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Esaù e Giacobbe. Dal conflitto al riconoscimento del volto dell’altro

Volti di fraternità e sororità nella fede biblica. La storia dei due gemelli tra ammissione di colpa e perdono.

1. Introduzione

Inaugurata dal fratricidio, la fraternità biblica nasce sotto il segno della gelosia, del desiderio di prevalere sull’altro. E quando questo non è possibile, il fratello se non viene eliminato, almeno viene svenduto, messo nelle mani degli schiavisti perché se lo portino via, lontano. Così il tema della fraternità ripercorre tutto il libro della Genesi. All’interno di questa problematicità relazionale, si situa la storia di Giacobbe ed Esaù: due gemelli nati dall’amore di Isacco e Rebecca. Il lettore si trova di fronte due personalità particolarmente forti e caratterialmente ben delineate. Diversamente, infatti, dalla relazione di Caino e Abele, dove il secondogenito sembra quasi fungere da elemento enfatizzante della figura del primo, nella narrazione dei figli di Isacco il lettore si trova di fronte a due personalità complesse a confronto, nessuno dei due vuole fungere da ombra dell’altro. Per questo cercano di farsi spazio a forza di spintoni fin dal grembo materno.

Eroe imperfetto, e forse anche moralmente fragile, è Giacobbe: patriarca e figura chiave per l’eziologia fondante di Israele. La sua persona ricopre un ruolo così importante che occupa ben due cicli narrativi della Sacra Scrittura. Nel primo viene raccontato nel suo ruolo di figlio e fratello, è il cosiddetto ciclo di Giacobbe (Gen 25,19–35,29), nel secondo nel suo ruolo di padre, è il caso del ciclo di Giusepp» (Gen 37,2–50,26). Mela della discordia, che inibisce l’armonia tra lui e il fratello Esaù, sono i diritti della primogenitura e la benedizione paterna. Realtà spettanti a Esaù, in quanto venuto al mondo per primo, ma che, con non pochi colpi di scena, riescono a ricadere su Giacobbe. Uno scatto in avanti del figlio minore che spesso è ricorrente nella narrativa biblica. Infatti, se c’è una cosa che accomunano Abele e Isacco a Giacobbe, oltre all’essere nati secondi nel piano di successione paterna, è che su di loro si posa benevolo lo sguardo di YHWH. Non ci troviamo, dunque, di fronte a un’eccezione narrativa, ma, al contrario, la predilezione di Dio per i figli minori ripercorre quasi tutte le narrazioni bibliche.

Tuttavia, nell’affrontare questi brani del ciclo di Giacobbe, vedremo che lo stesso autore sacro, ci farà comprendere come oltre ai due personaggi biblici, ci sia il confronto tra le culture di due nazioni confinanti: Edom e Israele, i quali dovranno imparare, non senza difficoltà e ostacoli, a dialogare, a vivere da riconciliati. Da fratelli, appunto. Ma questo potranno farlo solo nella misura in cui riconosceranno che l’altro non è un ostacolo per la propria realizzazione personale, ma al contrario un motivo di arricchimento, pur nella diversità di stili di vita e di vedute. Lungo le vicende della loro vita, gli spintoni per emergere, i colpi bassi, i complotti e i desideri di rivalsa e di vendetta, Giacobbe ed Esaù riconosceranno che il conflitto e l’arrivismo non portano null’altro se non frustrazioni e sofferenze. Soprattutto comprenderanno che non si può vivere senza l’altro, per quanto possa aver fatto qualche sgambetto. C’è chi dovrà ritornare sui suoi passi dopo alcuni anni di esilio, ammettendo le sue colpe, e chi dovrà imparare a perdonare, deponendo le armi e i rancori del passato, accogliendo e donando pace senza pretendere nulla in cambio.

