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Gesù, buon samaritano, ci rivela la vera umanità

Lettura della “Fratelli tutti” di Papa Francesco, capitolo per capitolo, per riscoprire il volto fraterno dell’umanità. Capitolo II.

1. Introduzione

Nel capitolo 1 dell’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco, viene messo in evidenza – come abbiamo visto – il paradosso della nostra epoca: a una crescente globalizzazione corrisponde una frammentazione e un isolamento molto elevati che la pandemia del Covid-19 ha reso ancora più evidente. Viene sottolineato: «Malgrado si sia iper-connessi, si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti» (n. 7). Al n. 12 viene evidenziato ancora di più che si tratta di una dinamica che attraversa tutte le dimensioni della vita sociale: «I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico. Tale cultura unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni, perché “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”».

Quindi, nonostante gli apparenti legami, «siamo più soli che mai in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza. Aumentano piuttosto i mercati, dove le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori. L’avanzare di questo globalismo favorisce normalmente l’identità dei più forti che proteggono sé stessi, ma cerca di dissolvere le identità delle regioni più deboli e povere, rendendole più vulnerabili e dipendenti. In tal modo la politica diventa sempre più fragile di fronte ai poteri economici transnazionali che applicano il “divide et impera”» (n. 12). Di fronte a questa situazione, per tanti versi drammatica perché crea divisione e scarti nella società, nell’enciclica, al capitolo 2, papa Francesco propone di prendere come riferimento la parabola del Buon Samaritano: «Nell’intento di cercare una luce in mezzo a ciò che stiamo vivendo, e prima di impostare alcune linee di azione, intendo dedicare un capitolo a una parabola narrata da Gesù duemila anni fa. Infatti, benché questa Lettera sia rivolta a tutte le persone di buona volontà, al di là delle loro convinzioni religiose, la parabola si esprime in modo tale che chiunque di noi può lasciarsene interpellare» (n. 56).

2. Leggiamo il testo della parabola

«In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.

Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”» (Lc 10,25-37).

3. Chi è il prossimo?

Come definirlo? Credo che il problema si pone anche per noi, oggi. Al tempo di Gesù il dottore della legge pone il problema a Gesù: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli fa notare che essendo dottore della legge deve conoscere ciò che vi è scritto in essa. E il dottore risponde bene: «Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”». «… e il tuo prossimo come te stesso…». L’espressione è significativa: tu riesci ad amare l’altro come prescrive la Legge solo quando metti l’altro sullo stesso livello in cui poni te stesso e costruisci l’equilibrio. Nell’esperienza di Gesù questo amore cresce fino a traboccare nel dono della propria vita. Provocato, ancora, dal dottore della legge che chiede: «E chi è mio prossimo?», Gesù racconta una parabola. Tutta la parabola quindi vuole rispondere a questo interrogativo.

«Gesù riprese: Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto (lo spogliarono), lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto». Ecco alcune sottolineature della parabola: lo spogliarono di tutto, lo percossero a sangue, lasciandolo mezzo morto e se ne andarono. Gli tolsero dignità e quasi la vita. Di fronte a questo caso si trovano un sacerdote e un levita che sono sulla stessa strada, lo vedono e passano oltre. Sono due personalità molto importanti, proprio loro, per professionalità diremmo, avrebbero dovuto interessarsi alla salute. Spettava a loro dichiarare lo stato di salute di una persona malata e quindi ammetterla o meno nella comunità. Ma essi, nel dubbio che potrebbe essere morto, preferiscono non contaminarsi, vogliono garantire se stessi. Si fermano all’osservanza giuridica e sono incapaci di attivare la compassione, l’amore. Gesù rimprovera questo atteggiamento: osservate le vostre tradizioni e avete dimenticato il comandamento dell’amore.

