Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email

IV domenica di Pasqua

Anno C

Letture: Atti 13,14.43-52; Salmo 99; Apocalisse 7,9.14b-17; Giovanni 10,27-30

Le mie pecore ascoltano la mia voce. Non comandi da eseguire, ma voce amica da ospitare. L’ascolto è l’ospitalità della vita. Per farlo, devi “aprire l’orecchio del cuore”, raccomanda la Regola di san Benedetto. La voce di chi ti vuole bene giunge ai sensi del cuore prima del contenuto delle parole, lo avvolge e lo penetra, perché pronuncia il tuo nome e la tua vita come nessuno. È l’esperienza di Maria di Magdala al mattino di Pasqua, di ogni bambino che, prima di conoscere il senso delle parole, riconosce la voce della madre, e smette di piangere e sorride e si sporge alla carezza. La voce è il canto amoroso dell’essere: Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline (Ct 2,8). E prima ancora di giungere, l’amato chiede a sua volta il canto della voce dell’amata: la tua voce fammi sentire (Ct 2,14).

Perché le pecore ascoltano? Non per costrizione, ma perché la voce è bellissima e ospita il futuro. Io do loro la vita eterna! (v.28). La vita è data, senza condizioni, senza paletti e confini, prima ancora della mia risposta; è data come un seme potente, seme di fuoco nella mia terra nera. Linfa che giorno e notte risale il labirinto infinito delle mie gemme, per la fioritura dell’essere. Due generi di persone si disputano il nostro ascolto: i seduttori e i maestri. I seduttori, sono quelli che promettono vita facile, piaceri facili; i maestri veri sono quelli che donano ali e fecondità alla tua vita, orizzonti e un grembo ospitale. Il Vangelo ci sorprende con una immagine di lotta: Nessuno le strapperà dalla mia mano (v.28). Ben lontano dal pastore sdolcinato e languido di tanti nostri santini, dentro un quadro bucolico di agnellini, prati e ruscelli. Le sue sono le mani forti di un lottatore contro lupi e ladri, mani vigorose che stringono un bastone da cammino e da lotta.

E se abbiamo capito male e restano dei dubbi, Gesù coinvolge il Padre: nessuno può strapparle dalla mano del Padre (v.29). Nessuno, mai (v.28). Due parole perfette, assolute, senza crepe, che convocano tutte le creature (nessuno), tutti i secoli e i giorni (mai): nessuno ti scioglierà più dall’abbraccio e dalla presa delle mani di Dio. Legame forte, non lacerabile. Nodo amoroso, che nulla scioglie. L’eternità è la sua mano che ti prende per mano. Come passeri abbiamo il nido nelle sue mani; come un bambino stringo forte la mano che non mi lascerà cadere. E noi, a sua immagine piccoli pastori di un minimo gregge, prendiamo schegge di parole dalla voce del Pastore grande, e le offriamo a quelli che contano per noi: nessuno mai ti strapperà dalla mia mano. E beato chi sa farle volare via verso tutti gli agnellini del mondo.

P. Ermes Ronchi
Avvenire

 

Uno dei paradossi della vita è che il bene suscita sempre reazioni avverse e chi prova a fare il bene non rimane mai indenne, ma deve tenersi pronto a pagarne le conseguenze. Che sia un meccanismo umano o che sia coinvolta anche la dimensione spirituale, tutti noi sperimentiamo che l’amore suscita gelosia e invidia, fino a scatenare un odio distruttivo. Nel corso della storia questa dinamica ha preso il nome e la forma della persecuzione. Probabilmente abbiamo sperimentato anche noi dinamiche grandi o piccole di persecuzione o forse noi stessi ci siamo fatti artefici di persecuzioni nei confronti degli altri quando il bene che abbiamo visto ci ha infastidito! Il bene infastidisce perché ci ricorda che noi non siamo stati capaci di farlo o semplicemente perché è più facile provare a uccidere la pecorella smarrita piuttosto che il leone feroce. Alcuni infatti si nutrono della distruzione degli altri.

I testi che la liturgia di oggi ci propone hanno come sfondo proprio il tempo della persecuzione della comunità cristiana. Se il brano degli Atti degli Apostoli ne parla in maniera esplicita, il passo del Vangelo di Giovanni rimanda in maniera implicita e immaginifica alla dinamica della persecuzione. Dall’altra parte però le letture di questa domenica vogliono anche essere rassicuranti, ci presentano infatti non solo l’immagine delle pecore e del gregge, che da sole non avrebbero molte possibilità di sopravvivere, ma anche quella del Pastore. Il Salmo 99/100 infatti dice che siamo «suo popolo e gregge del suo pascolo» (v.3) e nel libro dell’Apocalisse leggiamo: «l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita» (Ap. 7,17).

