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V domenica

Tempo ordinario, Anno C

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda (…). Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci (…).

La nostra vita si mette in cammino, avanza, cammina, corre dietro a un desiderio forte che nasce da una assenza o da un vuoto che chiedono di essere colmati. Che cosa mancava ai quattro pescatori del lago per convincerli ad abbandonare barche e reti e a mettersi in cammino dietro a quello sconosciuto, senza neppure domandarsi dove li avrebbe condotti? Avevano il lavoro e la salute, una casa, una famiglia, la fede, tutto il necessario per vivere, eppure qualcosa mancava. E non era un’etica migliore, non un sistema di pensiero più evoluto. Mancava un sogno. Gesù è il custode dei sogni dell’umanità: ha sognato per tutti cieli nuovi e terra nuova.

I pescatori sapevano a memoria la mappa delle rotte del lago, del quotidiano piccolo cabotaggio tra Betsaida, Cafarnao e Magdala, dietro agli spostamenti dei pesci. Ma sentivano in sé il morso del più, il richiamo di una vita dal respiro più ampio. Gesù offre loro la mappa del mondo, anzi un altro mondo possibile; offre un’altra navigazione: quella che porta al cuore dell’umanità «vi farò pescatori di uomini», li tirerete fuori dal fondo dove credono di vivere e non vivono, li raccoglierete per la vita, e mostrerete loro che sono fatti per un altro respiro, un’altra luce, un altro orizzonte. Sarete nella vita donatori di più vita.

Gesù si rivolge per tre volte a Simone:
– lo pregò di scostarsi da riva: lo prega, chiede un favore, lui è il Signore che non si impone mai, non invade le vite;
– getta le reti: Simone dentro di sé forse voleva solo ritornare a riva e riposare, ma qualcosa gli fa dire: va bene, sulla tua parola getterò le reti. Che cosa spinge Pietro a fidarsi? Non ci sono discorsi sulla barca, solo sguardi, ma per Gesù guardare una persona e amarla erano la stessa cosa. Simone si sente amato.
– non temere, tu sarai: ed è il futuro che si apre; Gesù vede me oltre me, vede primavere nei nostri inverni e futuro che già germoglia.

E le reti si riempiono. Simone davanti al prodigio si sente stordito: Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore. Gesù risponde con una reazione bellissima che m’incanta: non nega questo, ma lui non si lascia impressionare dai difetti di nessuno, dentro il presente lui crea futuro. E abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe più senso restare, seguono il Maestro verso un altro mare. Sono i “futuri di cuore”. Vanno dietro a lui e vanno verso l’uomo, quella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita. Chi come loro lo ha fatto, ha sperimentato che Dio riempie le reti, riempie la vita, moltiplica libertà, coraggio, fecondità, non ruba niente e dona tutto. Che rinunciare per lui è uguale a fiorire.

Letture: Isaia 6, 1-2.3-8; Salmo 137; 1 Corinzi 15, 1-11; Luca 5, 1-11

Ermes Ronchi
Avvenire

 

Dal punto di vista dell’evangelista Luca, la cosa più importante raccontata in quest’episodio è la reazione di Pietro e dei suoi compagni di fronte all’inspiegabile abbondanza di quella pesca proprio in un luogo (alla sponda del mare) nel quale i pescatori sapevano che non era possibile. La reazione di quegli uomini è consistita nella meraviglia che si impadronì di loro. Il testo parla di questa meraviglia utilizzando il termine thámbos, che significa il profondo stupore che si impadronisce di una persona quando assiste ad una rivelazione divina (W. Grimm). Questo indica la commozione che hanno vissuto quei discepoli. Cosa è capitato allora?

Ciò che allora si è verificato è stato quello che nella storia delle religioni si chiama una “teofania”. Ossia, una “manifestazione di Dio”. Ma l’aspetto più curioso è che in questo caso Dio non si è rivelato nel “sacro” (il tempio, lo spazio santo….), ma nel “profano” (nel lavoro della pesca). E soprattutto Dio non si è rivelato nel riposo del tempio, ma nell’occupazione del lavoro. Gesù ha spostato la religione: l’ha tolta dal tempio e dal culto e l’ha messa nelle occupazioni della vita e nelle preoccupazioni della produttività, di cui abbiamo bisogno in questo mondo per poter vivere dignitosamente.

Probabilmente l’aspetto più eloquente narrato in questo brano è che, come emerge con chiarezza nel racconto, Gesù associa la “presenza di Dio” all’”abbondanza”. Il Dio di Gesù non vuole la penuria, la mancanza di risorse. Il Dio di Gesù si è rivelato in questo modo nei racconti della condivisione dei pani (Mc 6,43; 8,8; Mt 14,20; 15,37; Lc 9,17; Gv 6,13), nel vino buono delle nozze di Cana (Gv 2,1-11), nella pesca miracolosa del Risorto (Gv 21,6-11). La religione di Gesù non vuole che il nostro lavoro si faccia pensando al “guadagno”, ma alla “produttività”, che genera “abbondanza”. E tutto il racconto finisce con l’affermazione chiave: “lasciarono tutto e lo seguirono”. Il centro di tutto il racconto è quest’affermazione finale: la “sequela” di Gesù. La religione, il lavoro, le preoccupazioni della vita devono incentrarsi sul “seguire” Gesù.

José María Castillo
Il dialogo

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