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Gli effetti negativi della pandemia: l’esperienza dello sradicamento

Dopo il Covid-19 diventeremo migliori? Una serie di riflessioni per una nuova immaginazione del possibile. Parte I.

Nessuno ha ancora scritto la storia della tremenda esperienza del Covid-19 sulla specie umana. Né sappiamo – date le prospettive apocalittiche – se questa storia sarà mai scritta. Abbiamo chiacchierato tanto sul day after del disastro atomico, ma se la vita sulla Terra è tanto minacciata come si dimostra, non ci sarà un day after del fenomeno coronavirus, perché non ci sarà semplicemente vita. Dico questo estremizzando il pericolo, tuttavia nella piena coscienza che prevenzione, vaccino e cure mediche, pur necessari, non bastano per ascoltare fattivamente e responsabilmente il segnale di allarme che ci è stato dato dalla pandemia.  Sui fatti però, sui nudi fatti e sulla ripercussioni che quei fatti hanno avuto sull’umanità, possiamo dire qualcosa. Perché qualcosa ci ha semplicemente cambiati . I mutamenti che abbiamo già subito sono enormi, e sono diventati essi stessi un fatto di cui non possiamo non tenere conto. Dà un’idea la parola “sradicamento”?

Credo di sì e lo sa ogni bambino che ha perso una madre, un padre, che resta solo al mondo. Lo sa ciascuno di noi perché, in una manciata di mesi, ogni sicurezza è andata perduta. Quei valori che erano stati la stella polare del nostro umanesimo (cristiano e no), volatilizzati d’un tratto. Si pensi a conquiste come diritti umani, solidarietà, corresponsabilità, pietas, libertà… Impossibile oramai guardare la realtà con senso critico, perché semplicemente non conosciamo questa realtà. I potenti non dicono la verità su quanto accade, sulle sue cause, ma solo spezzoni confusi e incomprensibili per la massa dei non-iniziati. Non ci resta che affidarci alle opinioni degli influencer di professione, pur mostrandosi più confusi di noi, meno affidabili di noi, a volte sconcertanti. Come vivere in mezzo a stordimento, sbalordimento e sradicamento? È possibile un nuovo radicamento? […].

1. Dal “dovere” di vivere di paura alla inaffidabilità delle istituzioni. Uno sguardo al recente passato

Per decenni i mass media e il potere che stava loro dietro, ci avevano ripetuto con ritmi martellanti che dovevamo avere paura, che non avevamo sufficiente paura, che bisognava fare i conti col terrore alle porte, perché la nostra civile Europa stava subendo un cambio di popolazione, e che i migranti (soprattutto se musulmani) erano i veri vampiri del nostro cristianesimo, del nostro benessere e della nostra sicurezza. Ma verso gli inizi del 2020 l’attenzione si è spostata su un pericolo remoto e ben circoscritto: era in arrivo una pericolosa epidemia, nata in Cina ma aggressiva. Restavamo nell’ordine del diritto-dovere alla paura, ma con un oggetto ben preciso da temere. In fondo ci si poteva ancora salvaguardare, anche se la sorgente nera della paura era raddoppiata. Il nemico non era il solo migrante (già da tempo reso delinquente per reato di clandestinità) ma anche l’operosa, infinita e – soprattutto – lontanissima popolazione cinese.

Cominciammo a diventare nevrotici quando la paura divenne panico, sottofondo indistinto e malefico del cuore di fronte ad un incombente pericolo mortale da cui non si è in grado di prendere le distanze. Si sentì dalla OMS, a fin troppo chiare lettere, che non era in atto una epidemia, ma una pandemia, opera di un virus mai visto, inafferrabile, ingovernabile, e che nessuna nazione, ricca o povera che fosse, era in grado di garantire qualcosa. Virologi, funzionari della Protezione Civile, uomini di governo di tutto il mondo, più che ragionieri e notai del fenomeno non potevano essere. Se gli attacchi di panico già alla fine del secolo scorso erano diventati fenomeno di massa, ora il panico in persona – mi si passi l’espressione – cominciò a strutturare anche le persone sane, il loro comportamento, tanto che nessuno fu più come prima. Forse è esagerato parlare di mutazione antropologica, ma non troppo.

