Domenica della Santissima Trinità

Anno A

Letture: Esodo 34,4b-6.8-9; Daniele 3,52-56; Seconda Lettera ai Corinzi 13,11-13; Giovanni 3,16-18

 

Il dialogo tra Gesù e Nicodemo avviene di notte: sono parole sussurrate, dette sottovoce, rivolte a chi non ha certezze, ma solo domande brucianti, che valgono il peso di tutta una vita. Li vedo quasi, Gesù e Nicodemo, a parlare fitto, piano per non svegliare gli altri, protesi l’uno verso l’altro come si fa quando si ama, quasi a scambiarsi parole d’amore.

E lancia, Gesù, negli occhi assetati di Nicodemo, i messaggi di un Dio innamorato, di un Dio che non se ne sta lì a condannare, a pesare gli errori e le colpe, ma a sostenere, a rialzare, a salvare. Perché ama tutto il possibile, Lui, il filo d’erba e la goccia d’acqua, il cucciolo d’animale e l’albero maestoso, l’aria sottile e il colore del fiore: ama il mondo, questo mondo che è anche stravolto, sfregiato, a volte ottuso come i figli che lo abitano.

E amarlo non vuol dire condannarlo o giudicarlo senza appello, ma salvarlo sempre e comunque, come farebbe una mamma con un figlio scavezzacollo, come fa quel padre con quel figlio troppo allegro e sicuro di sé. Non ama perdere Dio. Che si tratti di pecore, monete, figli, Lui non si rassegna: troppo grande la vita, troppo infinita per lasciare indietro, dimenticare, far scivolare via. Non ama gli sprechi questo Dio, tutto è prezioso, tutto rientra nel flusso ininterrotto d’amore.

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Don Luigi Verdi

 

Quanto bene ci fanno le parole di Gesù a Nicodemo riportate da Giovanni nel suo Vangelo: Dio ha mandato il suo figlio unigenito non per condannarci, ma per salvarci! e questa promessa non riguarda solamente il giorno del Giudizio, ma io credo che si riferisca anche alla nostra vita quotidiana. Noi sentiamo i nostri giorni minacciati dai tragici eventi mondiali, dalle guerre e dalle follie di uomini di potere sconsiderati.

Ma spesso sentiamo anche un’ombra scura che ci avvolge e ci intristisce. I pensieri prendono la strada della desolazione, della sconfitta, dell’amarezza, una strisciante depressione ci fa chinare gli occhi a terra, ci fa percepire tutta la nostra inadeguatezza. Ogni giorno può trasformarsi in una sconfitta, e i giorni si susseguono e la speranza si affievolisce. Ecco, d’improvviso poche righe del Vangelo ci rassicurano, aprono le finestre sull’azzurro della mattina, accendono il giorno di una luce nuova.

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Marco Lodoli

 

Il vangelo afferma che “così Dio amò il mondo, che diede il suo unigenito Figlio” (Gv 3,16). Letteralmente, questo è l’inizio del nostro testo evangelico. Che sottolinea la modalità dell’amore di Dio. Come dunque Dio amò? Amò donando. Non prendendo per sé, non facendo suo, non impossessandosi, ma donando. Il verbo amare è spesso usato da noi nel senso di ambire a possedere, voler fare nostro. Dio ama donando. E cosa diede Dio? Non un oggetto, ma il Figlio.

Donando il figlio, il padre mette a rischio il proprio essere padre. Il dono vero è rischio di sé. È rischio mortale che arriva a dare vita ad altri. Il vero dono è il donatore stesso. Ogni altro dono che sia meno di questo è un dono inadeguato. Dunque, Dio ama donando se stesso. Ancora: come Dio amò? Quel “Così” sottolinea la continuità del dono di Dio con il gesto che fece Mosè nel deserto innalzando il serpente nel deserto. Siamo rinviati ai versetti che precedono immediatamente il nostro testo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15).

C’è una modalità dell’amore di Dio che si declina come fedeltà: fedeltà di Dio al popolo con cui si è legato in alleanza, fedeltà alla storia condotta con il popolo, fedeltà al suo Nome in cui la misura della misericordia sovrasta di gran lunga la misura del giudizio (cf. Es 34,7). Si tratta di fedeltà al popolo infedele e di amore per il popolo che non vi corrisponde: la fedeltà e l’amore di Dio diventano il suo impegno, la sua responsabilità nei confronti degli uomini peccatori.

Solo così l’amore di Dio è davvero per il mondo, per l’umanità tutta, per ogni uomo. E solo così il suo amore, unilaterale e incondizionato, non condanna, ma salva. Dunque l’amore con cui Dio amò è fatto di fedeltà e di responsabilità. E sottolineo la forma verbale: amò. Si tratta di un’azione puntuale svoltasi storicamente in un preciso momento storico. L’amore ha forma storica, concreta.

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Fratel Alberto