Sulla stessa strada arriva anche un samaritano il quale vede la stessa scena e ne ebbe compassione e, a differenza del sacerdote e del levita, si lascia interpellare dalla situazione drammatica di quell’uomo. È il vedere e la compassione che modificano e determinano l’atteggiamento del samaritano di fronte all’uomo abbandonato, e mettono in moto una serie di azioni – espresse con tanti verbi – nelle quali si sviluppa il suo soccorso progressivo ed efficace. La compassione porta il samaritano ad avvicinarsi all’uomo ferito e abbandonato e lo stimola a prestargli un soccorso premuroso e diligente, espresso con un verbo molto significativo epimeléomai – aver cura –, ripreso due volte. Il samaritano si avvicina per capire meglio la situazione e vedendolo ne ebbe compassione (esplanchnìsthe), si sentì muovere le viscere dalla compassione. E quindi gli va accanto come prossimo – proselthon, dice il testo greco: pros è una preposizione da cui viene anche prossimo –; gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino: è l’olio della dolcezza e il vino della fortezza.

«Poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”». Sono molto significativi i gesti che compie il samaritano: il primo, fondamentale, è quello che, senza preoccuparsi di se stesso, cerca di capire quale è la situazione reale dell’altro, da questo atteggiamento scaturiscono tutti gli altri gesti. Se vedi una situazione, è la situazione in quanto tale che poi ti coinvolge, provoca la compassione, un amore misericordioso e ti porta a compiere gesti che rendono concreta la vicinanza, l’attenzione e l’intimità.

Se, invece, chiudiamo gli occhi, determinati dal nostro egoismo, ci tagliamo fuori dalla possibilità di intervenire e di prenderci cura. Quindi aprire gli occhi e rompere i muri (oggi anche a livello comunitario si elevano tanti muri…) della proprio caverna egoica, per guardare la realtà, il quotidiano drammatico di tanti fratelli è il primo gesto fondamentale da compiere, il resto viene come conseguenza, poi un gesto ne stimola un altro. Il samaritano ha prima cercato di capire quello che gli stava davanti: un uomo mezzo morto e abbandonato, questo atteggiamento l’ha coinvolto e l’ha reso prossimo dell’uomo calpestato. Il dono della prossimità gli ha aperto gli occhi e l’ha reso disponibile a versare sulle ferite dell’altro l’olio della dolcezza e il vino della forza che custodiva dentro di sé. Ha scoperto infatti di essere premuroso e forte al punto di poter caricare il fratello moribondo sulle sue spalle, considerandolo tutt’uno con se stesso. Inoltre trova il coraggio di coinvolgere nell’attenzione verso il povero malcapitato l’intera struttura sociale. E questo è molto importante.

Il samaritano attraverso questo rapporto nuovo con l’uomo pestato e derubato, si rende conto che, per aiutarlo concretamente, non è sufficiente un semplice rapporto da uomo ad uomo, ma c’è bisogno di coinvolgere anche le strutture sociali perché siano a servizio dell’uomo. E per questo dice all’albergatore: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». La parabola termina così. E a conclusione, Gesù pone l’interrogativo al dottore della legge: secondo te, dopo che ti ho raccontato questo fatto: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”»

4. «Va’ e anche tu fa’ così»

È capovolto tutto. Il dottore della legge aveva chiesto: chi è il mio prossimo? E Gesù gli dice come fare per farsi prossimo. Tutto è rovesciato. L’interlocutore di Gesù comprende e risponde: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”». Siamo di fronte a una parabola, ma a risentirla ci rendiamo conto, spero, del cammino che la Parola di Dio ci invita a fare. La risposta potrebbe essere dunque questa: tu cercavi di capire chi è il prossimo indicato dalla legge; io ti dico: il prossimo sei tu ogni volta che ti fai prossimo ad un uomo che ha bisogno di te. Vuol dire che l’uomo che ha bisogno di aiuto, è colui che ti regala la possibilità di amare.

5. La parabola del Buon Samaritano icona del vissuto di Gesù

Mi piace vedere in questa parabola una sintesi allegorica del Volto di Dio rivelato nell’AT che Gesù ha pienamente espresso, reso visibile, attraverso il suo vissuto e i gesti quotidiani. A leggere il brano in questa prospettiva siamo invitati e aiutati da alcuni Padri della Chiesa, a partire almeno dal II secolo e con una certa continuità, tra di essi: Origene, Agostino, Ambrogio e Ireneo di Lione, che vedono nel buon samaritano Gesù stesso, immagine vivente della misericordia del Padre. Il samaritano è una persona non gradita ai custodi della Legge e del tempio, ma qui è Gesù che dalla Samaria ha indurito il suo volto verso Gerusalemme (cf. Lc 9,51), Lui, che con disprezzo viene indicato come «samaritano e indemoniato» (Gv 8,48), sta viaggiando verso Gerusalemme. Lui che è disceso si fa vicino e condivide la sventura dell’uomo.