Per difenderci ci facemmo sedurre da slogan consolatori, come il celebre americaneggiante “Andrà tutto bene”, cantammo dai balconi la nostrana mediterranea gioia di essere ancora vivi, inneggiammo agli eroici angeli in camice bianco, ci dicemmo che una nuova vita attendeva il pianeta e l’uomo si apprestava finalmente ad essere saggio. Poi, già a maggio, le speranze palingenetiche del domani diverso dall’ieri, crollarono, e con esse le maschere del potere mondiale, di quel potere effettivo che dirige politica ed economia mondiale. Il potere era impotente. Eravamo tutti su una barca senza remi, senza bussola, tra le onde, come nel buio di cielo e terra in una notte senza stelle.

2. Un ventaglio di reazioni umane ad un fenomeno inedito. E noi comuni mortali come abbiamo reagito?

Noi restammo sconcertati, basiti, senza parole, di fronte a un potere che scoprimmo ignorante, cinico, testardo nel non volere ammettere che al Covid-19, tutto il sistema mondiale (quello del pensiero unico neoliberista globalizzato) aveva preparato una strada maestra per la capillare distruzione della vita. Sulla bocca del presidente di una grande nazione sudamericana fiorì una bestemmia che fa il paio con la bushiana guerra infinita: “Compito del mio governo non è salvare vite umane ma l’economia”. Possiamo dire che un beneficio il coronavirus lo ha portato all’umanità, oltre all’ovvio rimetterci coi piedi per terra e dirci che siamo “povere foglie frali” – come canta Leopardi – che non siamo onnipotenti. La pandemia ha svelato quei “segreti dei cuori”, che poi tanto segreti non erano: la governance mondiale non ha come scopo la vita da custodire e salvaguardare ma il trasferimento delle ricchezze del pianeta nella mani dell’1% della popolazione mondiale.

In vista di questo fine ben circoscritto, il potere ha conoscenze scientifiche tecniche, militari a non finire. Ha armi di ogni tipo (convenzionali, nucleari, batteriologiche, chimiche, …), ma non ha nessuna risposta alla richiesta di ogni nato di donna di avere diritto alla vita, sua e di ogni abitante del pianeta. Non è piacevole scoprirsi sradicati, appunto, senza radici, pedine di una infame partita a dama. Se prima si comprendeva che l’ordine sociale era assicurato dalla sottomissione al potere legittimo, ora ci si accorge che questo dogma è caduto, che “il re è nudo” ed è anche assassino. Siamo oggi a questo punto. Nulla ci è alle spalle, tutto è in corso, forse in rapida rincorsa, ma si impone la necessità di uscire dal panico se vogliamo che un minimo di logos rimanga sulla Terra. La pandemia, non solo per richiamo etimologico, ma anche, paradossalmente, perché figlia della globalizzazione, esigeva una risposta non solo totalizzante, sistemica, ma soprattutto universale.

Ben presto invece divenne un colossale affare finanziario, dunque spuntò come un fungo velenoso la caccia al vaccino, al trattamento efficace da brevettare, spuntò il segreto di stato, lo spionaggio scientifico-militare, la dichiarazione di una priorità della gente da salvare (i ricchi, i giovani, le Forze armate, i governanti?). “Dove c’è il cadavere lì si radunano gli avvoltoi” – diceva qualcuno che di natura umana se ne intendeva (Mt 24,28; Lc 17,37). A un principio innovatore che doveva essere di etica mondiale , si sostituisce così l’interesse economico di alcuni potentati farmaceutici, poi la possibile nuova supremazia di una nazione sulle altre, e vi si aggiunge il prestigio di un Centro di ricerca su ogni altro, che apre insperate piste di successo e gloria ad alcuni uomini di scienza, piuttosto fortunati nella lotta contro il tempo. Ora il punto è questo: il potere si è squalificato da solo quando ha dimostrato di non avere risposte per la salvaguardia della vita nella pandemia. Sorge una domanda: sarà la scienza a rilegittimare il potere? Sarà il potere a salvarci?

C’è da dubitarne perché una conoscenza scientifica (con indicazioni per cura adeguata e vaccino preventivo) in mano a un potere che da millenni è stato centrato sulle cose e non sulle persone, sul guadagno di alcuni a scapito delle masse ridotte a famelici accattoni, non rischia di rendere ancora più precaria ed infelice la vita sul Pianeta? Non dà nuove armi ai prepotenti di turno? Non rende ancora più crudele la legge della giungla che come criterio della giustizia ha solo la forza (cf. Sap 2,11)? E se la forza diventa legittimazione universalizzata della violenza sui deboli, la singola persona che vuole vivere nel suo tempo, non si affretterà a salire di nuovo sugli alberi della giungla, da dove i suoi antenati scimmieschi sono scesi per civilizzarsi? Il caso del branco di Colleferro (settembre 2020) non diventa un simbolo premonitore, un assaggio della fine di ogni civiltà? Per l’uomo pensante, questa volta sì, “il rimedio sarebbe peggiore del male”. Trump lo diceva per salvaguardare la potenza economica USA, forse c’è da pensarlo per salvaguardare il resto di umana umanità che ci rimane.