2. Nascita e fanciullezza

La storia sia apre in maniera solenne, con una genealogia, una grazia ricevuta per la moglie di Isacco che da sterile riesce a concepire ben due gemelli, e un oracolo divino. «Questa è la discendenza di Isacco, figlio di Abramo. Abramo aveva generato Isacco. Isacco aveva quarant’anni quando si prese in moglie Rebecca, figlia di Betuèl l’Arameo, da Paddan-Aram, e sorella di Làbano, l’Arameo. Isacco supplicò il Signore per sua moglie, perché ella era sterile e il Signore lo esaudì, così che sua moglie Rebecca divenne incinta. Ora i figli si urtavano nel suo seno ed ella esclamò: “Se è così, che cosa mi sta accadendo?”. Andò a consultare il Signore. Il Signore le rispose: “Due nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si divideranno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il più piccolo”» (Gen 25,19-23).

Il conflitto tra Giacobbe ed Esaù, e le popolazioni che essi simboleggiano, possiamo dire che rimonta le sue origini fin dal loro concepimento. L’oracolo di YHWH rivela che i due gemelli saranno i capostipiti di due popoli i cui rapporti saranno spesso conflittuali. Da un lato ci sarà Israele, a cui Giacobbe dà inizio, e dall’altro Esaù, altrimenti chiamato Edom (Cfr. Gen 36,8), che si stabilirà nella regione montuosa del Seir. Molto evocativa è l’indicazione di come i due gemelli vengano al mondo. «Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco, due gemelli erano nel suo grembo. Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù. Subito dopo, uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe. Isacco aveva sessant’anni quando essi nacquero» (Gen 25,24-26).

L’autore sacro descrive Esaù nella sua fisicità: rossiccio e ricoperto di peli; mentre Giacobbe nell’atteggiamento di afferrare il piede del fratello, come nell’intento di non permettergli di nascere prima di lui. É davvero interessante il colore che definisce Esaù, perché rimanda a quello della terra, al progenitore Adamo che viene creato dalla «polvere del suolo» (Gen 2,7). Esaù, citando fr. Egidio, è l’uomo terroso non solo perché il colore del suo vello lo ricorda, ma perché lo vedremo agire come unicamente proiettato all’immanente, nell’affanno del momento presente, incapace di progettarsi nel futuro, di trascendersi. In maniera paradossale e ironica il colore di Esaù rimanda a quello delle lenticchie, chiave di volta di tutta la narrazione.

D’altro canto, però, lo stesso nome Giacobbe, rivela il mistero di tutta la sua persona, significa tallone, perché appunto, al nascere, trattiene il calcagno del fratello. Il suo atteggiamento incarna quello dei figli minori che non sono depositari della dignità della primogenitura e per questo devono imparare a trovare altri spazi vitali adeguati a loro, vedi il figlio minore della parabola del figliol prodigo (Lc 15,11-32), in cui il secondo cerca di trovare una via di espressione personale al di là della propria famiglia, certamente sgomitando e pestando qualche piede, ma alla fine capirà che non si può fuggire dalle proprie origini. L’autore sacro, dopo aver descritto sinteticamente la nascita dei gemelli, ci fa fare un salto in avanti nel corso della loro storia, presentandoceli già adulti. «I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende. Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe» (Gen 25,27-28).

Con grande abilità, all’autore sacro bastano poche righe per disegnare la personalità dei due figli di Isacco. Esaù è un cacciatore abile nella steppa, segno della sua indole inquieta. Al contrario Giacobbe, quasi come se fosse l’altra faccia di una stessa medaglia, è quello più pacato che resta in casa, che sa permanere stabilmente vivendo in maniera equilibrata nell’ambiente famigliare. Pur rimanendo colui che trattiene il calcagno del fratello, che vuole superarlo, impara a saper stare a dei tempi, a dei ritmi, a delle regole precostituite: dà l’idea quasi di un felino in agguato, attento al passo falso della sua preda. La stessa tranquillità che lo definisce, infatti, non è quella šalém ebraica che rimanda allo šalòm e che indica pace e armonia, ma è tām, che indica una tranquillità individualistica. Alla diversità caratteriale dei fratelli, si aggiungono le preferenze dei genitori. Isacco guarda con maggiore simpatia Esaù, perché gradisce la cacciagione, certo, ma anche perché ne condivide quello stile di vita avventuroso che generalmente piace agli uomini. Al contrario, Rebecca predilige Giacobbe, perché riempie della sua presenza il luogo domestico, sa permanere alla presenza degli altri e, come vedremo, ha anche imparato a cucinare.

