miele faticoso.

La Parola di Dio vola via dal tempio, lontano dalle stanze del potere, e raggiunge un povero nel deserto, amico del vento senza ostacoli, del silenzio vigile, dove ogni sussurro raggiunge il cuore. La parola discese a volo d’aquila sopra Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto. La nuova capitale del mondo è un luogo senza nome, nelle steppe di Giuda. Là dove l’uomo non può neppure vivere, lì scende la parola che fa vivere. E percorreva tutta la regione del Giordano. Portava un annuncio, anzi era portato da un annuncio: raddrizzate, appianate, colmate… C’è del lavoro da fare, un lavoro enorme: spianare e colmare, per diventare semplici e diritti e senza barriere. Quel giovane profeta un po’ selvatico dipinge un paesaggio aspro, che ha i tratti duri e violenti della nostra storia, irta di barriere e burroni, dove ogni violenza apre un baratro da colmare, tronca strade, non permette il cammino degli uni verso gli altri e, insieme, verso Dio. E le strade su cui Dio sceglie di venire sono sempre le nostre strade.

L’ultima riga del Vangelo è bellissima: ogni uomo vedrà la salvezza. Ogni uomo? Sì, letteralmente: ogni donna, ogni anziano, ogni straniero. Dio vuole tutti salvi, e in qualche modo misterioso raggiungerà tutti, e non si fermerà davanti a burroni o montagne, né davanti alla tortuosità del mio passato o ai cocci della mia vita. Ogni uomo vedrà la salvezza: «ogni uomo che fa esperienza dell’amore, viene in contatto con il Mistero di Cristo in un modo che noi non conosciamo» (Gaudium et spes 22). Ogni persona, di ogni razza e religione, di ogni epoca, sotto ogni cielo, che fa esperienza dell’amore, sfiora e tocca il Mistero di Dio. È da brividi la bellezza e la potenza di questa parola. Tu sei in contatto con il mistero, se ami. Ognuno di noi, se ama, confina con Dio ed entra nel pulsare stesso, profondo, potente e generativo, della vita di Dio.

Ermes Ronchi
Avvenire

 

La colletta della seconda domenica d’avvento dice: “Dio grande e misericordioso, fa che il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio, ma la sapienza che viene dal cielo ci guidi alla comunione con il Cristo, nostro Salvatore”. Anche in questa liturgia siamo invitati a camminare e vivere, ma con occhio vigile e cuore libero per non permettere al nostro “fare” quotidiano di rallentare il passo della nostra corsa verso Colui che viene. Vivere le corse di tutti i giorni non nella frenesia che ci fa correre, spesso senza una meta di Vita, ma operare nella sapienza di cercare la comunione prima di ogni cosa per non perdere il senso anche dei piccoli gesti quotidiani. Correre verso di Lui senza perdere l’orientamento e questo avviene solo se lasciamo maturare in noi quella sapienza del vivere che viene dallo Spirito, che si alimenta di famigliarità con la Parola, di partecipazione alla liturgia, di preghiera, per permetterci di non perdere l’orientamento. La sapienza dello Spirito affina il nostro discernimento per scorgere i segni della Presenza.

Il profeta Baruc ci annuncia che è il Signore stesso ad aprire una strada di speranza per il suo popolo aprendo una via nel deserto ai deportati, ridonando una veste di gioia, appianando la via colma di ostacoli “Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”. Questa Parola di consolazione può non essere facile da ascoltare non tanto per mancanza di fiducia nell’azione di Dio quanto per la presenza di contraddizioni e sofferenze così prolungate da non poter più immaginare qualche cosa di diverso dalla condizione in cui giacciamo da fin troppo tempo. Possiamo percorrere la via della speranza, partecipare alla pienezza della gioia solo lasciandoci plasmare dalla Parola che esce dalla bocca di Dio in un lavoro di demolizione del troppo alto e di riempimento del troppo basso. Vedere la salvezza vuol dire vedere l’azione di Dio nella storia, cogliere che Lui è con noi e dentro tutto ciò che viviamo. A volte è sufficiente cambiare la prospettiva di osservazione del reale per trovare un filo di speranza possibile.

Questo è anche l’annuncio di Giovanni: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”. Attendere la venuta del Signore significa essere disposti a mettere in discussione ogni cosa. I sentieri da raddrizzare non sono solo quelli del male e del peccato, ma anche quelli delle nostre pretese e aspettative che ci impediscono di rimanere aperti, con un sguardo libero per cogliere l’opera di Dio. Proprio nel deserto siamo chiamati ancora ad un ascolto di una promessa, a lasciar uscire il desiderio di vita che grida in noi lì dove niente è più in ordine e tutto ci manca, ma dove Lui viene ad incontrarci. Preparare la via al Signore significa rimuovere gli ostacoli che ritardano o impediscono il suo accesso al nostro cuore. Dio non può entrare dove ci sono i monti dell’orgoglio, dell’arroganza o gli avvallamenti dell’indifferenza e della freddezza, del non senso. Solo in questo lavorio dentro e fuori di noi, ci raggiungerà una libertà nuova che da Dio ci viene donata e che ci permetterà di percorrere la via del Signore che ha fatto grandi cose per noi.

Monastero di Sant’Agata Feltria

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