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Diventare ricostruttori di fraternità

Dopo il Covid-19 diventeremo migliori? Una serie di riflessioni per una nuova immaginazione del possibile. Parte IV.

Ogni evento catastrofico porta con sé un senso di smarrimento, di sfiducia, di impotenza, ma accanto a queste prime reazioni subito dopo si fa strada l’invito a rialzarsi, a ripartire, a rinascere, a ricostruire. Si tratta di una serie di verbi, che vorrebbero spingere quanti sono stati coinvolti nella catastrofe a non fermare lo sguardo sulle proprie ferite, ma a saperlo alzare per immaginare un futuro possibile. Prima di addentrarci sul senso da dare al termine “ricostruire” così come emerge dall’ascolto del profeta Isaia, mi sembra opportuno chiederci per quale ragione la storia umana si presenti come una serie di catastrofi e di ricostruzioni, di ascese e di cadute. Il profeta Geremia, che si accingeva a vivere un’esperienza traumatica per la durezza del suo popolo, si sente dire dal Signore: «Vedi oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere ed abbattere, per edificare e piantare» (Ger 1,10). In queste parole del Signore l’azione dell’edificare e del piantare segue a quella della demolizione e della distruzione, come se l’una sia impossibile senza l’altra. Tutto questo ci porta a chiederci quale nesso intercorra tra i due momenti.

1. La tentazione dell’hibrys/superbia: ovvero il mito di Prometeo

Nella traduzione greca della LXX il termine hibrys viene usato per tradurre una serie di parole ebraiche, che hanno a che fare con superbia, arroganza, disprezzo violento degli altri. Essa, cioè, sta ad indicare quella istintiva volontà degli uomini di innalzarsi, di ergersi al di sopra degli altri, di dilatare il più possibile il proprio potere anche a costo di una violenza inaudita. Fin dalle prime pagine la Scrittura ci testimonia come quell’Adamo, quell’umanità uscita dalle mani di Dio e dotata di una libertà di scelta ben presto è tentata di superare i limiti della propria creaturalità. Nel libro della Genesi è detto: «l’uomo (l’adam) con sua moglie si nascose dalla presenza del Signore» (Gen 3,8). Quest’azione del nascondersi e quindi del rifiutarsi allo sguardo di Dio sta ad indicare il suo modo di interpretare la propria libertà. Essa, invece di essere intesa come appello alla propria responsabilità, è vissuta come negazione di ogni dipendenza e come spinta incessante a superare tutti quei limiti, che tendono a frustrare il suo esercizio.

Nel racconto della tentazione viene detto che il serpente suggerisce ad Eva la possibilità di una conoscenza ancora più vasta tanto da poter «essere come Dio» (Gen 3,5). Il tema della hybris/superbia è strettamente legata a quello della conoscenza, in quanto fonte principale di potere. Da qui il grande interrogativo, che attraversa tutta la storia umana: fin dove può essere spinta la conoscenza umana? Per tentare di rispondere a questo interrogativo trovo interessante la pagina biblica che parla della storia di Babele. La prima cosa che emerge da questo racconto è la grande inventiva degli uomini, che sono capaci, grazie alla loro iniziativa, di svincolarsi dalla dipendenza dalla natura. Dice il testo: «Essi si dissero l’un l’altro: Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco. Il mattone servì loro da pietra ed il bitume da malta» (Gen 11,3). Essi hanno acquisito una capacità tecnica tale da poter affrontare una costruzione senza dover trasportare dei grandi pesi. Esso è il segno di come l’uomo possa vincere con la tecnica quella barriera che la natura sembra frapporgli.

Questo crescere dell’umanità nella conoscenza delle proprie capacità e della stessa natura porta con sé un desiderio infinito di ingrandimento e di innalzamento, per cui non suscita alcuna meraviglia che il testo prosegua dicendo: «Poi dissero: Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Poter toccare il cielo esprime chiaramente questa insaziabile sete dell’uomo di superare i propri limiti, convinto sempre più che la propria onnipotenza è davvero sconfinata. Chi pretende di ragionare in questo modo scivola pericolosamente nel delirio di onnipotenza con tutte le conseguenze catastrofiche che tutto questo porta con sé.

