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È dal Cristo glorioso che fluisce la liberazione dal male

Nella sua pala, Raffaello congiunge la luminosa Trasfigurazione di Cristo alla drammatica vicenda del ragazzo epilettico.

I tre evangelisti sinottici raccontano la Trasfigurazione di Gesù da angolature differenti, narrando sia la cristofania su un monte innominato, identificato nel Tabor da un’antica tradizione secolare, sia la guarigione di un ragazzo epilettico ai piedi di quel monte (Matteo 17,1–20, Marco 9,2–29, Luca 9,28–43. Nella trasposizione pittorica eseguita da Raffaello, la tela viene infatti strutturata, seguendo il testo evangelico, come fosse un dittico. Nell’anno del cinquecentenario dalla morte del pittore urbinate, su Luoghi dell’Infinito mons. Gianfranco Ravasi dedica una riflessione a quest’opera dell’artista la cui breve ma intensa vita fu dominata dal lessico iconografico teologico.

«Due piattaforme sceniche sovrapposte animano, dunque, il dipinto di Raffaello. Esse, però, sono impostate prospetticamente a diversa gradazione. La Trasfigurazione è lassù, avvolta in un nimbo di luce trascendente, ove Cristo aleggia sospeso con le braccia aperte a croce, accompagnato ai bordi della mandorla luminosa da Mosè, simbolo della Legge, e da Elia, emblema della profezia, protesi in contemplazione, mentre ai piedi di Gesù, sul terreno della cima del monte, accecati e storditi sono accasciati a terra i tre apostoli testimoni Pietro, Giacomo e Giovanni.»

Raffaello lega così la vicenda della luminosa “metamorfosi” (tale è la parola originaria greca per indicare la Trasfigurazione) di Gesù e quella delle drammatiche convulsioni del ragazzo epilettico, la cui malattia era considerata, secondo un’antica concezione, opera di uno spirito maligno ed effetto della possessione diabolica. Mons. Ravasi consiglia una duplice modalità di visione. Per la scena alta e sublime, occorre ammirare il quadro a distanza, come se fosse un’epifania che dall’alto si apre allo sguardo della contemplazione mistica. Invece, per la tormentata e carnale scena inferiore è richiesta una visione ravvicinata, per cogliere le torsioni dei corpi e gli occhi sconvolti dei personaggi. Ma i due episodi non sono staccati come nei testi evangelici. Raffaello, infatti, li collega tramite dei gesti: alcune mani si levano verso Cristo trasfigurato. Anche il giovane lo indica con il braccio destro, al quale si aggiunge il braccio sinistro rivolto a terra, creando una sorta di croce a cui la malattia lo inchioda.

«Raffaello, in tal modo, va oltre la lettera del racconto evangelico che suppone una sequenza temporale staccata tra i due eventi, e vede tra di essi un rapporto causale di natura squisitamente teologica. È, infatti, dal Cristo glorioso, centro della storia della salvezza, che fluisce la liberazione dal male. Per questo egli unisce trascendenza e immanenza, eternità e storia, luce e oscurità, grazia e sofferenza, assoluto e caducità, divinità e umanità.»

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