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Elisabetta, la donna giusta testimone della fiducia in Dio

Quarto appuntamento degli approfondimenti sul tema “Sapienza e intraprendenza al femminile. Donne nella Bibbia”.

Vi proponiamo la relazione del quarto incontro dell’edizione 2020 dei Mercoledì della Bibbia della Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto, quest’anno dedicata al tema “Sapienza e intraprendenza al femminile. Donne nella Bibbia”.

Il Vangelo di Luca comincia con le storie inedite di tre donne che svolgono un ruolo fondamentale nel progetto divino di salvezza: Elisabetta, Maria e Anna. Colpisce il fatto che i primi due capitoli di Luca introducano il lettore in un mondo di donne e diano inizio alla storia di Gesù in questa prospettiva. La storia di Elisabetta resta spesso in secondo piano e tutta l’attenzione si concentra sul marito e sul figlio. Pochi si sono accorti che Luca attribuisce invece fin dall’inizio al personaggio di Elisabetta un peso altrettanto grande. Quello che dice di Zaccaria vale anche per lei; di entrambi specifica i nomi e la discendenza sacerdotale (Lc 1,5). Tutti e due sono giusti davanti a Dio, privi di figli e in età avanzata.

È significativo che Luca citi il nome di Elisabetta, visto che innumerevoli donne nella Bibbia restano anonime e vengono identificate solo come figlie, mogli o madri di altrettanti personaggi maschili. Anche Luca si adegua a quest’uso per quanto riguarda la suocera di Pietro (Lc 4,38-39) e la figlia di Giairo (Lc 8,40-42.49-56). Anche se all’inizio presenta Elisabetta come moglie di Zaccaria e figlia di Aronne, ne fornisce il nome, sottolineando così il fatto che ha un suo ruolo personale da svolgere. Viene messa in risalto anche la sua discendenza da Aronne, dato che l’unica Elisabetta dell’Antico Testamento era la moglie del grande sacerdote Aronne (Es 6,23). C’è anche da notare che il nome biblico rivela in parte il carattere della persona che lo porta. In ebraico Elisheba significa o “Dio è il mio giuramento” o “Dio è la mia perfezione”. In entrambi i casi il nome di Elisabetta dice che è da lui saziata e prepara la strada a quello che Luca dirà subito dopo.

1. Elisabetta la “giusta”

Luca specifica che sia Elisabetta sia Zaccaria erano giusti davanti a Dio e che osservavano tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Quello che più sorprende è che raramente nella Bibbia si trova l’aggettivo “giusto” riferito a una donna. Fra le poche persone che nell’Antico Testamento possono insignirsi di questo attributo ci sono: Noè (Gen 6,9), Giobbe (Gb 1,1), Daniele (2Sam 22,21), Is-Baal, figlio di Saul (2Sam 4,11) e il servo del Signore (Is 53,11). L’unica donna che è definita giusta è Tamar (Gen 38,26), che si guadagna il titolo grazie all’inganno di Giuda! Nel Nuovo Testamento Dio è detto “giusto” e Gesù si rivolge a lui come “Padre giusto” (Gv 17,25) e poi ci sono altre figure definite giuste: Giuseppe, Giovanni Battista, Simeone, Giuseppe d’Arimatea, Cornelio, Abele e Lot.

Elisabetta è l’unico personaggio femminile ad essere detta giusta. Il fatto che Luca usi dikaios parlando di Elisabetta è particolarmente significativo. Nel dire che questa donna “osservava tutte le leggi e le prescrizioni del Signore”, Luca pone le basi per la storia di una donna che da molti anni è fedele alla volontà di Dio. Risulta chiaro che la sua sterilità non è una punizione per i suoi peccati e che Luca pone le basi per la storia di una donna che ha potuto dedicare tutta la sua attenzione a Dio proprio perché libera dai doveri che la maternità comportava. Nell’Antico Testamento c’è una lunga serie di donne bibliche sterili prima di Elisabetta: Sara (Gen 16,1), Rebecca (Gen 25,21), Rachele (Gen 30,1), la madre di Sansone (Gdc 13,2) e Anna (1Sam 1,2). Come le donne che l’hanno preceduta, anche Elisabetta avrà un ruolo importante nella storia della salvezza poiché concepirà e darà alla luce un figlio la cui esistenza sarà fondamentale nella interazione tra Dio e l’umanità.