Il racconto di Babele sta lì a ricordarci come l’umanità sia capace di compiere dei progressi stupefacenti, ma ci ricorda anche che l’acquisizione di una nuova conoscenza e l’elaborazione di sofisticate tecnologie, se da una parte accrescono il potere dell’uomo, dall’altra lo conducono per la china pericolosa di quell’hibryis/superbia, che non sembra sopportare alcuna limitazione. In questa logica del progresso illimitato e dell’accrescimento del proprio potere, spinto fino al massimo possibile, è inevitabile che la storia umana si presenti come un susseguirsi di imperi con le loro ascese e le loro cadute a somiglianza delle onde del mare con il loro innalzarsi ed il loro ricadere.

2. L’idolatria delle cose e la necessaria decostruzione

Accanto al bisogno di accrescere il proprio potere l’umanità è sempre tentata di idolatrare i propri manufatti, le proprie costruzioni nel tentativo di rendere eterna la propria presa sul mondo e sugli altri. Ogni cenno di cambiamento è considerato come un attentato all’ordine costituito. È certamente innegabile che qualsiasi realtà umana per poter operare ha bisogno di strutture e di varie costruzioni, ma tutto questo, se ritenuto immutabile, diventa un freno ed un ostacolo per un profondo cambiamento sociale. Negli Atti degli Apostoli il diacono Stefano nel suo discorso rivolto al sinedrio ci tiene a ricordare che: «l’Altissimo non abita in costruzioni fatte da mano di uomo» (At 7,48), perché, in effetti, Dio è vita e la vita non è comprimibile dentro le misure umane. Ogni qual volta si è tentati di idolatrare un sistema politico o economico, ogni qualvolta un popolo è tentato di rinserrarsi dentro confini identitari, negandosi all’incontro con lo straniero, avviene una mortificazione della vita, ma allo stesso tempo si mettono in movimento delle spinte, che tendono a rompere argini e costruzioni di ogni tipo.

Laddove un sistema di potere o una qualsiasi forma di essere Chiesa si ritengono immodificabili, proprio lì diventa quanto mai necessario l’opera di de-costruzione. Questa opera di demolizione può essere condotta da quanti si sono resi conto che queste strutture non rispondono per nulla al servizio della vita, ma sono rivolte piuttosto alla conservazione del potere e all’incremento dei propri profitti. Oggi a far cadere i vari idoli che governano la vita sul pianeta è stato sufficiente un microscopico virus, che ha avuto la forza di mettere in crisi assetti ideologici in tema di economia e di finanza considerati immodificabili. Certamente non può essere sottaciuto che non esiste caduta, che non porti con sé un carico di dolore, ma è altrettanto vero che la frantumazione degli idoli può portare ad un’apertura e ad una disponibilità ad accogliere un futuro che non sia programmato da noi.

3. Dentro la catastrofe l’affiorare della salvezza di Dio

La lettura della storia nelle sue grandi linee non lascia molto spazio alle illusioni, perché tutto sembra procedere di fallimento in fallimento. Lo stesso libro della Scrittura sembra confermare questo andamento della storia. Per questo è sufficiente accostare il libro dei Giudici, dove ad ogni cambio di generazione la conclusione sembra essere sempre la stessa: «Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore» (Gdc 3,7; 6,1; 10,6). Si ha l’impressione che uomini e donne di ogni tempo siano abitati da quella pulsione, che li porta inevitabilmente a ripetere gli errori del passato. Dietro a tutto questo bisogna riconoscere che c’è in gioco tutto il grande dramma della libertà dell’uomo, che in teoria richiederebbe un sapiente discernimento, ma di fatto tutto questo avviene ben di rado, perché l’uomo si lascia guidare con molta facilità dalla logica del potere o della paura.

Il tema della libertà trascina con sé il problema della Provvidenza di Dio e di come Egli nel concreto possa intervenire nella storia degli uomini. A voler tentare di rispondere a questo interrogativo ci può essere di valido aiuto tutta la riflessione profetica, che non ha mai smesso di sottolineare come Dio accompagni con pazienza le vicende umane e non si stanca mai di riprendere l’iniziativa. Dove tutto sembra perduto e la realtà non sembra offrire un qualche spiraglio di speranza, proprio lì in modo inaspettato dice il profeta Isaia: «un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici» (Is 11,1). Nel commentare il libro del profeta Isaia p. Pino Stancari non si stanca di sottolineare che nella visione di Isaia la salvezza non si pone dopo la catastrofe, ma avviene dentro di essa. Egli così scrive: «L’opera di Dio avviene proprio nel contesto di questa storia umana, che è la storia del nostro popolo, la storia della mia generazione, drammatica com’è fino alla catastrofe. La salvezza non sta in alternativa alla catastrofe. […] Essa si realizza all’interno della catastrofe nella quale siamo coinvolti: quella catastrofe nella quale precipitiamo e della quale siamo responsabili».

