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La diaconia delle donne nelle lettere di Paolo

Un giudizio sulle donne da ridimensionare, tra eguaglianza e reciprocità in Cristo con l’uomo e la configurazione delle prime comunità cristiane.

1. Un giudizio troppo negativo da ridimensionare

Il giudizio di misoginia, ovvero di repulsione o avversione per la donna, pesa sull’apostolo Paolo, a motivo di alcuni versetti delle sue lettere che ammoniscono le donne nelle assemblee liturgiche a coprirsi il capo con il “velo” o a tenere un’acconciatura adeguata (1Cor 11,5) e a non avere diritto di parola (1Cor 14,34-35; 1Tm 2,11-14), a pensare all’educazione delle giovani e a dedicarsi alla casa (Tt 2,3-5), a dare alla luce figli (1Tm 2,15), a stare sottomesse ai propri mariti, come la Chiesa è sottomessa a Cristo (1Cor 11,3.8-9; Ef 5,23; Col 3,18; Tt 2,5). Sono affermazioni che stridono con la nostra attuale sensibilità culturale (anche se oggi c’è più di un nostalgico misogino…); perciò hanno bisogno di essere collocate e comprese sia nel loro contesto socio-culturale, sia nel contesto delle lettere paoline e della fede biblica in genere, tenendo presente, per il contesto della fede biblica, il detto di S. Gregorio Magno: «La Scrittura cresce con chi la legge».  Crescendo in questa prospettiva, allora, si vedrà che il giudizio di misoginia nei confronti di Paolo non corrisponde esattamente alla sua mentalità, alle sue intenzioni e alla sua azione pastorale di cura delle comunità cristiane.

Certamente il contesto socio-culturale in cui visse Paolo è fortemente segnato dalla dominante patriarcale, androcentrica (l’uomo maschio al centro) e maschilista. Anche la sua formazione religiosa di ebreo appartenente al movimento dei farisei rimane rilevante, ma egli lo ha integrato con il suo impegno di rilettura delle S. Scritture – in particolare della Torah – e della stessa fede ebraica alla luce dell’evento Cristo. In ultimo, il suo essere celibe (1Cor 7,8) – questa l’opinione più attestata – non è certo una componente secondaria della sua personalità, bensì una dimensione carismatica che ha strutturato il suo stile di vita, il suo modo di essere e di agire, poiché Paolo vive la verginità nella condizione celibataria, non per imposizione o come fuga, bensì per una scelta di fede libera e consapevole, motivata dal fatto che nel Cristo Risorto il mondo futuro è già presente e noi tutti siamo in cammino verso Lui che viene verso di noi (1Cor 7,29.31.32). Ebbene, tenendo conto di tutto questo, si vedrà che Paolo, pur essendo figlio del suo tempo, in fondo – a motivo di Cristo – ha avuto rispetto per le donne e le ha pienamente coinvolte perché ha riconosciuto in loro sapienza e intraprendenza nell’annuncio del vangelo e nella cura pastorale delle comunità cristiane. Un tale atteggiamento, simile a quello di Paolo – dobbiamo riconoscerlo –, non è sempre facile riscontrarlo oggi nei nostri ambienti ecclesiali…

Ovviamente non si può ignorare che solo alcune lettere dell’epistolario paoline hanno Paolo come vero autore (a partire dal 50 d.C.: 1Ts, 1-2Cor, Gal, Rm, Fil, Fm), le altre (a partire dal 60-61ca d.C.: Col, Ef, 1-2Tm, Tt, 2Ts) sono state scritte da cristiani della prima e della seconda generazione che si rifanno all’autorevole magistero di Paolo, a volte attualizzandolo e a volte correggendolo lì dove – secondo loro – si è spinto troppo “in avanti”, com’è avvenuto proprio riguardo alle donne (Ef 5,23; Col 3,18; 1Tm 2,11-14.15; Tt 2,3-5). E accade, allora, che dal 50 fino al 60ca le comunità paoline, riguardo alle relazioni uomo-donna, assumeranno una configurazione dove la novità di Cristo e del suo Vangelo sarà più determinante rispetto ai condizionamenti religiosi e socio-culturali dell’epoca. E dal 60-61ca in poi la configurazione delle comunità attenuerà la novità evangelica, accentuando l’omologazione socio-culturale come fattore determinante riguardo ad una certa involuzione delle relazioni uomo-donna. Accostiamoci ora più da vicino alle lettere autorali di Paolo, considerando quei brani dove affronta alcune situazioni concrete che riguardano le donne e le coppie di sposi cristiane.