2. Il concepimento di Giovanni Battista

Leggendo il brano del concepimento di Giovanni Battista (Lc 1,23-25), colpisce la facilità con cui Elisabetta, al contrario di Zaccaria, riconosce la grazia di Dio. Dal modo con cui Luca racconta la storia, si ha l’impressione che dopo una vita di intenso rapporto con Dio, Elisabetta abbia imparato a conoscere il suo modo di agire, anche quando egli si comporta in modo imprevisto. Ella non fa domande né solleva obiezioni, ma si limita a dichiarare: “Ecco che cosa ha fatto per me il Signore”. Malgrado abbia dovuto portare il peso della sterilità della coppia per molti anni, Elisabetta dimostra con le sue parole che Dio non ha voluto umiliarla e farla soffrire. Ai suoi tempi la funzione principale delle donne era quella di generare figli, soprattutto maschi. La fertilità garantiva dignità, approvazione e sicurezza. La sterilità invece procurava disprezzo, invidia, dolore, A una donna senza figli poteva anche capitare di dover subire la vergogna del ripudio ed essere rimandata a casa di suo padre (Lv 22,13).

Per quanto riguarda Elisabetta, il fatto che Luca la dichiari giusta esclude l’ipotesi di una punizione divina, tuttavia ella ha dovuto subire l’umiliazione della gente, poiché era colei che “tutti dicevano sterile” (Lc 1,36). Elisabetta viene descritta come una donna che è consapevole di essere valorizzata e amata da Dio. “Ecco che cosa ha fatto per me il Signore”, ella dichiara. Tenuto conto della cultura a cui Elisabetta appartiene, sarebbe stato più logico pensare che il concepimento di Giovanni rappresentasse ciò che Dio aveva fatto per Zaccaria o per tutto il popolo. Lei invece sta dicendo che Dio ha voluto elargire le sue grazie proprio a lei. Per cinque mesi Elisabetta vive appartata e dal punto di vista narrativo, ciò è funzionale alla logica del racconto: Maria non deve sapere della gravidanza della parente perché sarà il segno che l’arcangelo Gabriele le darà quando le annuncerà la nascita di Gesù (Lc 1,36). Questi mesi di vita ritirata possono anche costituire un tempo dedicato alla contemplazione. Avendo sperimentato la profonda compassione di Dio, Elisabetta ora custodisce dentro di sé la Parola. Sola con Dio e con il marito muto, riflette sulla grazia che è entrata nella sua vita prima di farla conoscere agli altri.

3. La visitazione

La scena della Visitazione (Lc 1,39-45) descrive l’incontro fra Elisabetta e Maria ed è uno dei rari esempi di conversazione fra due donne. Maria entra “nella casa di Zaccaria” e saluta Elisabetta. Zaccaria non entra in scena. Quello che il lettore ha sotto gli occhi appartiene alla sfera privata femminile e inoltre il futuro padre non ha ancora riacquistato l’uso della parola. Saranno Maria ed Elisabetta a teologizzare e parlare con autorità delle grandi cose che Dio ha appena compiuto. Luca le descrive come persone degne di fiducia e vuole quindi che il lettore faccia sua l’interpretazione teologica che esse danno delle due nascite imminenti.

Appena ha udito il saluto di Maria, Elisabetta è “piena di Spirito Santo”, ed entra così nel novero dei personaggi di cui Luca dice la stessa cosa: Giovanni (Lc 1,15), Maria (Lc 1,35), Zaccaria (Lc 1,67) e Gesù (Lc 4,1). E, rivolgendosi a Maria a sua volta dichiara: “Benedetta tu fra le donne”. La sua esclamazione ricorda quella di Debora: “Sia benedetta fra le donne Giaele” (Gdc 5,24) e quella di Ozia a proposito di Giuditta: “Benedetta sei tu, figlia…più di tutte le donne che vivono sulla terra” (Gdt 13,18). Anche l’espressione “Benedetto il frutto del tuo grembo” riecheggia l’Antico Testamento, in quanto è la stessa benedizione promessa da Mosè agli israeliti se obbediranno alla voce del Signore (Dt 28,1.4).

