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III domenica di Pasqua

Anno C

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade (…). Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?» (…)

In riva al lago, una delle domande più alte ed esigenti di tutta la Bibbia: «Pietro, tu mi ami?». È commovente l’umanità del Risorto: implora amore, amore umano. Può andarsene, se è rassicurato di essere amato. Non chiede: Simone, hai capito il mio annuncio? Hai chiaro il senso della croce? Dice: lascio tutto all’amore, e non a progetti di qualsiasi tipo. Ora devo andare, e vi lascio con una domanda: ho suscitato amore in voi? In realtà, le domande di Gesù sono tre, ogni volta diverse, come tre tappe attraverso le quali si avvicina passo passo a Pietro, alla sua misura, al suo fragile entusiasmo.

Prima domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gesù adopera il verbo dell’agápe, il verbo dell’amore grande, del massimo possibile, del confronto vincente su tutto e su tutti. Pietro non risponde con precisione, evita sia il confronto con gli altri sia il verbo di Gesù: adotta il termine umile dell’amicizia, philéo. Non osa affermare che ama, tanto meno più degli altri, un velo d’ombra sulle sue parole: certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene, ti sono amico!

Seconda domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Non importano più i confronti con gli altri, ognuno ha la sua misura. Ma c’è amore, amore vero per me? E Pietro risponde affidandosi ancora al nostro verbo sommesso, quello più rassicurante, più umano, più vicino, che conosciamo bene; si aggrappa all’amicizia e dice: Signore, io ti sono amico, lo sai! Terza domanda: Gesù riduce ancora le sue esigenze e si avvicina al cuore di Pietro. Il Creatore si fa a immagine della creatura e prende lui a impiegare i nostri verbi: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene, mi sei amico?». L’affetto almeno, se l’amore è troppo; l’amicizia almeno, se l’amore ti mette paura. «Pietro, un po’ di affetto posso averlo da te?».

Gesù dimostra il suo amore abbassando ogni volta le sue attese, dimenticando lo sfolgorio dell’agápe, ponendosi a livello della sua creatura: l’amore vero mette il tu prima dell’io, si mette ai piedi dell’amato. Pietro sente il pianto salirgli in gola: vede Dio mendicante d’amore, Dio delle briciole, cui basta così poco, con la sincerità del cuore. Quando interroga Pietro, Gesù interroga me. E l’argomento è l’amore. Non è la perfezione che lui cerca in me, ma l’autenticità. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore (Giovanni della Croce). E quando questa si aprirà sul giorno senza tramonto, il Signore ancora una volta ci chiederà soltanto: mi vuoi bene? E se anche l’avrò tradito per mille volte, lui per mille volte mi chiederà: mi vuoi bene? E non dovrò fare altro che rispondere, per mille volte: sì, ti voglio bene. E piangeremo insieme di gioia.

Letture: Atti 5,27-32.40-41; Salmo 29; Apocalisse 5,11-14; Giovanni 21, 1-19

Ermes Ronchi
Avvenire

 

Nel capitolo 21, che costituisce l’epilogo del vangelo di Giovanni, il racconto continua con la terza apparizione di Gesù ad alcuni discepoli. Il brano può essere diviso in due nuclei: il primo (vss. 1-13) in cui viene narrata la pesca miracolosa presso il lago di Tiberiade che comporta il riconoscimento di Gesù da parte dei discepoli, e il loro mangiare insieme, e il secondo nucleo (vss. 15- 19) tutto incentrato sul dialogo tra Gesù e Pietro, in cui Gesù gli affida il suo gregge.

Dopo la Pasqua, Pietro sente il bisogno di ritornare a svolgere l’attività che gli era propria prima dell’incontro con Gesù forse per una ri-motivazione e una ricerca di senso della missione che il Signore nella sua chiamata gli aveva rivolto “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5, 10). Gli altri discepoli lo accompagnano. Perché comprendono l’importanza di rimanere insieme come comunità anche nella condivisione del momento difficile dello smarrimento, della perdita di senso (“Veniamo anche noi con te”, vs. 3). Il lago di Tiberiade, dove avviene l’incontro tra Gesù e i suoi discepoli, è il luogo della sovrabbondanza della grazia, proprio qui era avvenuta anche la moltiplicazione dei pani (cap. 6, 1-14).