«Mosso a compassione»: l’umanità di Gesù è presenza di misericordia, segno della compassione di Dio per i deboli, per i vacillanti: si fa vicino a loro. Nei Vangeli spesso viene evidenziato che Gesù si commuove: «Gli si avvicina un lebbroso e lo supplica in ginocchio dicendogli: “Se vuoi puoi purificarmi”. Mosso a compassione (splancnisthéis), Gesù stese la mano, lo toccò: “Sì lo voglio; sii purificato”» (Mc 1,40-41). Più avanti Marco registra: «Sbarcando, egli vide una grande folla e ne ebbe compassione (esplancnìsthe) poiché erano come pecore che non hanno pastore. Allora incominciò a insegnare loro molte cose» (Mc 6,34). Gesù, col suo vissuto umano racconta la misericordia/compassione che esprime la vita stessa di Dio: in Es 34,6, Dio passa davanti a Mosè proclamando: «JHWH, JHWH, Dio di misericordia e di grazia, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà». E lo farà con profonda libertà interiore (Mt 22,16). Misericordia/compassione e libertà, quindi, caratterizzeranno il vissuto pubblico di Gesù, con questi atteggiamenti racconta il volto del Padre (Gv 1,18).

La misericordia di Dio, però, non è la lacrimuccia, frutto di emozione momentanea! È presenza rigeneratrice. Misericordia traduce la parola ebraica: rachamim, che incontriamo tante volte nella Bibbia. Rachamim è il plurale di rechem che designa il grembo materno in cui il bambino viene formato e portato, prima della nascita. Indica, quindi lo spazio fatto in sé alla vita dell’altro, spazio di comunione profonda di con-sentire, di com-patire, di con-gioire. Ma indica anche l’amore materno e paterno verso il figlio, il legame tra fratelli, designa, dunque sempre un rapporto che non può venir meno, forte come il legame viscerale. La misericordia è dunque la più radicale protesta contro l’indifferenza, l’individualismo, il rifiuto dell’altro. La misericordia è mistero che genera vita e comunione, è dinamica di condivisione.

Gesù con il suo vissuto rende umano e palpabile il volto misericordioso del Padre. Più volte gli evangelisti registrano, come dicevamo prima, che Gesù si commuove. Nel vangelo di Luca (cap. 15), poi, Gesù soprattutto attraverso la parabola del padre misericordioso vuole consegnarci il volto di Dio che commosso corre incontro al figlio, lo abbraccia, lo bacia (gli dona il suo respiro) e gli ridona il vestito bello, la dignità di figlio amato che aveva prima di abbandonare la casa. (Lc 15,20-22). Gesù ci mostra questo volto del Padre e invita tutti noi a vivere di questa passione del Padre e sua. Nel vangelo di Luca esplicitamente ci dice: «Diventate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).

6. Sollecitazioni

Le situazioni del nostro mondo, tratteggiate nel primo capitolo di Fratelli tutti non sono diverse da quelle raccontate nella parabola, ma la parabola ci offre orizzonti che ci stimolano ad affrontare diversamente il quotidiano per dar vita a una società più umana. Infatti: «Questa parabola è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena… La parabola ci mostra con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri» (n. 67). Il racconto con concretezza ci dice che la pienezza della vita si ha solo nell’amore gratuito, ed è possibile se ci lasciamo animare dal respiro di Dio che si è rivelato nel vero buon samaritano, come abbiamo evidenziato, Gesù. Acquisire questa nuova identità, non è facile ed è frutto di una lotta interiore, perché dentro ognuno di noi è presente «qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano» (n. 69). La scelta e il comportamento non dipende dai ruoli ma è frutto di un cammino con Gesù, è lui che ci toglie la maschera ci apre gli occhi sulla nostra storia che non è diversa da quella tracciata nella parabola.