3. La vendita della primogenitura

Dopo la breve annotazione riguardante la loro vita di adulti, l’autore sacro ci fa entrare nel cuore della narrazione: il momento in cui Giacobbe finalmente riesce a dare quello scatto in avanti per superare il fratello. «Una volta Giacobbe aveva cotto una minestra; Esaù arrivò dalla campagna ed era sfinito. Disse a Giacobbe: “Lasciami mangiare un po’ di questa minestra rossa, perché io sono sfinito”. Per questo fu chiamato Edom. Giacobbe disse: “Vendimi subito la tua primogenitura”. Rispose Esaù: “Ecco, sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?”. Giacobbe allora disse: “Giuramelo subito”. Quegli lo giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe. Giacobbe diede a Esaù il pane e la minestra di lenticchie; questi mangiò e bevve, poi si alzò e se ne andò. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura» (Gen 25,29-34).

Il fragile legame fraterno che unisce i due figli di Isacco, si spezza, ma vedremo non in modo definitivo, all’avverarsi di un accadimento che per Esaù sembrerebbe banale, insignificante, mentre per Giacobbe è l’occasione della sua vita. L’autore sacro introduce l’evento cardine della storia all’interno di un contesto tanto breve quanto importante: Giacobbe cucina, si è adattato alla vita che gli è toccata vivere, mentre Esaù, nella sua irrequietezza torna sfinito da una battuta di caccia infruttuosa. Il motivo del successo di Giacobbe, risiede proprio in quelle piccole cose quotidiane che ha reso grandi non solo perché se le è fatte bastare, ma perché le ha riempito di senso e di significatività. Esaù, essendo vissuto nei campi, poi, non è abituato ai “no”, alle regole della vita comune. È l’uomo degli appetiti che vanno saziati e ha di fronte a sé un piatto di lenticchie che ai suoi occhi sembreranno la leccornia più prelibata del mondo. È questo il momento in cui commette il suo errore più grande.

Giacobbe coglie lo stato di confusione nel quale versa il fratello al vedere la minestra di lenticchie, e dà quasi l’idea di un gatto che gioca col topolino prima di dargli il colpo di grazia. Prima pretende la vendita della primogenitura, subito, e poi un giuramento. Il fatto stesso che pretenda la compravendita proprio adesso senza aspettare oltre, imita l’atteggiamento dei bravi commercianti che fanno credere al cliente che quel prodotto che desidera è l’ultimo in magazzino. Questo è il momento meno opportuno per fare scelte, perché i sistemi di difesa si abbassano. Lo sapeva anche Gesù. Infatti nel deserto il diavolo, gli si presenta per tentarlo non all’inizio dei quaranta giorni, ma alla fine. Non è nemmeno un caso che la prima tentazione consista proprio nel sopperire a un appetito frustrato, a uno stomaco vuoto (Cfr. Mt 4,2-4).

Anche il modo con cui formula la richiesta di sfamarsi del piatto del fratello è quanto mai evocativo – hal·‘î·ṭê·nî –: non lo vuole semplicemente mangiare, ma trangugiare con avidità. Questo rivela lo stato di smarrimento e disperazione nel quale egli versa, schiavo di se stesso e delle sue funzioni fisiologiche più basilari. Egli percepisce la fame, il digiuno di una giornata di lavoro, come una morte, a tal punto ha assolutizzato i suoi appetiti. Il futuro di cui si sta privando è per lui un’astrazione inutile, a lui interessa solo il qui e ora. Dall’altro lato, Giacobbe mantiene una lucidità ferrea: per questa volta dovrà rimanere a digiuno, ma lui è l’uomo che sa adattarsi alle vicissitudini della vita. Preferisce avere lo stomaco vuoto oggi, ma un futuro radioso domani.