Come nell’episodio narrato da Luca (Lc. 5, 1-11) per la chiamata dei primi discepoli, anche qui la pesca è infruttuosa. La chiesa da sola non può svolgere la sua missione. È l’incontro con Gesù a dare un nuovo corso alla vicenda ma i discepoli non riescono a riconoscerlo. Gesù sa che non hanno preso nulla ma vuole riannodare i rapporti con loro nella piena umanità della loro attività, rivolgendo loro le stesse parole del racconto della loro chiamata: “Calate le reti per la pesca” (Lc 5, 4) quasi rifondando la loro missione. Ancora una volta Gesù vuole profondamente la relazione con gli uomini, anche quando l’uomo che vive l’assenza di Dio è pronto a chiudersi alla relazione, come avviene con il “no” secco della risposta dei discepoli alla sua richiesta di un po’ di pesce.

E’ necessario un atto di affidamento dell’uomo, la disposizione a calare ancora una volta le reti, perché si manifesti in pienezza l’azione della grazia e perché nel momento dell’esperienza dell’assoluto annichilimento possa farsi strada quella forza nuova che cambia la vita e che permette ad alcuni di riconoscere il Signore, come nel caso del discepolo che Gesù amava, ad altri di andargli incontro con slancio, come fa Pietro che, pur avendolo rinnegato, non esita a buttarsi in mare, grazie alla fiducia nella misericordia del Padre.

La pesca che prefigura l’opera di evangelizzazione (cfr. Mt. 4, 19; Mc. 1,17: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”) è il risultato della presenza di Gesù Risorto nell’esistenza quotidiana dei discepoli e, benché i pesci siano tanti, la rete non si rompe (il verbo greco usato è lo stesso da cui deriva la parola scisma). L’universalità della comunità dei credenti (il numero 153 si può ricollegare a tutte le specie di pesci allora classificate dagli zoologi e quindi all’idea di universalità) si lega strettamente nel quarto Evangelo alla loro unità, che è anche uno dei temi centrali della preghiera di Cristo al Padre (cap. 17, 20-23). Come nota Leon Dufour “la missione apostolica simboleggiata dalla pesca mira a unificare gli uomini”.

Però, dopo l’esperienza pasquale, Pietro non è chiamato soltanto a una missionarietà che si fonda su una reinterpretazione del suo essere pescatore (cfr. Lc 5, 10) ma ad una vera e propria imitazione di Cristo: nell’essere pastore delle sue pecorelle sino a dare la propria vita per loro (cfr. cap. 10, 14-15). Questa volta il “Seguimi” presuppone l’andare sino in fondo, sino al martirio, ed è soltanto l’esperienza della Pasqua, dell’incontro con il Cristo Risorto, che permette di seguire Gesù non solo nella vita ma anche nella morte (cfr. cap. 13, 36-38); solo ora Pietro può comprendere pienamente il significato del suo primo incontro con Gesù (cfr. cap. 1, 40-42).

Per rispondere alla sua chiamata occorre un amore incondizionato come quello che per tre volte, come tre erano stati i rinnegamenti (cfr. cap 18, 15-27), Gesù domanda a Pietro; un amore che racchiude in sé i significati dei due verbi greci usati (agapao e fileo) che sintetizzano l’amore che viene da Dio ed è per Dio e al tempo stesso l’accoglienza dell’altro e la relazione con i fratelli. Nel proclamare il suo amore, questa volta Pietro, senza l’impulsività che lo aveva caratterizzato, ma con la consapevolezza che gli viene dall’affidamento alla profonda conoscenza del cuore che è propria di Gesù e dall’aver percepito la sua debolezza grazie all’esperienza dell’aiuto di Dio che ha fatto con il perdono, è pronto ad assumere su di sé il servizio di pascere il gregge.

Comunità Kairòs

 

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