È da notare che la benedizione di Elisabetta si rivolge prima a Maria e solo in un secondo momento al frutto del suo grembo (Lc 1,42). Ella benedice prima di tutto Maria come donna e poi per il bimbo che porta in seno, anche se la sua lode non è rivolta solo a lei personalmente ma al valore salvifico per l’intero popolo di Dio dell’obbedienza della sua parente, Maria. Visitando Elisabetta, Maria viene a scovarla, a tirarla fuori da quella meraviglia sconvolgente che l’ha investita. E lei, anziana, avanti negli anni, donna che tanto aveva già camminato nella vita, non si sottrae alla gioia contagiosa di questo incontro così semplice, così spontaneo, così bello ma, allo stesso tempo, così misterioso. Due donne, due grembi non vuoti, non sterili, non solitari, non chiusi ma grembi abitati, parlanti, esultanti, già partecipi dell’esistenza.

Elisabetta apre la sua casa, la sua vita, la sua persona, il suo grembo. Non si nasconde più, non pone ostacoli, barriere o misure. Si pone, invece, in ascolto: “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria…” (Lc 1,41) e “Appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi…” (Lc 1,44), sono espressioni che sottolineano l’ascolto e, di conseguenza, l’apertura agli eventi della vita che raggiungono Elisabetta stessa in maniera così inaspettata. Nel chiamare Maria “la madre del mio Signore” (v. 43), Elisabetta fa un’affermazione teologica importante. è la prima in questo Vangelo che chiama Gesù “il Signore” (kyrios). Questo è l’appellativo più usato da Luca per Gesù, ricorre infatti ben novantasette volte.

Al v. 45 Elisabetta non esalta la maternità di Maria maternità di Maria ma la sua obbedienza alla parola del Signore. L’espressione: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” descrive come si comporterà più avanti nel Vangelo di Luca il discepolo ideale, cioè quello che ascolta e osserva la parola di Dio. In Luca 11,27-28, con una pericope tipica di Luca, troviamo un’affermazione analoga sulla bocca di Gesù. Una donna dalla folla esclama: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno dai cui hai preso il latte!”. E Gesù risponde: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”. Egli non nega la beatitudine di sua madre, ma afferma che non è solo il legame di sangue che ci fa essere uniti a lui, bensì l’ascolto e l’osservanza della parola di Dio. Come Elisabetta, egli dichiara beata sua madre non soltanto perché Dio si è manifestato attraverso il suo grembo, ma prima di tutto perché ella ascolta e mette in pratica la parola di Dio.

Maria ed Elisabetta dichiarano insieme che la grazia di Dio è entrata nella loro vita e si aiutano a vicenda a descrivere questa grazia. La collaborazione di queste due donne è in netto contrasto con la competitività e rivalità che troviamo nelle storie di altre coppie di madri narrate nell’Antico Testamento: Sara e Agar (Gen 16,21), Lia e Rachele (Gen 29-31) e Peninna e Anna (1Sam 1). Tutte queste donne hanno in comune una grande ambizione: dare un figlio e un erede allo stesso marito. Invece di collaborare tra loro, sono divorate da un feroce antagonismo. Anche dopo la nascita dei rispettivi figli, ciascuna madre porta avanti la lotta per il potere al fine di assicurare al proprio figlio la supremazia economica a discapito dell’altro.