a) I briganti oggi

La storia raccontata nella parabola si ripete, Gesù ci incoraggia a intervenire ci dice che sono i briganti che lasciano l’uomo mezzo morto sulla strada. Questi briganti anche oggi, «Li conosciamo. Abbiamo visto avanzare nel mondo le dense ombre dell’abbandono, della violenza utilizzata per meschini interessi di potere, accumulazione e divisione» (n. 72). Sono presenti in tutto il mondo, ma anche nell’Europa e nella nostra Italia. Sono essi che lasciano tanti moribondi in mezzo alla strada. Si calcola che nel 2020 le persone in stato di insicurezza alimentare acuta siano arrivati a 155 milioni. Molti di essi vivono in Africa e spesso questa situazione è determinata da conflitti armati. A titolo di esempio desidero evidenziare quello che è sotto i nostri occhi in queste ultime settimane:

– Colpi di redini. Agenti federali statunitensi che usano le redini dei propri cavalli per colpire e respingere i migranti che tentano di attraversare il Rio Grande, al confine col Messico. Vere e proprie frustate che si abbattono anche su donne e bambini che urlano in preda al panico. Sono immagini choc riprese da diversi media internazionali e che gettano ancora una volta un’ombra su quanto da mesi sta accadendo alla frontiera sud degli Stati Uniti, teatro oramai di una crisi umanitaria. Sono ormai oltre 10 mila le persone che bivaccano in condizioni igieniche disastrose sotto il ponte di Del Rio che collega Stati Uniti e Messico, vivono in tende e rifugi improvvisati, in un degrado indescrivibile. La maggior parte di loro proviene da Haiti.

– Alzare muri. In Europa la situazione non è meno drammatica. È di queste ultime settimane la richiesta di tredici stati dell’unione europea, dell’utilizzo delle risorse comuni per la costruzione di muri anti-migranti. È inaccettabile che non si voglia accettare i profughi in fuga da miseria e da guerre, spesso causate da noi. L’Europa foraggia, tramite l’Italia, sia il governo di Tripoli, sia la Guardia Costiera libica perché trattengano in Libia mezzo milione di rifugiati sub-sahariani. E quando questi tentano la fuga sui gommoni, li riportano nei lager. Lo sottolineava anche papa Francesco domenica dopo la preghiera dell’Angelus:

«Occorre porre fine al ritorno dei migranti in Paesi non sicuri e dare priorità al soccorso di vite umane in mare con dispositivi di salvataggio e di sbarco prevedibile. […] Tanti di questi uomini, donne e bambini sono sottoposti a una violenza disumana. Ancora una volta chiedo alla comunità internazionale di mantenere le promesse di cercare soluzioni comuni, concrete e durevoli per la gestione dei flussi migratori in Libia e in tutto il Mediterraneo. […] Quanto soffrono coloro che sono rimandati! Ci soni dei veri lager».

Queste politiche migratorie portano alla morte di migliaia e migliaia di profughi nel Mediterraneo. Mare nostrum è ormai diventato Cimiterium nostrum, dove sono sepolti dai 50 ai 100 mila profughi. I briganti anche oggi, per vari interessi, lasciano l’uomo mezzo morto per terra, che atteggiamento assumiamo noi di fronte a questa drammatica situazione? Passeremo a distanza, segnati dal terribile virus che è l’indifferenza? O addirittura con uno sguardo di disprezzo verso i poveri e la loro cultura? (cf. n. 73). Quelli che passano a distanza, Gesù, nella parabola, evidenzia che sono persone religiose che dovrebbero conoscere la passione di Dio per i calpestati. Afferma la Fratelli tutti al n. 74:

«Questo è degno di speciale nota: indica che il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace. Una persona di fede può non essere fedele a tutto ciò la fede stessa esige, e tuttavia può sentirsi vicina a Dio e ritenersi più degna degli altri. Ci sono invece dei modi di vivere la fede che favoriscono l’apertura del cuore ai fratelli, e quella sarà la garanzia di un’autentica apertura a Dio. San Giovanni Crisostomo giunse ad esprimere con grande chiarezza tale sfida che si presenta ai cristiani: “Volete onorare veramente il corpo di Cristo? Non disprezzatelo quando è nudo. Non onoratelo nel tempio con paramenti di seta, mentre fuori lo lasciate a patire il freddo e la nudità”. Il paradosso è che, a volte, coloro che dicono di non credere possono vivere la volontà di Dio meglio dei credenti».