Il testo degli Atti degli Apostoli ci racconta dunque uno dei momenti in cui la comunità cristiana ha sperimentato la persecuzione: Paolo e Barnaba sono giunti ad Antiochia e con buone intenzioni operano uno sconfinamento nel campo che i Giudei considerano loro proprietà. La pedicazione di Paolo e Barnaba ha un grande successo, tant’è che il testo dice espressamente che quel risultato suscitò la gelosia dei Giudei, proprio a causa della quantità di persone che ascoltavano Paolo e Barnaba. È una dinamica molto attuale anche nella vita pastorale e molti contrasti anche oggi sorgono nella vita della Chiesa proprio a causa della competizione e del confronto. Non siamo interessati al bene delle persone, ma mettiamo avanti il nostro prestigio personale: siamo invidiosi perché il Signore si serve di altri per annunciare il suo Vangelo o semplicemente siamo infastiditi perché altri riescono laddove noi abbiamo fallito o non siamo capaci.

Ma è interessante e attuale anche la reazione dei Giudei: la gelosia li spinge a operare mediante sotterfugi. Non si espongono in prima persona, ma suscitano una persecuzione contro Paolo e Barnaba, utilizzando i loro contatti con le persone influenti della città. Anche questa è una dinamica molto frequente: proviamo a distruggere coloro di cui siamo gelosi, ricorrendo a trame sotterranee, spionaggio e false accuse: piuttosto che imitare gli altri nel bene, spendiamo le nostre energie per costruire percorsi di male contro gli altri. La reazione di Paolo e Barnaba è diventata proverbiale: ricordando le parole del Maestro, scuotono la polvere dai loro calzari. Non si incaponiscono, non aggiungono male al male pretendendo di rimanere in città, non reagiscono costruendo percorsi altrettanto distruttivi contro i Giudei, ma semplicemente tolgono il disturbo, perché il campo dell’evangelizzazione è più grande di Antiochia! E non se ne vanno pieni di rancore o di tristezza, ma se ne vanno pieni di gioia e di Spirito Santo, perché chi compie il bene non può lasciare spazio a sentimenti negativi.

Anche il Vangelo ci parla di persecuzione, ma, come dicevo, lo fa attraverso l’immagine del gregge, immagine che Gesù utilizza sia per indicare – con un certo realismo – quale sia la condizione dei suoi discepoli di tutti i tempi in mezzo al mondo, ma anche per ricordare loro che non sono soli. Egli infatti è il pastore che accompagna e protegge il suo gregge. L’immagine del pastore è sicuramente una delle più antiche rappresentazioni di Gesù, molto presente nelle catacombe e sui sarcofagi del III sec. d.C., per esempio nelle catacombe di Priscilla a Roma. Il pastore appare con una pecorella sulle spalle, nella quale ciascuno può vedere se stesso: siamo noi quella pecorella smarrita che Gesù prende sulle sue spalle.

Nel mondo antico il pastore era responsabile dell’eventuale perdita delle pecore, che al mattino uscivano dal recinto per ritornarvi la sera. Gesù esplicita non solo questa sua personale responsabilità nei nostri confronti, ma pone una differenza con la figura usuale del pastore: egli non è mercenario, non è pagato per compiere quel servizio, ma le pecore gli appartengono personalmente. A maggior ragione dunque c’è un rapporto stretto tra il Pastore e le pecore, un rapporto descritto attraverso l’immagine della familiarità con la sua voce. Quando infatti conosciamo bene qualcuno, siamo capaci di riconoscerne la voce anche a distanza, senza vedere la persona direttamente o quando è confusa tra altre voci. Così dovrebbe diventare il nostro rapporto con Gesù: crescendo nella familiarità con lui, saremo capaci di riconoscere la sua voce anche quando non è così evidente o quando altre voci cercano di coprirla.

Non sempre l’immagine del gregge è stata ben accolta e forse anche noi oggi poniamo talvolta resistenze davanti a questa rappresentazione. È vero infatti che essa implica un’obbedienza al pastore, una fiducia, un legame con il gregge. Molte volte preferiamo invece seguire le nostre idee, non ci fidiamo dell’indicazione del Pastore, vogliamo allontanarci dal gregge. Gesù ci avverte però dei pericoli e dei lupi che sono in agguato, ci chiede di rimanere sotto il suo sguardo per il nostro bene, perché solo attraverso un legame sempre più stretto con lui possiamo salvare la nostra vita e attraversare l’inevitabile persecuzione.

P. Gaetano Piccolo
Rigantur mentes

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email