(…) Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno (…).
Nessuna pagina al mondo raggiunge come questa l’essenziale del nostro vivere con Dio, con noi stessi, con gli altri. Un padre aveva due figli. Se ne va, un giorno, il giovane, in cerca di se stesso, in cerca di felicità, la cerca nelle cose che il denaro procura, ma le cose tutte hanno un fondo e il fondo delle cose è vuoto. Il libero principe diventa servo, a disputarsi l’amaro delle ghiande con i porci. Allora ritorna in sé, dice il racconto, chiamato da un sogno di pane (la casa di mio padre profuma di pane…) e si mette in cammino. Non torna per amore, torna per fame. Non torna per pentimento, ma per paura della morte. Ma a Dio non importa il motivo per cui ci mettiamo in viaggio. È sufficiente che compiamo un primo passo. L’uomo cammina, Dio corre. L’uomo si avvia, Dio è già arrivato.
Infatti: il padre, vistolo di lontano, gli corse incontro… E lo perdona prima ancora che apra bocca. Il tempo della misericordia è l’anticipo. Si era preparato delle scuse, il ragazzo, ma il Padre perdona non con un decreto, ma con un abbraccio; non sono più tuo figlio, dice il ragazzo, e il padre lo interrompe perché vuole salvarlo proprio dal suo cuore di servo e restituirgli un cuore di figlio. Il padre è stanco di avere per casa dei servi invece che figli veri. Il peccato dell’uomo è uno: sentirsi schiavo anziché figlio di Dio. Il padre non domanda: dove sei stato, cosa hai fatto, da dove vieni? Chiede invece: dove sei diretto? Vuoi che ci andiamo insieme? Il territorio di Dio è il futuro.
I gesti che il padre compie sono insieme materni, paterni e regali (R. Virgili): materno è il suo perdersi a guardare la strada; paterno è il suo correre incontro da lontano; regali sono l’anello e la tunica e la grande festa. Ciò che vuole è riconquistarsi i figli, anche nell’ultima scena, quando esce a pregare il figlio maggiore, che torna dai campi, vede la festa e non vi entra, sente la musica e non sorride. Un uomo nel cui cuore non c’era mai festa, perché si concepiva come un dipendente: «Io ho sempre ubbidito, io ho sempre detto di sì e a me neanche un capretto !»; ubbidiente e infelice perché il cuore è assente, non ama ciò che fa, alle prese con l’infelicità che deriva da un cuore di servo e non di figlio, quando invece «il segreto di una vita riuscita è amare ciò che fai, e fare ciò che ami» (Dostoevskij).
Il padre della parabola invece è immagine di un Dio scandalosamente buono, che preferisce la felicità dei suoi figli alla loro fedeltà, che non è giusto, è di più, esclusivamente amore. Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato? Sì, il Dio in cui crediamo è così. Immensa rivelazione per cui Gesù darà la sua vita.
Letture: Esodo 32,7-11.13-14; Salmo 50; 1 Lettera a Timoteo 1,12-17; Luca 15,1-32
Ermes Ronchi
Avvenire
Tutto il capitolo 15 del vangelo di Luca è dedicato a spiegare l’atteggiamento di Dio di fronte ai «perduti». Luca lo spiega raggruppando tre parabole di Gesù: la pecora perduta, la moneta perduta ed il figlio perduto (che chiamiamo «prodigo»), che nel commento si omette per ragioni di brevità. L’idea centrale di tutto il capitolo è che il Padre di Gesù non guarda ai peccatori come «perversi», ma li vede come «perduti», cioè come qualcosa di molto amato che si perde. Qualcosa che si ama tanto, si abbraccia, si festeggia quando lo si trova. Il Dio di Gesù non giudica, non rifiuta, non censura e non rinfaccia nulla a nessuno. Il Padre rivelato da Gesù comprende sempre, accoglie e si rallegra, a prescindere dal traviamento di chi si è perso.
Le religioni conservano e potenziano la loro autorità, facendo pressione sulle coscienze. Per questo utilizzano una strumento potentissimo: il peccato, presentato come «perdizione», come «perversione», come «traviamento» condannato e castigato da Dio. Per questo manipolano i «sentimenti di colpa», tormentano le coscienze e si servono persino di sentimenti magici, in relazione con ciò che è «contaminato», «impuro» e «sporco». Ed il peggio è che in terra ci sono rappresentanti di Dio e censori della religione che nelle società religiose hanno un potere molto forte. Un potere che esercitano per condannare, rifiutare, emarginare, escludere, anche cercando di far sì che i peccati siano anche delitti puniti dai pubblici poteri con leggi e pene e non esitando ad invadere la vita privata.
Gesù ha rotto con tutto ciò. È diventato amico dei peccatori e dei perduti, ha vissuto con loro e con loro ha condiviso tutto. Per questo ha tanto scandalizzato gli osservanti, ma anche per questo ha aperto orizzonti così grandi di speranza e di bontà.
p. José María Castillo
Il dialogo
XXIV domenica
Tempo ordinario, Anno C
(…) Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno (…).
