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IV domenica

Tempo ordinario, Anno C

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». […]

La sinagoga è rimasta incantata davanti al sogno di un mondo nuovo che Gesù ha evocato: tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati! Poi, quasi senza spiegazione: pieni di sdegno, lo condussero sul ciglio del monte per gettarlo giù. Dalla meraviglia alla furia. Nazaret passa in fretta dalla fierezza e dalla festa per questo figlio che torna circondato di fama, potente in parole ed opere, ad una sorta di furore omicida. Come la folla di Gerusalemme quando, negli ultimi giorni, passa rapidamente dall’entusiasmo all’odio: crocifiggilo! Perché? Difficile dirlo.

In ogni caso, tutta la storia biblica mostra che la persecuzione è la prova dell’autenticità del profeta. Fai anche da noi i miracoli di Cafarnao! Non cercano Dio, cercano un taumaturgo a disposizione, pronto ad intervenire nei loro piccoli o grandi naufragi: uno che ci stupisca con effetti speciali, che risolva i problemi e non uno che ci cambi il cuore. Vorrebbero dirottare la forza di Dio fra i vicoli del loro paese. Ma questo non è il Dio dei profeti. Gesù, che aveva parlato di una bella notizia per i poveri, di sguardo profondo per i ciechi, di libertà, viene dai compaesani ricondotto dalla misura del mondo al piccolo recinto di Nazaret, dalla storia profonda a ciò che è solo spettacolare. E quante volte accadrà! Assicuraci pane e miracoli e saremo dalla tua parte! Moltiplica il pane e ti faremo re (Gv 6,15).

Ma Gesù sa che con il pane e i miracoli non si liberano le persone, piuttosto ci si impossessa di loro e Dio non si impossessa, Dio non invade. E risponde quasi provocando i suoi compaesani, collocandosi nella scia della più grande profezia biblica, raccontando di un Dio che ha come casa ogni terra straniera, protettore a Zarepta di Sidone di vedove forestiere, guaritore di generali nemici d’Israele. Un Dio di sconfinamenti, la cui patria è il mondo intero, la cui casa è il dolore e il bisogno di ogni uomo. Gesù rivela il loro errore più drammatico: si sono sbagliati su Dio. «Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare. Perché poi ti sbagli su tutto, sulla storia e sul mondo, sul bene e sul male, sulla vita e sulla morte» (D.M. Turoldo).

Allora lo condussero sul ciglio del monte per gettarlo giù. Ma come sempre negli interventi di Dio, improvvisamente si verifica uno strappo nel racconto, un buco bianco, un ma. Ma Gesù passando in mezzo a loro si mise in cammino. Un finale a sorpresa. Non fugge, non si nasconde, passa in mezzo a loro, aprendosi un solco come di seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia, ma non bloccarla. «Non puoi fermare il vento, gli fai solo perdere tempo» (G. Gaber). Non puoi fermare il vento di Dio.

Letture: Geremia 1,4-5.17-19; Salmo 70; 1 Corinzi 12,31-13,13; Lc 4,21- 30

Ermes Ronchi
Avvenire

 

L’episodio della sinagoga di Nazareth inaugura ufficialmente la missione di Gesù e ne traccia a grandi linee il percorso. Contiene in sintesi le linee programmatiche di tutto il vangelo. Quasi «un vangelo nel vangelo», ne enuncia in breve i temi principali: l’annuncio ai poveri, la liberazione degli oppressi, la salvezza per tutti, “l’anno giubilare del Signore”. É un vangelo nel vangelo che in qualche modo anticipa e fa prefigurare anche la vicenda umana di Gesù. Nel rifiuto della parola di Gesù da parte dei suoi concittadini si può già intravedere il percorso che lo condurrà fino alla morte e alla resurrezione.

Entrato di sabato nella sinagoga, come suo solito, Gesù si alza a leggere la Scrittura. È un gesto normale per un ebreo adulto aprire la Scrittura e interpretarla, ma nella figura di Gesù e nella parola che annuncia, diventa un evento, l’evento per eccellenza: “Oggi si è adempiuta questa scrittura nei vostri orecchi”. Fin da subito, Gesù si presenta come l’inviato, il profeta scelto da Dio per portare la liberazione ai poveri. Liberazione che non è solo un annuncio rivolto al futuro, ma all’oggi di tutti quelli che ascoltano. Le promesse annunciate dai profeti trovano compimento nell’impegno concreto di un Dio che si è fatto uomo per essere fedele ai poveri, agli oppressi, ai lontani e agli esclusi, anche a costo del rifiuto e della contraddizione dei vicini.

