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VIII domenica

Tempo ordinario, Anno C

Letture: Siracide 27,5-8, (NV) [gr. 27,4-7]; Salmo 91; Prima Lettera ai Corinzi 15,54-58; Luca 6,39-45

Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello? Notiamo la precisione del verbo: perché “guardi”, e non semplicemente “vedi”; perché osservi, fissi lo sguardo su pagliuzze, sciocchezze, piccole cose storte, scruti l’ombra anziché la luce di quell’occhio? Con una sorta di piacere maligno a ricercare ed evidenziare il punto debole dell’altro, a godere dei suoi difetti. Quasi a giustificare i tuoi. Un motivo c’è: chi non vuole bene a se stesso, vede solo male attorno a sé; chi non sta bene con sé, sta male anche con gli altri. Invece colui che è riconciliato con il suo profondo, guarda l’altro con benedizione. Con sguardo benedicente. Dio guardò e vide che tutto era cosa molto buona (Gen 1,31). Il Dio biblico è un Dio felice, che non solo vede il bene, ma lo emana, perché ha un cuore di luce e il suo occhio buono è come una lampada, dove si posa diffonde luce (Mt 6,22). Un occhio cattivo invece emana oscurità, moltiplica pagliuzze, diffonde amore per l’ombra. Alza una trave davanti al sole.

Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi. La morale evangelica è un’etica della fecondità, di frutti buoni, di sterilità vinta e non di perfezione. Dio non cerca alberi senza difetti, con nessun ramo spezzato dalla bufera o contorto di fatica o bucato dal picchio o dall’insetto. L’albero ultimato, giunto a perfezione, non è quello senza difetti, ma quello piegato dal peso di tanti frutti gonfi di sole e di succhi buoni. Così, nell’ultimo giorno, quello della verità di ogni cuore (Mt 25), lo sguardo del Signore non si poserà sul male ma sul bene; non sulle mani pulite o no, ma sui frutti di cui saranno cariche, spighe e pane, grappoli, sorrisi, lacrime asciugate. La legge della vita è dare. È scritto negli alberi: non crescono tra terra e cielo per decine d’anni per se stessi, semplicemente per riprodursi: alla quercia e al castagno basterebbe una ghianda, un riccio ogni 30 anni.

Invece ad ogni autunno offrono lo spettacolo di uno scialo di frutti, uno spreco di semi, un eccesso di raccolto, ben più che riprodursi. È vita a servizio della vita, degli uccelli del cielo, degli insetti affamati, dei figli dell’uomo, di madre terra. Le leggi della realtà fisica e quelle dello spirito coincidono. Anche la persona, per star bene, deve dare, è la legge della vita: deve farlo il figlio, il marito, la moglie, la mamma con il suo bambino, l’anziano con i suoi ricordi. Ogni uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore. Noi tutti abbiamo un tesoro, è il cuore: da coltivare come un Eden; da spendere come un pane, da custodire con ogni cura perché è la fonte della vita (Proverbi, 4, 23). Allora, non essere avaro del tuo cuore: donalo.

Ermes Ronchi
Avvenire

 

C’è un gesto antico che oggi forse non ci capita più di vedere, è quello delle donne che con il setaccio liberano la farina dalle impurità, gettano via quello che non serve, quello che rovinerebbe la pasta, e conservano prudentemente l’ingrediente prezioso che poi trasformeranno in qualcosa di buono, capace di sfamare. Altri ricordi invece ci rimandano a paesi lontani dove si cercava l’oro. Anche lì, il setaccio diventava uno strumento fondamentale: pazientemente veniva riempito di piccole quantità della sabbia del fiume, nella speranza di scoprire qualcosa di prezioso. Tante volte si rimaneva delusi, ma possiamo immaginare la gioia quando si trovava qualcosa di valore.

La nostra vita, come insegna il libro del Siracide, è come quel setaccio attraverso cui scopriamo quello che ci portiamo nel cuore: «Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti» (Sir 27,4). Dentro di noi ci sono tante cose, buttate alla rinfusa, a volte poco riconoscibili per la melma che le avvolge, per le acque torbide che ci attraversano, o forse solo perché sepolte molto profondamente. Dentro quel setaccio ci sono i nostri desideri, i pensieri, i sentimenti. Anche per questo, il setaccio è diventato il simbolo del discernimento, tema che fa da sfondo alle letture di questa domenica.

Tutto quello che è conservato o disperso dentro di noi prima o poi si rivela. La nostra bocca, le nostre azioni, rivelano quello che c’è nel cuore. Anche Gesù pone questa relazione molto stretta tra il cuore, la bocca, le mani. Non resteremmo sorpresi o spaventati dalle nostre azioni, se avessimo una maggiore consapevolezza di quello che si sta muovendo dentro di noi. I nostri gesti, i nostri discorsi, il nostro comportamento non sono casuali, ma nascono da quello che abbiamo seminato dentro di noi. Talvolta siamo così pieni di pensieri in ordine sparso che è difficile recuperarne il senso. La nostra interiorità appare come una camera affollata e in disordine dove diventa complicato cercare quello che ci serve, ma soprattutto può diventare un luogo in cui il male si annida e si confonde. In una stanza non curata si nascondono a volte tracce di cibo che imputridiscono, ne senti il lezzo, ma non riesci a trovarle.

Per questo i padri del deserto insegnavano la sobrietà, quella capacità di fare spazio nel cuore per vedere meglio quello che c’è. Esichio il Sinaita scrive per esempio: «La sobrietà è una sentinella immobile e costante dello spirito, che sta sulla porta del cuore per discernere diligentemente i pensieri che si presentano, per ascoltare i loro progetti, spiare le manovre di questi nemici mortali e riconoscere l’impronta demoniaca che tenta, mediante la fantasia, di sconvolgere lo spirito. Questa attività, condotta avanti con coraggio, ci darà, se lo vogliamo, un’esperienza molto accorta del combattimento spirituale».

Diventiamo cechi quando non guardiamo più nel nostro cuore. E paradossalmente più siamo ciechi verso noi stessi, tanto più abbiamo la pretesa di vedere bene nel cuore degli altri. O l’uno o l’altro: chi è ossessionato dalla vita degli altri, chi fissa lo sguardo sulla vita degli altri, non vede più la propria; chi invece si occupa del proprio cuore, distoglierà lo sguardo dalle azioni degli altri. E in questo sguardo su di noi o sugli altri sta l’alternativa tra la misericordia e il giudizio. Chi ignora quello che c’è nel proprio cuore, si chiude all’esperienza della grazia e nel contempo pretende di dirigere la vita degli altri solo con la giustizia. I falsi maestri sono molto spesso tra noi credenti: sono coloro che pretendono di applicare il Vangelo solo agli altri e non a se stessi, proprio perché non vedono se stessi, ma sono ossessionati dalla vista degli altri.

Se ci siamo accorti che i frutti che nascono dalla nostra vita non hanno un sapore buono, sarebbe utile andare a vedere cosa li ha prodotti. Se dalla nostra vita scaturisce un vino acido, forse è il caso di prendersi cura della vite. Usando queste immagini, Gesù anticipa anche quello che sarà il frutto dell’albero della croce. La croce è l’albero da cui scaturisce il frutto che dà vita e che annulla il veleno che il frutto carpito da Adamo ha immesso nel mondo. Il sangue che scaturisce dalle ferite di Cristo è il vino della nuova alleanza, il vino della promessa che ci permette di entrare nella vita per sempre.

P. Gaetano Piccolo
Rigantur mentes

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