2. Eguaglianza e reciprocità in Cristo tra uomo e donna

Troviamo in Paolo un testo di capitale importanza, forse un frammento tratto dalla liturgia battesimale che egli ha inserito nella lettera indirizzata alle comunità cristiane della Galazia: «Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. [Questo significa che:] Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,27-28). Paolo qui pone l’attenzione sul battesimo – evento pasquale della nostra immersione in Cristo morto, sepolto e risorto – nel quale diventiamo nuova creatura (Gal 6,15), realizzando così in noi oggi, per dono gratuito di Dio, la Pasqua del Signore Risorto. Ora, il dono di essere diventati nuova creatura ci rende “uno” in Cristo, ovvero ci permette di vivere nell’unità in Cristo le differenze e le relazioni tra etnie e culture diverse (giudeo-greco), tra condizioni sociali diverse (schiavo-libero) e tra identità sessuali diverse (maschio-femmina, uomo-donna).

Certo, qui le differenze non sono annullate o negate (nemmeno quella schiavo-libero, a causa del forte condizionamento culturale), ma almeno non costituiscono più un motivo di divisione, anzi vengono recuperate (in particolare la relazione maschio-femmina, che evoca Gen 1,27) in una prospettiva di sostanziale parità e reciprocità, dove ognuno, rispettato nella sua alterità e differenza, nella sua pienezza esistenziale, è considerato un dono per l’altro e l’altro un dono per lui. Invece, ciò che l’essere “uno” in Cristo annulla e nega è la mondanità: l’indifferenza verso l’altro diverso da me, il disprezzo, la sottomissione, il dominio, l’emarginazione, l’esclusione e l’annientamento cinico dell’altro diverso da me. In una parola: ciò che viene annullato e negato è il “monoteismo dell’Io” eccentrico e narcisistico.
Molto probabilmente su questo principio cristologico dell’essere “uno” in Cristo si regolavano in modo nuovo e originale le relazioni tra donne e uomini nelle comunità fondate o evangelizzate da Paolo. Vediamole più da vicino, osservando come la novità del Vangelo si fa strada nei meandri dei vari condizionamenti socio-culturali.

3. La configurazione delle prime comunità cristiane paoline

Dal 50 d.C. fino al 60 ca d.C. le comunità paoline assumono la seguente configurazione riguardo alle relazioni uomo-donna.

a) Chiese domestiche

Nelle sue lettere Paolo menziona spesso donne e uomini perché costituiscono il nucleo essenziale delle prime comunità cristiane. Esse, infatti, assunsero la fisionomia di chiese domestiche. Bisogna tenere presente, che nel contesto civile e urbano dell’epoca la “chiesa” (ekklēsía) è l’assemblea politica in cui soltanto gli uomini avevano diritto di parola e di voto, alle donne spettavano soltanto responsabilità domestiche. Al riguardo ci fu chi, Aristofane, nel IV sec. in Grecia si fece portavoce delle rivendicazioni femminili. Comunque la storia registra anche alcune eccezioni, ovvero la partecipazione di donne all’attività forense, politica e religiosa, comprese le sinagoghe in epoca imperiale. Ritornando a Paolo, egli usa il termine “chiesa/ekklēsía” per denominare le comunità cristiane, ma non le omologa al modello di assemblea politica e neppure a quello di associazione culturale volontaria, cui partecipavano uomini e donne, schiavi e liberi, commercianti e protettori.

È significativo che Paolo al termine “chiesa” spesso associa quello di “casa” (oikía-oîkos), che designa più la famiglia che il luogo domestico. Infatti sovente Paolo scrive espressioni del tipo: «la chiesa che si riunisce nella casa di…» (1Cor 16,19: a Corinto e a Efeso; Rm 16,5: a Roma; Fm 1-2 e Col 4,15: a Colossi). Così la Chiesa, l’assemblea ecclesiale, che si riunisce in una casa, assume il nome della famiglia o della donna che la ospita. Le persone, donne e uomini, che partecipano all’assemblea ecclesiale delle comunità cristiane paoline appartengono in gran parte ai ceti meno nobili, compresi i liberti e gli schiavi, ma erano presenti anche commercianti, artigiani e benestanti. Ma c’è un’altra particolarità che caratterizza le comunità paoline: il termine più frequente di identificarsi non è tanto quello di “credenti”, bensì quello di fratelli e sorelle (Rm 1,13; 14,13; 16,20; 1Cor 1,10; Gal 6,10; Fil 3,13; 4,21; Fm 16). Questo denota la trasformazione evangelica delle relazioni interpersonali, orientate alla fraternità/sororità in Cristo, quindi alla condivisione della fede e dei beni, alla solidarietà per chi è nel bisogno (1Cor 16,1; Rm 12,13), alla vicinanza e cura dei più deboli e dei più fragili.