La Scrittura trova il suo compimento in Gesù. Egli è l’interprete autorevole, l’ermeneuta per eccellenza delle Scritture. Le sue “parole di grazia” sono parola profetica che attualizza la storia di attese e di promesse dell’Antico Testamento. Egli è l’ascoltatore perfetto che compie la volontà del Padre e Lo rende presente nella sua persona e nella sua missione. È la Parola fatta carne. E questo avviene “oggi”. L’oggi della salvezza si rende storicamente presente nella Parola. E la parola, mezzo debole e strumento di comunione libero, diventa potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede.

La Parola incarnata non può lasciare indifferente chi ascolta. È una parola che interpella, scomoda gli uditori e chiede di prendere posizione. Di fronte all’uomo Gesù i suoi concittadini si chiedono: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Le parole di Gesù invitano ad andare oltre, a riconoscere nell’umano la presenza dello Spirito di Dio e Dio stesso che si rende presente. Non è facile. La conoscenza nella carne, che hanno di Gesù, impedisce loro di aprirsi alla luce della fede.

Nel momento in cui la Parola rivela il senso profondo dell’annuncio, essa s’incontra e si scontra con le resistenze di ciascuno. Le reazioni opposte che suscita negli ascoltatori indicano che non si può rimanere come prima. La parola penetra nel cuore di ciascuno e ne raggiunge le aspettative, le attese, i desideri, le paure. Finché rimane a un livello superficiale, l’entusiasmo è quasi normale; ma appena raggiunge e rivela ciò che abita nel cuore, diventa una parola scomoda, addirittura intollerabile. La Parola che si fa salvezza per tutti gli uomini, che raggiunge anche gli stranieri, e l’amore di Dio che usa misericordia e risana chiunque lo voglia, anche se lontano o peccatore, è un annuncio inaccettabile per gli abitanti di Nazareth. Si aspettavano miracoli e guarigioni per la loro città, per loro stessi e Gesù parla loro di un Dio che è per tutti, di un Padre le cui attenzioni sono rivolte a ogni uomo.

Nel suo discorso, Gesù svela i pensieri dell’uditorio che ha davanti, svela le loro pretese nei confronti della Parola, il loro desiderio di possedere e mercanteggiare la parola di Dio. Sono sì interessati a Dio, ma per se stessi, per i vantaggi che potrebbero venir loro. Pretendono di avere l’esclusiva sul dono che Dio invece ha destinato per il mondo intero: suo Figlio Gesù. La loro fede è circoscritta a uno spazio ristretto, alla loro comunità, al loro popolo. Una fede comoda che si accontenta del suo spazio privato. Una fede che vuole avere l’ultima parola su Dio. Sono il popolo eletto e pretendono di essere i depositari della salvezza. Questo li chiude all’accoglienza e li rende meno disponibili a lasciarsi sorprendere e trasformare dall’annuncio di salvezza. La durezza di cuore, originata dalla pretesa religiosa, impedisce loro di ricevere il dono di Dio. Dono che mai può essere preteso ma solo accolto.

Gesù non può scendere a compromessi. Nessun miracolo, nessuna guarigione potranno essere fatti a Nazareth. “Nessun profeta è accetto in patria”. E questo s’inserisce nel solco della tradizione dei profeti che sono stati accolti e ascoltati più dagli stranieri che non dal loro popolo, come Elia, ascoltato e accolto dalla vedova di Sidone, ed Eliseo, che guarì Naaman il Siro. Il rifiuto di Gesù è lo stesso riservato a questi profeti che hanno potuto operare solo là dove non c’era pretesa dell’intervento di Dio ma mani pronte ad accogliere il dono.

Gesù viene cacciato fuori dalla città e condotto su un precipizio. La scena finale non è che un’anticipazione e prefigurazione del cammino storico di Gesù: il rifiuto da parte di Israele, la condanna a morte, ma anche la resurrezione (“passando in mezzo a loro se ne andò”). Servire la Parola di Dio rende estranei alla patria, ma crea una nuova appartenenza: quella di figli di Dio. Reso estraneo alla sua gente, Gesù, servo della Parola, si rivela come il Figlio di Dio. È lui che nella sua morte e nella resurrezione renderà definitivo l’oggi della salvezza e la estenderà a tutti gli uomini, “di ogni lingua, popolo, nazione”.

Giustina
Comunità Kairòs

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