Letture: Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14- 27,66
Un bacio e un gallo, Giuda e Pietro: due uomini, due fragilità, due tradimenti. Il tradimento è per chi è vicino: i nemici non tradiscono, piuttosto colpiscono, sorprendono, assaltano. Tradisce invece l’amico, l’amante, chi ci è affettivamente vicino. Nella stessa notte, a poche ore di distanza l’una dall’altra si consuma l’amicizia, si disperde nei rivoli di un calcolo e di una paura. Giuda era un discepolo, un chiamato, non un infiltrato, non una spia che si era intrufolata, ma uno che con Gesù aveva scommesso la sua vita, che aveva camminato con lui sulla polvere delle strade, che aveva ascoltato le sue parole di tenerezza. E tradisce con un bacio.
Perché proprio un bacio? poteva indicare Gesù con un dito, gridare a voce alta il suo nome, prenderlo per un braccio: ha scelto un bacio, ha scelto un gesto di affetto, di vicinanza. Pietro invece prende le distanze: “Non lo conosco”, mentre Giuda si avvicina, Pietro si allontana. Due uomini, due libertà, due modi diversi di spezzare un legame.
L’uno per calcolo, l’altro per paura. L’uno perché convinto di sapere meglio di Gesù come dovevano andare le cose, l’altro per il terrore di finire anche lui arrestato. L’uno presuntuoso, l’altro codardo.
Clicca qui per continuare a leggere questo commento su Avvenire
Don Luigi Verdi
Gesù si consegna all’amore del Padre e all’odio degli uomini ed è interessante che in questo brano dell’ingresso a Gerusalemme Gesù è soggetto solo all’inizio nell’indicare ai due discepoli ciò che devono fare (vv.2-3), poi “entra” in una passività che lascia fare ai discepoli, alle folle e… a due bestie, un’asina e il suo puledro, che lo portano! La folla grida, Gesù tace; la folla si agita, stende mantelli, taglia rami, Gesù sta seduto su un’asina ed entra mite, silenzioso nella città in agitazione. Viene da chiedersi: chissà cosa pensava Gesù in quel momento, in mezzo a quel caos festoso di cui conosceva la fragilità, l’inconsistenza, tanto da dichiarare poco più avanti, uscendo dal Tempio: “Non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”, usando le stesse parole che oggi sono sulla bocca di chi lo accompagna.
Gesù sapeva benissimo che non sempre ciò che dichiariamo con le labbra corrisponde a ciò che portiamo nel cuore, lo sapeva perché l’aveva già detto il Signore per mezzo del profeta Isaia. “Questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me” (Is 29,13); lo sapeva per esperienza e per quello sguardo che coglieva ciò che abita il cuore… per questo probabilmente non si era illuso in mezzo a quelle acclamazioni, le aveva sì accolte, ma come profezia di ciò che avverrà a lui come era avvenuto a tanti profeti rigettati dal popolo a cui erano stati inviati.
Gesù accoglie e lascia fare: questi due movimenti sono stati i suoi fin dall’inizio del suo cammino in mezzo a noi, perché egli accoglie la volontà del Padre e lascia che si compia ogni giustizia, ma accoglie anche tutti coloro per cui è venuto, siano essi amici o nemici, sani o malati, poveri o ricchi, indifesi o potenti, e lascia fare, lascia emergere la risposta di ciascuno al suo amore incondizionato e gratuito, amore fino alla fine, fino al dono di sé sulla croce.
Anche noi accogliamo questi giorni santi e lasciamo che si compia, grazie al Figlio, il disegno di salvezza del Padre.
Clicca qui per continuare a leggere questo commento su Monastero di Bose
Sorella Ilaria
Entriamo nella santa Settimana, nei giorni supremi della storia e della fede. Qui la liturgia rallenta, ci accompagna con calma, quasi ora per ora, negli ultimi giorni di Gesù: dall’entrata in Gerusalemme fino alla corsa di Maria di Magdala al mattino di Pasqua, quando anche la pietra si veste di angeli e di luce.
La cosa più bella da fare in questi giorni è stare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso. I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza (D. Bonhoeffer).
Gesù entra nella morte e sale sulla croce per essere con me e come me. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo crocifisso. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte. La croce è l’abisso dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.
Io cercatore trovo qui la vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.
Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato una falsa idea di Dio. L’amore scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna. Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento. Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, come il centurione, come il ladro buono, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio.
Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo. Qualsiasi uomo, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no. Non scende perché i suoi figli non lo possono fare. L’ha capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: Costui era figlio di Dio.