Questo non significa affatto che non si debbano cercare vaccino e cura. Il coronavirus pandemico deve spingerci però ad una vera svolta etica, ad una politica totalmente nuova, perché esso stesso, il Covid-19 è la dimostrazione del fallimento di ogni sogno di supremazia dell’uomo bianco, di ogni infinito progresso tecnico, dell’imbarbarimento di una civiltà che ha divorato se stessa, diventando somma ferinità, perdita di ogni valore in grado di realizzare la piena umanità degli umani. Non sappiamo più chi è l’uomo, ma sappiamo con certezza che questo uomo del terzo millennio, col suo cinismo e la sua infinta crudeltà, non è un uomo. Se uno sbigottito Primo Levi, da un lager nazista, si chiedeva se era possibile chiamare uomo l’aguzzino che aveva ridotto a non-uomo la sua vittima, noi oggi ci poniamo in modo ancora più drammatico e radicale la stessa domanda: «Dio disse: “Adamo, uomo, ogni uomo, dove sei?» (cf. Gen 1,11). Già; dove siamo arrivati? Dove stiamo andando? Verso il nulla come la foglia omerico-leopardiana? Verso un freddo inverno che non promette nessuna primavera?

3. La sensazione dello sradicamento si impone. Ci sentiamo sradicati, Ma da cosa? Dalla radici dell’umano, da certa religiosità o perfino dalla stessa fede?

Il Covid-19 ha lambito (o forse pesantemente coinvolto) anche il mondo della religiosità e della fede. I cristiani – per restringere il campo di indagine – che risposte hanno dato allo sconcerto ed al panico della gente? La chiesa istituzionale si è premurata di organizzarsi per ridurre al massimo il rischio di contagio. Lo sappiamo: niente sacramenti, niente messe, niente Pasqua, niente catechismo, niente processioni e assembramenti… Con la fine del lockdown qualche spiraglio si apre ma nella piena ottemperanza delle disposizioni di legge. Possiamo dire che, nonostante le contestazioni dei supercattolici, l’istituzione Chiesa ha fatto il suo dovere. Ma la Chiesa non è solo organizzazione di riti religiosi e funzionamento di curie. La Chiesa è soprattutto mistero di salvezza, è luce nel buio esistenziale, lievito di una umanità nuova, annunzio della Parola del Padre. Questa chiesa ha parlato? E che ha detto alle folle nel panico?

La mente va subito alla messa di Papa Francesco, a Santa Marta, alle 7 di ogni giorno. Va anche ai blog di tanti preti e laici che giorno dopo giorno si interrogavano sul senso degli avvenimenti, alla ricerca di uno spiraglio che ci facesse vivere nella fede la tragedia mondiale. Nella fede e non solo nella religione. Perché di gesti religiosi ci fu scialo (rosari, messe teletrasmesse, forme raccomandate di religiosità domestica, di sacerdotalità laicale), ma di ripensamento nella fede forse ammanco. Certo una comunità ecclesiale centrata sui riti e poi privata delle chiese, dei sacramenti, del convenire, se voleva conservare se stessa doveva preoccuparsi di sostituire i riti pubblici con riti privati, l’azione sacerdotale con l’azione laicale, l’ingresso in chiesa con la connessione internet.