4. La benedizione paterna

Successivamente l’autore sacro ci fa fare un salto in avanti nel tempo, quando Isacco è ormai sul letto di morte e sta per impartire la sua benedizione paterna. «Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: “Figlio mio”. Gli rispose: “Eccomi”. Riprese: “Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte. Ebbene, prendi le tue armi, la tua faretra e il tuo arco, va’ in campagna e caccia per me della selvaggina. Poi preparami un piatto di mio gusto e portamelo; io lo mangerò affinché possa benedirti prima di morire”» (Gen 27,1-4). La benedizione del genitore sul letto di morte, implicava la trasmissione di tutto il suo patrimonio culturale, economico e spirituale al figlio.

È interessante che sul letto di morte Isacco, quasi cieco e ignaro della compravendita della primogenitura, avvenuta qualche tempo prima, non chiami a sé entrambi i figli, ma il solo Esaù, il suo prediletto. Per questa ragione entra in scena Rebecca. Ella approfitta dell’occasione offertale dal marito, che chiede ad Esaù della selvaggina prima di benedirlo, così crea uno stratagemma tale da vestire Giacobbe con l’abito bello del fratello e di condurlo al padre con un piatto di selvaggina già preparato e succulento. Ben a ragione, Alonso Schökel afferma l’importanza dei sensi in questa narrazione biblica e di come questi, se non orientati secondo Dio, possono condurre l’uomo a compiere i più grandi errori della sua vita. E in effetti Isacco, dopo un breve tentennamento, ingannato dai suoi sensi prima che da Giacobbe, concederà la sua benedizione a colui che crede essere il suo figlio maggiore. Che Giacobbe, poi, si presenti come primogenito alla presenza del padre non commette un illecito, l’inganno risiede nel farsi chiamare come suo fratello. Quando Esaù si renderà conto di quello che è accaduto è ormai troppo tardi e comincerà a ordire la morte del gemello, che si vede costretto a fuggire dallo zio materno a Carran, dove rimarrà per vent’anni.

5. La resa dei conti

Durante gli anni di esilio, Giacobbe potrà realizzarsi come uomo, sposerà prima Lia, la cugina bruttina, per un tiro mancino dello zio, e poi la donna che ha sempre amato: Rachele. La sua discendenza sarà numerosa e riuscirà persino ad arricchirsi alle spalle di Labano suo suocero e zio. Tuttavia, dopo vent’anni, quando quest’ultimo scoprirà il trabocchetto del genero e di come sia riuscito a diventare più ricco di lui, Giacobbe sarà costretto, anche sotto l’ispirazione divina, a tornare nella sua città natale. Un viaggio particolarmente tormentato per lui: conscio dei violenti desideri di vendetta del fratello. Così cerca di tastare il terreno, mandandogli dei messaggeri per annunciare il tuo ritorno. Il problema è che nel frattempo anche Esaù è divento ricco e affermato al punto da potersi permettere un esercito tutto suo. Leggiamo: «Poi Giacobbe mandò avanti a sé alcuni messaggeri al fratello Esaù, nella regione di Seir, la campagna di Edom. Diede loro questo comando: “Direte al mio signore Esaù: “Dice il tuo servo Giacobbe: Sono restato come forestiero presso Làbano e vi sono rimasto fino ad ora. Sono venuto in possesso di buoi, asini e greggi, di schiavi e schiave. Ho mandato a informarne il mio signore, per trovare grazia ai suoi occhi””. I messaggeri tornarono da Giacobbe, dicendo: “Siamo stati da tuo fratello Esaù; ora egli stesso sta venendoti incontro e ha con sé quattrocento uomini”» (Gen 32,4-7).

Terrorizzato dall’esercito col quale il fratello comincia a marciargli incontro, Giacobbe mette in atto una strategia tale da limitare i danni. Il piano consiste nel dividere tutti i suoi beni in due accampamenti: Esaù avrebbe potuto eliminarne solo uno, mentre l’altro si sarebbe salvato (Cfr. Gen 32,8-9). A questa strategia ne contrappone un’altra, più diplomatica e lucida, frutto di una notte di preghiera. Decide così di farsi precedere da una serie di regali, così da abbonire gradualmente il cuore del fratello (Cfr. Gen 32,14-22). Se l’autore sacro ci permette di comprendere quali siano i sentimenti di terrore di Giacobbe, non rivela niente di quello che pensa il fratello. E in effetti sta per avverarsi un ulteriore grande colpo di scena. Leggiamo: «Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù, che aveva con sé quattrocento uomini. Allora distribuì i bambini tra Lia, Rachele e le due schiave; alla testa mise le schiave con i loro bambini, più indietro Lia con i suoi bambini e più indietro Rachele e Giuseppe. Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello. Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero» (Gen 33,1-4).