Clicca qui per continuare a leggere questo commento su Convento S.Maria del Cengio
p Ermes Ronchi
Domenica delle Palme
Anno A
Letture: Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14- 27,66
Un bacio e un gallo, Giuda e Pietro: due uomini, due fragilità, due tradimenti. Il tradimento è per chi è vicino: i nemici non tradiscono, piuttosto colpiscono, sorprendono, assaltano. Tradisce invece l’amico, l’amante, chi ci è affettivamente vicino. Nella stessa notte, a poche ore di distanza l’una dall’altra si consuma l’amicizia, si disperde nei rivoli di un calcolo e di una paura. Giuda era un discepolo, un chiamato, non un infiltrato, non una spia che si era intrufolata, ma uno che con Gesù aveva scommesso la sua vita, che aveva camminato con lui sulla polvere delle strade, che aveva ascoltato le sue parole di tenerezza. E tradisce con un bacio.
Perché proprio un bacio? poteva indicare Gesù con un dito, gridare a voce alta il suo nome, prenderlo per un braccio: ha scelto un bacio, ha scelto un gesto di affetto, di vicinanza. Pietro invece prende le distanze: “Non lo conosco”, mentre Giuda si avvicina, Pietro si allontana. Due uomini, due libertà, due modi diversi di spezzare un legame.
L’uno per calcolo, l’altro per paura. L’uno perché convinto di sapere meglio di Gesù come dovevano andare le cose, l’altro per il terrore di finire anche lui arrestato. L’uno presuntuoso, l’altro codardo.
Clicca qui per continuare a leggere questo commento su Avvenire
Don Luigi Verdi
Gesù si consegna all’amore del Padre e all’odio degli uomini ed è interessante che in questo brano dell’ingresso a Gerusalemme Gesù è soggetto solo all’inizio nell’indicare ai due discepoli ciò che devono fare (vv.2-3), poi “entra” in una passività che lascia fare ai discepoli, alle folle e… a due bestie, un’asina e il suo puledro, che lo portano! La folla grida, Gesù tace; la folla si agita, stende mantelli, taglia rami, Gesù sta seduto su un’asina ed entra mite, silenzioso nella città in agitazione. Viene da chiedersi: chissà cosa pensava Gesù in quel momento, in mezzo a quel caos festoso di cui conosceva la fragilità, l’inconsistenza, tanto da dichiarare poco più avanti, uscendo dal Tempio: “Non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”, usando le stesse parole che oggi sono sulla bocca di chi lo accompagna.
Gesù sapeva benissimo che non sempre ciò che dichiariamo con le labbra corrisponde a ciò che portiamo nel cuore, lo sapeva perché l’aveva già detto il Signore per mezzo del profeta Isaia. “Questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me” (Is 29,13); lo sapeva per esperienza e per quello sguardo che coglieva ciò che abita il cuore… per questo probabilmente non si era illuso in mezzo a quelle acclamazioni, le aveva sì accolte, ma come profezia di ciò che avverrà a lui come era avvenuto a tanti profeti rigettati dal popolo a cui erano stati inviati.
Gesù accoglie e lascia fare: questi due movimenti sono stati i suoi fin dall’inizio del suo cammino in mezzo a noi, perché egli accoglie la volontà del Padre e lascia che si compia ogni giustizia, ma accoglie anche tutti coloro per cui è venuto, siano essi amici o nemici, sani o malati, poveri o ricchi, indifesi o potenti, e lascia fare, lascia emergere la risposta di ciascuno al suo amore incondizionato e gratuito, amore fino alla fine, fino al dono di sé sulla croce.
Anche noi accogliamo questi giorni santi e lasciamo che si compia, grazie al Figlio, il disegno di salvezza del Padre.
Clicca qui per continuare a leggere questo commento su Monastero di Bose
Sorella Ilaria
Entriamo nella santa Settimana, nei giorni supremi della storia e della fede. Qui la liturgia rallenta, ci accompagna con calma, quasi ora per ora, negli ultimi giorni di Gesù: dall’entrata in Gerusalemme fino alla corsa di Maria di Magdala al mattino di Pasqua, quando anche la pietra si veste di angeli e di luce.
La cosa più bella da fare in questi giorni è stare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso. I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza (D. Bonhoeffer).
Gesù entra nella morte e sale sulla croce per essere con me e come me. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo crocifisso. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte. La croce è l’abisso dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.
Io cercatore trovo qui la vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.
Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato una falsa idea di Dio. L’amore scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna. Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento. Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, come il centurione, come il ladro buono, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio.
Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo. Qualsiasi uomo, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no. Non scende perché i suoi figli non lo possono fare. L’ha capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: Costui era figlio di Dio.
Clicca qui per continuare a leggere questo commento su Convento S.Maria del Cengio
p Ermes Ronchi