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IV domenica di Pasqua

Anno C

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Le mie pecore ascoltano la mia voce. Non i comandi, la voce. Quella che attraversa le distanze, inconfondibile; che racconta una relazione, rivela una intimità, fa emergere una presenza in te. La voce giunge all’orecchio del cuore prima delle cose che dice. È l’esperienza con cui il bambino piccolo, quando sente la voce della madre, la riconosce, si emoziona, tende le braccia e il cuore verso di lei, ed è già felice ben prima di arrivare a comprendere il significato delle parole. La voce è il canto amoroso dell’essere: «Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline» (Ct 2,8).

E prima ancora di giungere, l’amato chiede a sua volta il canto della voce dell’amata: «La tua voce fammi sentire» (Ct 2,14)… Quando Maria, entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta, la sua voce fa danzare il grembo: «Ecco appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,44). Tra la voce del pastore buono e i suoi agnelli corre questa relazione fidente, amorevole, feconda. Infatti perché le pecore dovrebbero ascoltare la sua voce? Due generi di persone si disputano il nostro ascolto: i seduttori, quelli che promettono piaceri, e i maestri veri, quelli che danno ali e fecondità alla vita.

Gesù risponde offrendo la più grande delle motivazioni: perché io do loro la vita eterna. Ascolterò la sua voce non per ossequio od obbedienza, non per seduzione o paura, ma perché come una madre, lui mi fa vivere. Io do loro la vita. Il pastore buono mette al centro della religione non quello che io faccio per lui, ma quello che lui fa per me. Al cuore del cristianesimo non è posto il mio comportamento o la mia etica, ma l’azione di Dio. La vita cristiana non si fonda sul dovere, ma sul dono: vita autentica, vita per sempre, vita di Dio riversata dentro di me, prima ancora che io faccia niente.

Prima ancora che io dica sì, lui ha seminato germi vitali, semi di luce che possono guidare me, disorientato nella vita, al paese della vita. La mia fede cristiana è incremento, accrescimento, intensificazione d’umano e di cose che meritano di non morire. Gesù lo dice con una immagine di lotta, di combattiva tenerezza: Nessuno le strapperà dalla mia mano. Una parola assoluta: nessuno. Subito raddoppiata, come se avessimo dei dubbi: nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io sono vita indissolubile dalle mani di Dio. Legame che non si strappa, nodo che non si scioglie. L’eternità è un posto fra le mani di Dio. Siamo passeri che hanno il nido nelle sue mani. E nella sua voce, che scalda il freddo della solitudine.

Letture: Atti 13,14.43-52; Salmo 99; Apocalisse 7,9.14-17; Giovanni 10,27-30

Ermes Ronchi
Avvenire

 

I popoli e i villaggi di Galilea erano formati da gente contadina e di condizione sociale molto umile. Erano gente che vivevano della campagna e erano pastori del loro ridotto bestiame di pecore e capre. In quella società agricola, nella quale nacque e fu educato Gesù, l’immagine del pastore ed il pascolo delle pecore era familiare. Gesù, continuando la tradizione dei profeti (Ez 34), utilizza quest’immagine per spiegare la relazione tra i capi ed i discepoli nella comunità cristiana.

L’esperienza già allora insegnava che questo problema era delicato e si prestava ad abusi molto gravi. Ezechiele si era lamentato: «Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi!» (Ez 34,2b). Per questo Dio stesso li minaccia: «Eccomi contro i pastori: a loro chiederò conto del mio gregge» (Ez 34,10). È lo scandalo dei pastori che si comportano come padroni del gregge e lo dominano secondo le loro idee, i loro interessi e le loro preferenze.

Di conseguenza Gesù spiega il modello di relazione tra il pastore, che è veramente buono e la comunità che guida. Questa relazione è definita con tre verbi: «ascoltare» (akoúo), «conoscere» (ginósko) e «seguire» (akolouthéo). Prima di tutto, i discepoli «ascoltano» il pastore e, nel pastore, Gesù. Ma sapendo che «ascoltare» equivale ad interessarsi a quello che dice ed obbedendo a quello che ascoltano (Gv 10.3.16.27), cosa che contrasta con l’atteggiamento di quelli che «rifiutano» (Gv 8, 40-47) quanto dice il pastore (G. Schneider).

Poi, il pastore «conosce» le pecore. Ciò indica una relazione di reciproca comprensione (R. Bultmann) ed accettazione. Infine, la sequela, che definisce la maniera di vivere del discepolo che si fida di Gesù, lascia tutto per lui ed identifica la sua vita con quella del pastore, così come il pastore identifica la sua con quella di coloro di cui è pastore (M. Hengel). La cosa più importante di tutte è la «sequela». Le pecore si fidano del pastore, vanno dove lui va. Si sentono sicure con il loro pastore.

Tutto ciò presuppone la modifica radicale della relazione tra chi governa e chi è governato. Non si tratta più di una «relazione di potere», alla quale corrisponde una «relazione di sottomissione». Questo è stato «il principio della decomposizione» della Chiesa, perché l’ha deformata. In una istituzione di tal genere non può essere presente Gesù. Al contrario, Gesù si fa presente dove si offre un modello alternativo nella relazione tra capi e comunità. Quando tutti questi si fondono nell’unità, allora la Chiesa offre la possibilità di un mondo che ci possa sedurre, il mondo di cui tanto abbiamo bisogno.

p. José María Castillo
Il dialogo

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