Il profeta Isaia resta un uomo profondamente impegnato nell’ascolto della Parola del Signore ed a partire da questo ascolto egli può cogliere quanto Dio sia capace di operare in coloro che sperimentano il trauma di una caduta o del venir meno delle proprie pretese. Paradossalmente quella condizione di prostrazione, che fa piazza pulita di ogni presunta autoreferenzialità, costituisce la porta di accesso, perché la Parola di Dio trovi una sua risonanza nel cuore dell’uomo. Soltanto un cuore frantumato è in grado di percepire quella Voce, che nel silenzio delle parole umane continua a chiamare l’umanità alla vita ed a saper generare vita attorno a sé.

Nel riflettere sul disastro di Auschwitz e di quanto è legato a tutto il fenomeno della shoah, A. Neher ha la forza di poter dire: «Ora dal fallimento di Auschwitz è scaturita la speranza… pienamente umana, raccolta e conservata per il giorno X del nostro smarrimento. Non di qualsiasi speranza, ma di quella ebraica, colta nel bel mezzo del fallimento, la speranza di Geremia, che nel crollo caotico del mondo vede improvvisamente sorgere la Genesi, ma una Genesi che non sarebbe all’inizio, ma alla fine, un sogno verso l’Avanti, un incessante ritorno al Futuro, una speranza-sfida, perché ha la sua radice in una delle nozioni più spaventose inventate dalla terribile e dura logica della teologia ebraica: la libertà dell’uomo». Questa libertà, che si traduce in un’assunzione di responsabilità, viene sollecitata da quella Voce, che parla nel segreto del cuore, nella sua profondità e che sollecita ogni uomo ed ogni donna ad intraprendere un vero cammino di conversione, che faccia sì che la storia umana trovi una sua illuminazione, trasfigurandosi in una storia di salvezza.

4. L’impegnativa, ma esaltante fatica, del «riedificare le rovine antiche» (Is 58,12)

Il terzo libro del profeta Isaia è attribuito di fatto ad un personaggio anonimo, indicato come Trito-Isaia, che alla scuola del grande profeta è capace di accompagnare ed illuminare il ritorno in patria dall’esilio di quanti erano stati deportati a Babilonia. Egli si trova ad affrontare un momento di grande delusione, perché quanti avevano accolto l’invito a ritornare in Israele, portando con sé sogni e speranze, alla resa dei conti si sono ritrovati con una ricostruzione molto lenta e, soprattutto, con un contesto sociale sfilacciato e fondato sulle disuguaglianze. Coloro che dovevano porsi come guida ed esempio, sono proprio coloro che hanno fatto della corruzione e del cinismo il loro stile di governo. Questa è l’amara constatazione del profeta, che dice: «Ma questi cani avidi, che non sanno saziarsi, sono i pastori che non capiscono nulla. Ognuno segue la sua via, ognuno bada al proprio interesse, senza eccezione» (Is 56,11). L’innegabile presenza delle rovine di Gerusalemme costituisce un appello silenzioso, perché la città possa tornare ad essere un grembo che accoglie e nutre tutti i suoi figli. Accanto a questa voce silenziosa che sale dalle rovine di Gerusalemme si accompagna quella del profeta, che nel nome del Signore invita tutti ad un vero cammino di conversione.

Per questo profeta della ricostruzione la prima decisione da prendere è quella di uscire da un vuoto ritualismo, che sembra essere finalizzato a consacrare lo stato di ingiustizia e di indifferenza per la condizione dell’altro. Come inviato del Signore egli avverte dentro di sé una spinta a non tacere, ma «grida a squarciagola, non avere riguardo, alza la voce» (Is 58,1). Si tratta di smascherare la menzogna, che regola i rapporti sociali per imboccare quella strada che sola può condurre davvero alla riedificazione di Gerusalemme. La strada che egli indica è molto chiara: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste, forse, nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?» (Is 58,6-7). La vera opera di ricostruzione non è tanto quella materiale, ma quella che tocca il tessuto sociale, per cui ogni cittadino possa sentirsi coinvolto in una serie di legami, che rendano possibile il vivere insieme. Le rovine materiali sono spesso lo specchio che riflettono quanto si agita nel cuore umano.