b) Identità e diaconia delle donne e delle coppie di sposi collaboratori di Paolo

Un altro tratto ancora qualifica le comunità paoline: la diaconia missionaria. Essa impegna personalmente non solo uomini, ma anche coppie di sposi e singole donne. Ci soffermiamo su queste, evidenziando la loro identità e diaconia. Febe (Rm 16,1-2). È denominata sorella, da intendersi nella fede, cioè credente, discepola di Cristo. È diacona della Chiesa di Cencre (porto di Corinto), ovvero esercita un servizio di evangelizzazione e anche di presidenza (Rm 16,2 →12,8) della comunità. Febe è una donna autorevole che ha partecipato alla dettatura della Lettera ai Romani, l’ha portata a destinazione, l’ha letta e spiegata all’assemblea di quella comunità. La coppia di sposi Priscilla e Aquila (Rm 16,3-4), lavorano nella fabbricazione di tende, come Paolo. In seguito all’editto di Claudio, emanato nel 49 ca d.C., che decretava l’espulsione dei giudei (Aquila era giudeo), furono costretti ad abbandonare Roma e ad andare a Corinto e a Efeso. Nella loro casa, sia a Roma (Rm 16,5), che a Corinto e ad Efeso (1Cor 16,19) ospitano la Chiesa. Si sono dedicano costantemente all’evangelizzazione della comunità. Maria (Rm 16,6) «ha faticato molto» per la comunità di Roma, cioè si è impegnata senza risparmio di energie per l’evangelizzazione.

La coppia di sposi Andronico e Giunia (Rm 16,7), giudei, sono qualificati da Paolo come apostoli alla pari dello stesso Paolo, cioè testimoni del Signore, in grado di comprendere e spiegare le S. Scritture, in particolare la Torah, alla luce di Cristo Gesù. Si ipotizza che proprio questa coppia di sposi, «insigni tra gli apostoli», abbiano fondato la comunità cristiana di Roma, con la collaborazione di Febe, di Maria, di Trifena e Trifosa «che hanno faticato per il Signore» nel servizio di evangelizzazione (Rm 16,12). Anche Perside è una donna che «ha faticato molto per il Signore» per l’evangelizzazione (Rm 16,12). Della madre di Rufo Paolo sembra indicarci il carisma di maternità spirituale (Rm 16,13). Di Filologo e Giulia (Rm 16,15), di Nereo e sua sorella (Rm 16,15) e di Olimpas (Rm 16,15) Paolo non ci offre indicazioni. Mentre di Evòdia e Sintìche (Fil 4,2-3), appartenenti alla comunità di Filippi, sottolinea il ministero dell’evangelizzazione quando afferma che «hanno combattuto per il Vangelo insieme con me, con Clemente e con altri miei collaboratori».

4. Situazioni particolari nelle chiese domestiche

a) Verginità e matrimonio

In 1Cor 7 Paolo è chiamato a pronunciarsi sulla scelta tra matrimonio e verginità vissuta nella condizione celibataria. Nei vv. 2-16 il problema riguarda la vita coniugale tra marito e moglie, nei vv. 25-40 l’opzione tra verginità vissuta nel celibato e il matrimonio. Questo problema era affiorato forse perché nella comunità cristiana di Corinto erano nate forme di ascetismo che tendevano a svalorizzare il matrimonio e le relazioni sessuali intra-coniugali. E considerando anche il contesto culturale del tempo, si deve notare che c’erano coloro che attribuivano un notevole valore al matrimonio (gli stoici) e coloro (i cinici) che avanzavano delle riserve quando l’essere sposati entrava in conflitto con il loro ideale filosofico. E non va dimenticato neppure il contesto religioso giudaico che, in obbedienza al comandamento divino di Gen 1,24 («l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unità a sua moglie, e i due saranno un’unica carne»), attribuiva quasi un valore assoluto al matrimonio. Come affronta il problema Paolo, lui che ha scelto come carisma, come dono di Dio la verginità nella condizione celibataria? Non contrappone, come forse ci saremmo aspettati, verginità a matrimonio, ma innanzitutto riconosce ad entrambi di essere un dono di Dio, un carisma, ovvero l’espressione esistenziale della grazia/gratuità di Dio (1Cor 7,7: «ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro»). Questo è il principio teologico che orienta tutta la sua riflessione.