Nessuna pagina al mondo raggiunge come questa l’essenziale del nostro vivere con Dio, con noi stessi, con gli altri. Un padre aveva due figli. Se ne va, un giorno, il giovane, in cerca di se stesso, in cerca di felicità, la cerca nelle cose che il denaro procura, ma le cose tutte hanno un fondo e il fondo delle cose è vuoto. Il libero principe diventa servo, a disputarsi l’amaro delle ghiande con i porci. Allora ritorna in sé, dice il racconto, chiamato da un sogno di pane (la casa di mio padre profuma di pane…) e si mette in cammino. Non torna per amore, torna per fame. Non torna per pentimento, ma per paura della morte. Ma a Dio non importa il motivo per cui ci mettiamo in viaggio. È sufficiente che compiamo un primo passo. L’uomo cammina, Dio corre. L’uomo si avvia, Dio è già arrivato.
Infatti: il padre, vistolo di lontano, gli corse incontro… E lo perdona prima ancora che apra bocca. Il tempo della misericordia è l’anticipo. Si era preparato delle scuse, il ragazzo, ma il Padre perdona non con un decreto, ma con un abbraccio; non sono più tuo figlio, dice il ragazzo, e il padre lo interrompe perché vuole salvarlo proprio dal suo cuore di servo e restituirgli un cuore di figlio. Il padre è stanco di avere per casa dei servi invece che figli veri. Il peccato dell’uomo è uno: sentirsi schiavo anziché figlio di Dio. Il padre non domanda: dove sei stato, cosa hai fatto, da dove vieni? Chiede invece: dove sei diretto? Vuoi che ci andiamo insieme? Il territorio di Dio è il futuro.
I gesti che il padre compie sono insieme materni, paterni e regali (R. Virgili): materno è il suo perdersi a guardare la strada; paterno è il suo correre incontro da lontano; regali sono l’anello e la tunica e la grande festa. Ciò che vuole è riconquistarsi i figli, anche nell’ultima scena, quando esce a pregare il figlio maggiore, che torna dai campi, vede la festa e non vi entra, sente la musica e non sorride. Un uomo nel cui cuore non c’era mai festa, perché si concepiva come un dipendente: «Io ho sempre ubbidito, io ho sempre detto di sì e a me neanche un capretto !»; ubbidiente e infelice perché il cuore è assente, non ama ciò che fa, alle prese con l’infelicità che deriva da un cuore di servo e non di figlio, quando invece «il segreto di una vita riuscita è amare ciò che fai, e fare ciò che ami» (Dostoevskij).
Il padre della parabola invece è immagine di un Dio scandalosamente buono, che preferisce la felicità dei suoi figli alla loro fedeltà, che non è giusto, è di più, esclusivamente amore. Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato? Sì, il Dio in cui crediamo è così. Immensa rivelazione per cui Gesù darà la sua vita.
Letture: Esodo 32,7-11.13-14; Salmo 50; 1 Lettera a Timoteo 1,12-17; Luca 15,1-32
Ermes Ronchi
Avvenire
Tutto il capitolo 15 del vangelo di Luca è dedicato a spiegare l’atteggiamento di Dio di fronte ai «perduti». Luca lo spiega raggruppando tre parabole di Gesù: la pecora perduta, la moneta perduta ed il figlio perduto (che chiamiamo «prodigo»), che nel commento si omette per ragioni di brevità. L’idea centrale di tutto il capitolo è che il Padre di Gesù non guarda ai peccatori come «perversi», ma li vede come «perduti», cioè come qualcosa di molto amato che si perde. Qualcosa che si ama tanto, si abbraccia, si festeggia quando lo si trova. Il Dio di Gesù non giudica, non rifiuta, non censura e non rinfaccia nulla a nessuno. Il Padre rivelato da Gesù comprende sempre, accoglie e si rallegra, a prescindere dal traviamento di chi si è perso.
Le religioni conservano e potenziano la loro autorità, facendo pressione sulle coscienze. Per questo utilizzano una strumento potentissimo: il peccato, presentato come «perdizione», come «perversione», come «traviamento» condannato e castigato da Dio. Per questo manipolano i «sentimenti di colpa», tormentano le coscienze e si servono persino di sentimenti magici, in relazione con ciò che è «contaminato», «impuro» e «sporco». Ed il peggio è che in terra ci sono rappresentanti di Dio e censori della religione che nelle società religiose hanno un potere molto forte. Un potere che esercitano per condannare, rifiutare, emarginare, escludere, anche cercando di far sì che i peccati siano anche delitti puniti dai pubblici poteri con leggi e pene e non esitando ad invadere la vita privata.
Gesù ha rotto con tutto ciò. È diventato amico dei peccatori e dei perduti, ha vissuto con loro e con loro ha condiviso tutto. Per questo ha tanto scandalizzato gli osservanti, ma anche per questo ha aperto orizzonti così grandi di speranza e di bontà.
p. José María Castillo
Il dialogo