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Consigli per un’omelia che risplenda di nobile semplicità

Alcune attenzioni teoriche e pratiche per comunicare la Parola agli uomini e alle donne del nostro tempo.

Riguardo alle preghiere, Gesù ammonisce: «non sprecate le parole» (Mt 6,7). Questa esortazione potrebbe essere fatta valere anche per le omelie. Il Vaticano II le ha definite parte della stessa liturgia, per le quali si chiede la massima fedeltà e un modo adeguato. Inoltre, considerando ciò che dice la Sacrosanctum Concilium relativamente ai riti in generale, esse dovrebbero risplendere per nobile semplicità, essere chiare per brevità, adattarsi alla capacità di comprensione dei fedeli senza il bisogno di molte spiegazioni. Queste indicazioni sono oggi rispettate?

Sul sito della rivista Munera, Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli esperto in liturgia, fornisce alcuni consigli da tenere sempre in considerazione. Le parole devono essere belle e il linguaggio rinnovato e capace di parlare agli uomini e alle donne del nostro tempo, perché anche questo veicola il messaggio. La durata dell’omelia deve essere in armonia con il resto della celebrazione, tenendo conto che, come afferma l’ordinamento generale del Messale romano, il vero culmine della liturgia della Parola sono le letture bibliche (in una funzione di un’ora essa non può protrarsi per venti minuti). Oltre a trasmettere un insegnamento e indicare un comportamento morale, l’omelia deve promuovere l’incontro tra Dio e il suo popolo nella vita di oggi, annunciando ciò che il Signore ha fatto e continua a fare per noi.

Poi, ci sono alcune attenzioni pratiche che possono aiutare a pensarla concretamente. Innanzitutto, secondo p. Ferrari il sacerdote dovrebbe utilizzare pochi “io” e molti “noi”, perché la predicazione liturgica non è il luogo nel quale comunicare personali teorie esegetiche o proprie sensazioni, ma un atto ecclesiale di ascolto ed esperienza della Parola da parte dell’assemblea celebrante. Poi, vanno usati pochi verbi imperativi o esortativi e molti indicativi, in quanto, soprattutto al giorno d’oggi, non occorre dire incessantemente che cosa bisogna fare, ma indicare la bellezza del Vangelo. Infine, un’omelia dovrebbe contenere poche parole e tanta Parola: nella sua brevità, deve attirare l’attenzione unicamente sulle Scritture.

Alla luce di tutto ciò, presiedere l’omelia necessita di una grande ascesi, che permette al ministero in senso lato di ricordarsi che si è servi. Chi è chiamato a farlo deve essere per primo uditore della Parola e deve seguire l’invito di Gesù a entrare nella propria camera (Mt 6,6). «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,10-11).

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