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Discorsi d’odio in aumento anche nel Sudest asiatico

Gli stati stanno cercando di affrontare il problema, ma talvolta le norme sono usate come strumento contro il dissenso.

Anche nel Sudest asiatico i discorsi d’odio sono in deciso aumento. Sempre più orazioni pubbliche e appelli contengono parole violente contro le minoranze etniche, religiose e culturali, le quali, purtroppo, trovano spesso ferventi paladini. Il caso della minoranza rohingya, in Myanmar, è il più eclatante. Il punto della situazione è stato fatto dall’Asia Centre, istituto di Bangkok che indaga lo spazio sociale e culturale di quest’area geografica. Il rapporto Discorsi di odio nel Sudest asiatico, Nuove forme, vecchie regole, che è stato analizzato dall’Agenzia Fides, distingue quattro forme principali del linguaggio d’odio che si sente al giorno d’oggi: contro gruppi etnici e religiosi; contro cittadini stranieri, migranti lavoratori e rifugiati; contro ideologia politica e valori; contro minoranze sessuali.

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Malaysia, Myanmar, Filippine e Singapore hanno introdotto nuove leggi o rivisto la legislazione in essere per affrontare il problema, con l’obiettivo di garantire l’armonia sociale, razziale o religiosa. Altri governi si sono impegnati ad applicare le leggi esistenti al fine di criminalizzare l’incitamento all’odio e mitigare le condizioni che potrebbero provocarlo, ad esempio sorvegliando i social network. Gli stati dell’ASEAN, l’associazione delle nazioni del Sudest asiatico (ad eccezione di Brunei, Malaysia e Myanmar), hanno firmato la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, impegnandosi così a eliminare la discriminazione razziale e a promuovere la comprensione tra comunità.

Ma, come sempre, la questione riguarda soprattutto la modalità di applicazione delle norme. In Myanmar, il magazine “Irrawaddy” ha scritto che le leggi nazionali contro il linguaggio d’odio sono state più volte utilizzate per colpire e imprigionare i critici del nazionalismo buddista e dell’estremismo religioso. In Indonesia, l’avvocato e attivista cattolico Robertus Robet, docente di sociologia all’Università statale di Jakarta, l’anno scorso è stato arrestato e poi rilasciato (ma non prosciolto) per aver criticato l’esercito: le sue parole contro la presenza di militari in servizio in ministeri e agenzie governative sono state ritenute un incitamento all’odio.

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