Ma non era il tempo di leggere profeticamente gli avvenimenti, di giudicare la storia alla luce della Parola di Dio, di leggere i segni dei tempi, di dire una parola chiara sulla deriva autoritaria, xenofoba e razzista di masse cristiane, di dare un parere di fede sulla globalizzazione neoliberista in atto che con la violenza delle armi ha imposto la creazione di un impero mondiale su popoli complici, succubi, o inermi? Non si doveva ricordare – come quasi in modo solitario e abbastanza irriso anche nella chiesa andava facendo Papa Francesco – che esistevano altre pandemie (fame, malattie, guerre, migrazioni, analfabetismo, violenza urbana, assenza di speranza, …) oltre quella del coronavirus? Non era il tempo di purificare tanta preghiera da concezioni errate di un Dio quasi autore del Covid-19 mandato da Lui per castigo, e mai sazio di centinaia di migliaia di morti, anzi oggi di oltre un milione di morti, prima di intervenire? Non era tempo di proclamare la necessità di un ritorno al Vangelo perché il mondo stava morendo per avere dimenticato l’annunzio che l’uomo è essenziale chiamata all’amore e non all’accumulo, alla vita e non all’industria della morte, a donarsi e non a chiudersi nel suo narcisismo, a vivere da figlio di Dio e non da figlio di lupi, a diventare umano e non a imbestialirsi nella crudeltà?

Sì, era tempo per tutto questo, perché se qualcosa distingue un uomo di fede cristiana da ogni altro uomo è che nel suo cuore insorgono le grida dello Spirito che urlano abbà, con tutto quello che ciò significa, e con queste urla nasce la nostalgia, la necessità di trovare un senso, un appello ad aprire gli occhi e ad accorgersi di ciò che capita a fratelli meno fortunati, di denunziare l’ingiustizia, di spendersi perché il mondo sia più luminoso e sensato. Un cristiano sa che i gesti religiosi o animano una fede che inquieta, spinge all’oltre, al meglio, al di più di amore e umanità, oppure non nascono da una radice di fede cristiana. Come non è cristiana quella fede che difende il diritto dei pochi a vivere sacrificando i molti. Credo che il nostro sradicamento peggiore sia proprio questo:
– sentire il bisogno di risposte che non avevamo, che sembravano non essere neppure cercate;
– sapere di essere possessori di una fede in apparenza spenta dalla tragicità di un fatto mai conosciuto nei millenni.

Anche la religiosità popolare in tanti ha perso le sue radici. Se dall’alto, da palazzi vescovili, da vecchi preti, cioè da quel potere religioso con cui il popolo ha da fare, «non si sapeva che fare» (Ger 14,17-22), o fino a quando allora anche l’obbedienza all’autorità ecclesiastica si dimostrava inutile se non alienante. Non salvava nessuno da niente, ciascuno rimaneva coi suoi problemi, alla luce del chiacchiericcio dei politici o degli amici del bar di quartiere. Quella autorità che non convince e non illumina ma comunque fa appello a riti che seducono per la loro arcaica bellezza, perde molto del suo valore e si allinea alla logica di un mondo che ci fa dimenticare i drammi del mondo presentando l’ultimo telefonino, l’ultimo modello di Formula 1, l’ultima fabulazione del demagogo di turno, l’ultima battaglia della destra ultracattolica . Di questo passo, sensim sine sensu, anche questa religiosità consolatoria diventa tomba della fede, anche di quel resto di fede che nella pietà popolare comunque sonnecchiava.

4. Una traccia per qualche conclusione

La recente traduzione ufficiale del Padre nostro rimedia ad un brutto equivoco facendoci pregare: «Non ci abbandonare alla tentazione». Voglio pensare che si voglia insinuare che quando siamo nei guai, Dio non ci abbandona, non si volta dall’altro lato. Saremmo dunque sradicati ma non morti. Che se abbiamo cocente l’esperienza dello sradicamento, possiamo avere l’esperienza di un nuovo radicamento in una fede più evangelicamente cristiana, in una religiosità meno consolatoria e più sentinella della storia di salvezza, in un convenire che sia – alla Teilhard de Chardin – una Messa detta sul mondo. Più consona alle attese di quel Padre col cuore di Madre che vuole la vita e la felicità di tutti i suoi figli. Nel giorno dei suoi novanta anni, Liliana Segre dichiarava: «Ho visto insegnare l’odio, mi ha guarita l’amore». Noi tocchiamo con mano a cosa hanno portato quegli insegnamenti all’odio, al pregiudizio al dovere di avere paura del diverso, di marca nazifascista. Non ci rimane che scommettere su Chi ci ha insegnato l’Amore, se davvero vogliamo vivere da umani e da figli di Dio. Solo la bellezza dell’amore vissuto e condiviso può salvarci. Perché, lo vogliamo o no, siamo non solo sulla stessa barca, non solo in un villaggio globale, ma soprattutto fratelli tutti.

Felice Scalia
Mercoledì della spiritualità 2020, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

Parte II. Dio è accanto a noi nella sventura

Parte III. Valorizzare la liturgia domestica

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