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La fame nell’Africa subsahariana tra siccità e coronavirus

Gli effetti combinati dei cambiamenti climatici e del Covid-19 stanno colpendo duramente Sud Sudan e Zimbabwe.

In Africa, purtroppo, la fame è uno spettro che fa più spavento del Covid-19 e chi si guadagna da vivere con un lavoro informale corre il rischio dell’assembramento. In particolare, Somalia, Sud Sudan e Zimbabwe sono tra le quattro nazioni al mondo a rischio alimentare, in conseguenza ai recenti effetti combinati della siccità e delle restrizioni dovute al coronavirus. Lo afferma Nigrizia, che si rifà a Trocaire, agenzia della Chiesa cattolica irlandese che aderisce a Caritas Internationalis.

In Sud Sudan, quasi sei milioni di persone, ovvero più di metà popolazione, sono in crisi alimentare da un anno e circa ventimila sono vicini alla carestia. In questa terra è da sei anni che c’è una guerra civile, conseguente all’indipendenza dal Sudan, e secondo l’ONU le cause dell’insufficienza di cibo sono da ricercare più nelle azioni dell’uomo che nel clima, con conseguenza amplificate dalla pandemia. Tra la debolezza delle istituzioni, l’accaparramento delle risorse e la diffusione di armi leggere, il governo e i ribelli sono accusati di non fare nulla per non lasciare morire di fame gli abitanti.

In Zimbabwe, in cinquantasei distretti su sessanta si sta vivendo livelli critici di fame, tanto che una persona su tre dei quindici milioni di abitanti deve affrontare una crisi alimentare. La recessione economica è conseguenza di un ambiente colpito sempre più dal riscaldamento globale. Siccità e condizioni meteorologiche irregolari hanno danneggiato la produzione agricola, con un conseguente aumento dell’inflazione addirittura di oltre il 490%. Malgoverno, corruzione e mancanza di acqua e medicinali si combinano ai blocchi dei mercati e degli scambi transfrontalieri dovuti al Covid-19. Per tutti questi individui la vita quotidiana è una continua lotta per la sopravvivenza.

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