Quindi, lui che è celibe per dono di Dio e che vorrebbe che tutti fossero come lui (1Cor 7,7), non svalorizza il matrimonio, ma gli conferisce dignità umana nel Signore, perché in Cristo siamo diventati nuove creature. Per questo il filo conduttore della sua considerazione sul matrimonio è la comunione di vita, la simbiosi reciproca, la dedizione reciproca tra marito e moglie, specialmente quando uno dei coniugi è credente in Cristo e l’altro non lo è. Ciò che rende diversa la verginità – vissuta nel celibato – dal matrimonio è l’evento escatologico dell’attesa del Signore e dell’incontro finale con Lui che viene, evento che relativizza tutto, tutte le nostre realizzazioni (1Cor 7,29-35). Come si potrà notare, Paolo punta sull’essenziale cristologico. Per questo considera la verginità vissuta nel Signore e il matrimonio vissuto nel Signore come due doni di Dio, due carismi. E anche per questo, riguardo al matrimonio mancano, forse intenzionalmente, i riferimenti alla procreazione dei figli come finalità esclusiva del matrimonio, alla sottomissione della moglie al marito e alla verginità celibataria come condizione migliore rispetto al matrimonio.

b) L’acconciatura dei capelli nella partecipazione alle assemblee liturgiche

È un altro problema cui è chiamato a risolvere l’apostolo Paolo (1Cor 11,3-16). Probabilmente si era verificato che alcune donne portavano i capelli corti, acconciatura sconveniente per la mentalità dell’epoca, poiché indice di ambiguità maschile, così come era sconveniente per un maschio farsi crescere i capelli al modo femminile. Paolo vuole conservare il buon costume nelle assemblee salvaguardando la distinzione senza confusione, anche per quanto riguarda la capigliatura, tra uomini e donne. Non sembra che proponga per le donne il velo, poiché non ricorre qui il termine che lo indica. Invece propone loro un’acconciatura dove la chioma scende intorno alle spalle a guisa di scialle, proprio come un velo (1Cor 11,5.15).

Questa preoccupazione pratica è finalizzata ad un valore più alto, ovvero a dare alle donne dignità e autorevolezza in Cristo – in Colui che è il Capo sia dell’uomo che della donna –, e specialmente a quelle donne che nelle assemblee sono state chiamate a svolgere il servizio di evangelizzazione, della preghiera e della profezia (1Cor 14). Non si parla quindi di sottomissione all’uomo, ma di autorevolezza della donna. Infatti Paolo scrive: «Per questo la donna deve avere sulla testa un segno di autorevolezza a motivo degli angeli» (1Cor 11,10). Si noti che la frase «a motivo degli angeli» molto probabilmente allude agli angeli (= messaggeri di Dio) della Risurrezione che conferiscono alle donne, che erano andate al sepolcro, il mandato di annunciare la Risurrezione del Signore. Esse così con questa autorevolezza si presentano agli apostoli per annunciare che Gesù Cristo è vivo, è Risorto (Mt 28,5-10; Mc 16,7-10; Lc 24.8-10; Gv 20,17-18).

c) Silenzio e sottomissione: una interpolazione dei “conservatori”

In 1Cor 14 Paolo insiste sul carisma della profezia, cioè dell’annuncio della Parola, della interpretazione e spiegazione di essa, accompagnata dalla esortazione e dalla preghiera. È un carisma importante e significativo per la crescita della comunità, che lui vorrebbe fosse esercitato da tutti, uomini e donne, con dedizione e cura. Ebbene, dopo tanta insistenza, sembra veramente strano lo spuntare nello stesso capitolo dei vv. 34-35, dove si impone alle donne di tacere nelle assemblee, di essere sottomesse e di farsi istruire dai mariti a casa propria se vogliono proprio imparare qualcosa, «perché è sconveniente per una donna parlare in pubblico». Si comprende che qui ci troviamo di fronte ad una interpolazione da parte di qualche “conservatore” – collocabile tra la prima e la seconda generazione delle comunità paoline – fortemente ostile alle aperture pastorali di Paolo. Infatti questi versetti stridono con tutto il cap. 14 e con tutta la prassi delle chiese domestiche pastoralmente curate da Paolo, il quale, come abbiamo visto, ha riconosciuto e favorito l’apertura della diaconia dell’evangelizzazione e della predicazione della Parola anche alle donne.

La Parola di Dio non è soggetta al monopolio di alcuni, ma è per tutti i credenti, comprese le donne, purché tutti, uomini e donne, vengano ben istruiti nella conoscenza delle S. Scritture e siano ben formati umanamente e spiritualmente. Questo ci insegna Paolo. E vale anche per il nostro tempo.

Fr. Egidio Palumbo
Mercoledì della Bibbia 2019, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

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