I briganti della nostra storia, in fondo, hanno come segreti alleati quelli che guardano dall’altra parte e con ipocrisia dicono: “tutto va male”, “nessuno può aggiustare le cose”, “che posso fare io?” (cf. n. 75). E l’uomo ferito resta lì, destinato a morire, senza speranza. L’esperienza di essere feriti, possiamo farla tutti, quando «Ci sentiamo anche abbandonati dalle nostre istituzioni sguarnite e carenti, o rivolte al servizio degli interessi di pochi, all’esterno e all’interno» (76).

b) Ricominciare

Di fronte a questa realtà dobbiamo educarci, senza aspettare che tutto sia risolto da coloro che ci governano, a diventare parte attiva a sostegno della società ferita, «alimentando ciò che è buono e mettendoci al servizio del bene» (n. 77). Si tratta di cominciare dal basso coinvolgendo anche le istituzioni e gli altri per incontrarci in un “noi”, «con la stessa cura che il viandante di Samaria ebbe per ogni piaga dell’uomo ferito» (n. 78). A volte, «Le difficoltà che sembrano enormi sono l’opportunità per crescere, e non la scusa per la tristezza inerte che favorisce la sottomissione» (n. 78). Questo impegno per l’altro, che ci fa uscire dalla nostra indifferenza e dalla nostra ignavia «ci farà risorgere e farà perdere la paura a noi stessi e agli altri» (n. 78). Questo impegno cerchiamo di portarlo avanti senza aspettarci riconoscimenti o ringraziamenti, ma nella pura gratuità e «con quell’atteggiamento solidale e attento, l’atteggiamento di prossimità del buon samaritano» (n. 79)

Ricordiamoci sempre che siamo chiamati noi a farci prossimi, vicini «alla persona bisognosa di aiuto, senza guardare se fa parte della propria cerchia di appartenenza» (n. 81), «dando alla nostra capacità di amare una dimensione universale, in grado di superare tutti i pregiudizi, tutte le barriere storiche o culturali, tutti gli interessi meschini» (n. 83). La carità gratuita e disinteressata stimola il progresso della giustizia. La carità previene, riesce a intuire i bisogni nuovi dell’uomo e della società, fin dal loro sorgere. Non è raro che l’amore anticipi e stimoli il cammino, di per sé più lento, del diritto e della giustizia. Come sottolineava S. Caterina da Siena, «la carità è la conchiglia che contiene la perla della giustizia». La giustizia e la politica, animate dalla carità, fanno sì che gli uomini si incontrino non solo sul piano obiettivo dei diritti e dei beni da tutelare, ma anche su quanto essi hanno di più intimo e soggettivo (la propria dignità e la propria coscienza) a livello individuale e comunitario.

E allora, oggi, mentre rimane la carità intesa in senso più tradizionale, anche se purificata e potenziata – pensiamo al dovere di superare il livello dell’elemosina per approdare a quello della condivisione, condivisione anche del necessario e non solo del superfluo – emerge l’esigenza di andare alla radice di queste espressioni di carità. Esse sono finalizzate alla persona, vogliono essere contributo a salvaguardare la dignità e i diritti, e fare sì che la persona sia veramente libera, autonoma, in grado di contribuire assieme a tutti gli altri uomini, a realizzare una società più umana, più giusta. Si tratta, allora, per camminare verso la pienezza della carità, di consentire all’io di aprirsi con docilità all’azione, alla carità dello Spirito. Se ci si apre e si collabora attivamente, facendosi terreno spoglio, recettivo all’agape di Dio, allora piano piano tutta la persona diventa «strumento musicale pizzicato dallo Spirito, che canta la gloria e la potenza divina» (Gregorio Nazianzeno).

Alberto Neglia
Mercoledì della spiritualità 2021, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

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