La scena non può non ricordare l’abbraccio del padre verso quel figlio scapestrato raccontato da Gesù nella cosiddetta parabola del figliol prodigo (Cfr. Lc 15,20b). Da un lato, infatti, abbiamo un fratello minore che ritorna a casa che avvicinandosi al maggiore gli si prostra sette volte, nell’atteggiamento tipico del vassallo, mentre dall’altro c’è Esaù che gli si getta al collo, lo bacia e finirà per chiamarlo «fratello mio» (Cfr. Gen 33,9). Il fatto stesso che il termine fratello venga ripetuto per ben sette volte, da quando Giacobbe riprende il viaggio di ritorno a casa (Gen 32,4.7.12.14.18; 33,3.9), è alquanto evocativo: indice di una perfezione e di una pienezza nella fraternità che prima non c’era e ora si sta creando. La distanza e il tempo non solo li ha fatti crescere, ma ha anche permesso loro di capire che c’è molto altro oltre l’ebrezza della caccia e il desiderio di rivalsa. Adesso tutto ha trovato un suo equilibrio.

È interessante notare quello che accade dopo il loro abbraccio. Giacobbe insiste più volte perché il fratello accetti i suoi doni, ma questi rifiuta perché non ne ha bisogno, è ricco anche lui ormai. Tuttavia si troverà in qualche modo costretto ad accettare, quando Giacobbe dirà qualcosa di davvero sconcertante: «Ma Giacobbe disse: “No, ti prego, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché io sto alla tua presenza, come davanti a Dio, e tu mi hai gradito» (Gen 33,10). Perché è importante questo versetto? Perché rivela che in qualche modo il fratello con il quale si ha una relazione pacificata, di comunione, diventa mediazione divina, opportunità di un’esperienza mistica, di incontro con Dio. Giacobbe, che già aveva visto Dio, aveva lottato con lui ed era riuscito a strappargli una benedizione (Cfr. Gen 32,25-33), ora lo rivede, lo riconosce, negli occhi di Esaù. Ci troviamo di fronte alla stessa esperienza dei due discepoli diretti a Emmaus (Cfr. Lc 24,13-35). Essi, infatti, dopo aver riconosciuto il Risorto nello spezzare il pane, saranno chiamati a riconoscerlo nei loro fratelli di fede. Anche loro, dopotutto, devono ripercorrere un cammino a ritroso, tornando da dove erano partiti: Gerusalemme.

La riconciliazione dei due fratelli, così diversi tra loro, rivela che le diversità di vedute, di ambizioni, di carattere non necessariamente devono condurre a violente scissioni, ma possono diventare motivo di arricchimento reciproco. Ben a ragione afferma Alonso Schökel, in una delle sue opere più illuminate: «La fraternità è fonte di differenziazione, la quale articola l’unità e l’identità radicale dell’essere umano, rompe in sfaccettature rivelatrici la ricchezza potenziale dell’uomo, moltiplica persone e personalità in cerca di una unità familiare e sociale. La differenziazione produce pure problemi che toccano la dimensione etica dell’uomo. Le tensioni possono essere fonti di energia, se si riesce a risolverle, in caso contrario saranno fatali. […] La fraternità ha un riferimento verticale che la fonda, garantisce, consolida: il riferimento al padre comune (9; 35,28 s.: morte di Isacco; 42-47) e un riferimento al medesimo Dio (specialmente 28: visione di Betel; 32: lotta notturna di Giacobbe; 50: progetto di Dio)».

P. Francesco Ciaccia
Mercoledì della Bibbia 2022, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

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