Maria ed Elisabetta avrebbero benissimo potuto essere presentate come antagoniste, invece forniscono un esempio del trionfo della fede sull’ambizione personale. Esse si sostengono e si aiutano a vicenda, disposte come sono ad accettare ciascuna il proprio ruolo nella storia della salvezza e a non sentirsi minacciata dall’altra. Sono un modello della potenza della cooperazione contrapposta alla forza distruttiva della rivalità. La collaborazione fra Maria ed Elisabetta prelude a quella delle donne di Galilea che cooperano fra loro a servizio della missione di Gesù (Lc 8,1-3), che preparano insieme le spezie e gli oli profumati per la sua imbalsamazione (Lc 23,56) e che vanno tutte insieme ad annunciare la risurrezione agli altri discepoli (Lc 24,9).

4. La nascita di Giovanni Battista

Questo episodio narrato da Luca (1,57-66), rappresenta il momento in cui i doni Dio godranno di un più vasto riconoscimento pubblico. Quando Elisabetta dà alla luce il figlio, tutti i vicini e i parenti condividono la sua gioia e al pari di lei interpretano l’avvenimento come voluto da Dio: egli “ha esaltato in lei la sua misericordia” (Lc 1,57.58). È molto significativo che sia Elisabetta a scegliere il nome del figlio; era frequente che a dare il nome al figlio fosse la madre, anche se non mancano esempi in cui è il padre a farlo. Nel caso di Giovanni è Dio che sceglie il nome e Gabriele lo fa comunicare a Zaccaria quando gli viene annunciata la nascita del figlio (Lc 1,13). Luca non specifica come mai Elisabetta conosca il nome da dare al figlio ma ha detto poco prima che ella è sempre stata fedele a Dio (Lc 1,6) e quindi non c’è da sorprendersi se è in grado di comunicare il nome voluto da Dio per il bambino.

La scelta del nome è molto importante. Spesso i nomi biblici riflettono la personalità o il carattere dell’individuo o sono legati alle circostanze in cui avviene la nascita. Il nome Giovanni non solo ne definisce il carattere ma descrive anche molto bene l’esperienza che Elisabetta ha di Dio. Yohanan significa letteralmente “Il Signore ha fatto grazia”. Elisabetta condivide ora la sua esperienza con i parenti e i vicini. Dopo nove mesi di mutismo causato dalla sua incredulità e incapacità di capire il disegno divino, grazie a lei anche Zaccaria può dichiarare, come Elisabetta, a tutti i presenti alla circoncisione: “Giovanni è il suo nome” (Lc 1,63), al che tutti sono meravigliati (Lc 63), e presi da timore (Lc 65) ed infine: “Per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro” (Lc 1,65-66).

La descrizione di Luca della reazione della gente di fronte alla proclamazione di Elisabetta fa capire chiaramente che ella è stata prescelta da Dio per condurre gli altri alla fonte della grazia. Più volte nel suo Vangelo l’autore descrive il senso di meraviglia mista a timore che la gente prova di fronte a Dio che si manifesta nella persona di Gesù e nei suoi gesti. Come nel caso di Elisabetta, la fama delle azioni divine si diffonde in tutta la regione ed ella li induce a serbare queste cose nel loro cuore (Lc 1,66), come fa Maria in Lc 2,19 e 2,51.

5. Conclusione

Elisabetta diventa modello di vita per ciascuno di noi, modello di una vita che ascolta, che si apre all’Altro e agli altri, di una vita che accoglie, di una vita mai spenta, di una vita sempre pronta a riconoscere e benedire il Signore che passa, che viene a prendere casa con l’uomo. Tocca a noi muoverci, proseguire la corsa insieme a tutti coloro che, già prima di noi, oggi con noi e domani dopo di noi, hanno seguito, seguono e seguiranno il Signore, Salvatore del mondo. Un autore parla di Elisabetta come di una donna che danza, il cui grembo danza alla presenza del Signore: non restiamo fermi, allora, apriamoci alla venuta del Signore verso di noi, a casa nostra. Appena entrerà, anche il nostro grembo, come è stato per Elisabetta, comincerà a danzare, a vivere di nuovo, a vivere e ricercare, tutti i giorni ed ogni giorno, la vita nel Signore.

Fabio Cattafi

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