La ricostruzione, la ripartenza sono rese possibili dove ognuno accetta di aprirsi al bisogno dell’altro, impara a condividere il pane e, quindi, anche la vita con chi gli sta accanto. Chi agisce in questo modo è come se accendesse un raggio di luce attorno a sé, tanto che il profeta può dire: «Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito ed il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (Is 58,9-10). Il mondo riacquista luminosità, perché c’è qualcuno che ha ben compreso che il segreto della vita è nascosto nell’umile gesto del condividere e dello spezzare il pane. Le parole del Trito-Isaia sono valide anche per noi, che siamo alle prese con il disastro provocato dalla pandemia, ma anche con la delusione nei confronti di una società, che stenta a rimettere in discussione il proprio stile di vita. Le rovine provocate dal virus non si rimettono in piedi facendo soltanto ripartire le fabbriche, ma si tratta di rimettere in discussione cosa produrre e come tutto questo vada fatto ed allo stesso tempo di rinnovare profondamente i rapporti sociali, in modo tale che le disuguaglianze invece di approfondirsi vengano attenuate.

5. In cammino verso la Gerusalemme che viene incontro a noi

L’azione del ricostruire o del ripartire deve affondare le sue radici su una conversione che interessando il cuore, sia capace di ribaltare le finalità che un paese vuole conseguire. Un vero cambiamento di mentalità richiede l’urgente abbandono della logica neo-liberista, che pone al di sopra di tutto la moltiplicazione del denaro da raggiungere con tutti i mezzi. In questa pseudo-cultura che pone la politica al servizio della grande finanza e dei grandi monopoli non c’è più posto per salvaguardare la dignità della persona umana. Diventare ricostruttori di fraternità smetterà di essere una semplice utopia nel momento in cui la persona umana assume il suo posto di valore assoluto non barattabile con altri scopi o interessi. Fino a quando la produzione di beni e servizi è finalizzata a soddisfare i bisogni di chi detiene i vari poteri, allora non c’è spiraglio alcuno perché i bisogni veri, quelli delle persone in carne ed ossa trovino una loro soddisfazione.

Il Terzo-Isaia guarda alla città di Gerusalemme come ad un vero luogo sacramentale, perché essa, nonostante tutti i fallimenti, porta in sé la vera vocazione dell’umanità, chiamata a riscoprirsi come unica famiglia umana, composta da fratelli e sorelle, che fanno della pace, dello ‘shalom’ la loro vera ragione di vivere. Contemplando le rovine di Gerusalemme, che richiamano alla memoria gli eventi della catastrofe, il profeta non può fare a meno di cogliere la provocazione costituita dalle mura abbattute. Paradossalmente la città si presenta come uno spazio totalmente aperto, pronto ad accogliere il pellegrinaggio di tutte le genti e così egli può gridare ad essa: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te» (Is 60,1).

Nel commentare questo brano p. Pino Stancari dice: «Gerusalemme si sveglia, perché è raggiunta da quel raggio di luce, che già fa di questa città un punto di riferimento per coloro che giacciono nelle tenebre. Tutti potranno riconoscerlo per orientarsi. I popoli sono in marcia, mentre ancora sono nelle tenebre». Le rovine di Gerusalemme raggiunte dalla luce del Signore parlano già della nuova Gerusalemme, che si presenta come vera meta finale di tutta la storia umana. Essa è la vera città di tutti coloro che hanno imparato a riconoscersi come fratelli e sorelle e che la città con la sua ospitalità è pronta ad accogliere. Essa è pronta ad includere ogni popolo ed ogni persona nella consapevolezza che la presenza del diverso aggiunge altra ricchezza alla vita della città, perché nessuno può essere considerato un esubero o un semplice scarto.

Così il profeta può contemplare il risveglio di questa Gerusalemme, che si alza per accogliere ogni pellegrino e la vede come una realtà dalle porte aperte: «Le tue porte saranno sempre aperte, non si chiuderanno né di giorno, né di notte, per lasciare entrare la ricchezza delle genti» (Is 60,11). Questa stessa visione è ripresa da Giovanni nel libro dell’Apocalisse, dove la caduta della città di Babilonia prelude alla discesa della Gerusalemme nuova, la città trasparente, luminosa e dalle porte aperte (cf. Ap.21,1-4). Il nostro ripartire di oggi non può fare a meno di questo sguardo profetico, che ci permette di intravvedere un diverso modo di ricostruire il nostro paese, dove il valore della persona umana e la difesa del bene comune diventano elementi essenziali della convivenza sociale.

Gregorio Battaglia
Mercoledì della spiritualità 2020, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

Leggi qui le altre parti della serie di riflessioni Dopo il Covid-19 diventeremo migliori?

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