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Una nuova cultura dell’incontro

Lettura della “Fratelli tutti” di Papa Francesco, capitolo per capitolo, per riscoprire il volto fraterno dell’umanità. Capitolo VI

Se tu avessi camminato nella via di Dio,
avresti abitato per sempre nella pace.
Baruc 3,11

Ringrazio sempre con affetto padre Alberto e la fraternità dei frati Carmelitani per la carità che mi fanno di invitarmi a dettare una riflessone a questi appuntamenti così significativi come sono i “Mercoledì della spiritualità”. Saluto i presenti e coloro che ci seguono via social e auguro a tutti che si possa crescere interiormente, in coscienza, verso quella fraternità, luogo dell’incontro con Dio e tra noi. Quest’anno difatti l’oculata scelta di approfondire l’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti (=FT) diviene motivo, per ciascuno di noi, di interrogarci sul magistero odierno di papa Bergoglio, per ringraziare il Signore della chiarezza di risposte in questi tempi difficili e, per alcuni versi, oscuri, come nel primo capitolo dell’enciclica ci veniva ricordato ma, ricchi di quella luce divina che, nel discernimento e nella preghiera, ogni buon cristiano (cf. Mt 13,52) deve poter ritrovare e seguire. A noi credenti in Cristo, guidati dal Vangelo che diviene farò che illumina il nostro cammino e ci indica, nella carità verso l’altro, il fine della propria risposta di fede, come si evince dalla lettura del secondo capitolo dell’enciclica; Vangelo che «ci stimola ad un rinnovato slancio d’amore, che sia capace di compassione, di tenerezza, di attenzione, di perdono, e che generi fraternità, spalancando il cuore alle esigenze del Vangelo».

1. L’irrilevanza oggi dell’amore nell’azione politica

La scorsa volta ci veniva presentato in riferimento al capitolo quinto, come abbiamo ascoltato, il senso di una politica e di una politica sociale che, per dirsi tale, deve essere guidata dall’amore. Non potrà mai dirsi a servizio dell’uomo, come ogni politica nel suo statuto epistemologico si ritrova ad essere, se non ha come spinta propulsiva, nel suo operare, l’amore; se non si identifica, alla luce dei credenti che la fanno propria, con l’amore di Cristo. Voglio, a tal proposito, ricordare delle espressioni che reputo audaci, profetiche e dunque necessarie nel formarci ad una visione cristiana dell’impegno nella polis, che dicono: «La carità è al cuore di ogni vita sociale sana e aperta. Tuttavia, oggi “ne viene dichiarata facilmente l’irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali”» (FT 184).

Proprio questa malattia, se così potrei dire, ribadisce che i rigurgiti populisti e assolutisti, che sfociarono nel passato in terribili ideologie e dittature, se sono risposte fuori della storia, ugualmente sono ancora oggi risposte possibili. In una intervista che diviene presentazione dell’enciclica, il cardinale Zuppi, arcivescovo di Bologna, a mo’ di un viaggio da intraprendere e che non ha certezze se non quelle del Vangelo che rivelano la verità dell’uomo, che vi consiglio di leggere, afferma:

«Pare chiaro che, oggi, sono finite le ideologie cui eravamo abituati negli anni del fascismo, del nazismo o del comunismo, negli anni dei cosiddetti totalitarismi. Oggi ne rimangono dei surrogati e delle scorciatoie, come una bella schermata del computer che presenta un po’ di riferimenti generali, tanto per darsi una veste. Ma le ideologie sono un’altra cosa: esse avevano una forza attrattiva e una capacità di coinvolgimento umano al di là di ogni immaginazione, fino l’annullamento dello stesso “io” in favore dell’ideale. Abbiamo chiari davanti agli occhi alcuni avvenimenti e fatti, di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze, che avevano alle spalle un significato personale e collettivo straordinario. Oggi esistono solo dei riferimenti annacquati, con tutti i rischi che questo comporta, in primo luogo quello di creare delle identità a poco prezzo, con l’illusione di risolvere i problemi della gente, ma, spesso, con un grave impoverimento della politica stessa, usata per fini personali. Nei paragrafi dell’Enciclica, nei quali si parla di populismo, si sottolinea la tentazione, presente sia nei progetti individuali sia in quelli di gruppo, di assorbire e di far proprie le paure della gente, alla ricerca di risposte facili e identitarie, che mettono in seria discussione la democrazia stessa».

2. Imparare l’arte del dialogare

Ed entriamo nel cuore di ciò che viene svolto nel capitolo sesto dell’enciclica dove veniamo accompagnati a far nostri quegli atteggiamenti che inevitabilmente si pongano non solo ad argine di possibili derive e sguardi ad un modo di convivere sociale che mortifica la persona in nome dell’individuo, ma, ancora più deleterio e pericoloso, propinando un modo di vivere che invece che arricchire le umanità le mortifica e le appiattisce, a scapito di pochi. Il dialogo e l’amicizia sociale, di cui si parla non sono né utopiche espressioni fuori dalla realtà, né, tantomeno, visioni ideologiche e di moda di una concezione della fede comunista, ma, viceversa, chiari e profondi sguardi che hanno, nell’Evangelo e nell’esperienza umana (cf. Gaudium et spes, 46), quell’humus che deve porsi in un titanico quanto affascinante impegno della formazione delle coscienze per dare, in una visione lungimirante e fedele, risposte a ciò che lo Spirito del Signore ci indica, ci detta, ci chiede e, dunque, vuole per il nostro oggi e, come conseguenza logica direi, pensando al nostro domani, e a quello delle generazioni che verranno dopo di noi.

Con papa Francesco, dunque, fin dall’inizio ricordo, a me stesso e a ciascuno di voi, che dobbiamo «di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, [essere] in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole» (FT 6). In questo capitolo, già dal titolo – dialogo e amicizia sociale –, si deduce che si parla dell’incontro. Incontrare gli altri non è qualcosa di occasionale, ma diventa determinante per scoprirci ciò che siamo. Citando il poeta, cantante, compositore brasiliano, Vinicio de Moraes, il papa afferma che: «La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita» (FT 215).

3. La cultura dell’incontro

Se siamo chiamati ad incontrarci significa che dobbiamo, per forza di cose, imparare a dialogare, è sarà proprio il dialogo l’atteggiamento da riscoprire come vero impegno affinché lo stare insieme, il pensare ad una nuova cultura dell’incontro, come la chiama il papa, ribadisca che l’amicizia sociale è possibile; essa, non è un’utopia ma, invece, è Vangelo in atto. Significativamente, Ruppi, parlando di questo capitolo, lo intitola: Un viaggio da eroi! Il Vangelo difatti, ricordiamocelo, è una cosa seria che ci chiama a fare sul serio. Se già nell’esortazione Evangelii gaudium (= EG), papa Francesco, aveva espressamente parlato della necessità di “mettere in evidenza e incoraggiare i valori più alti e centrali del Vangelo” (cf. EG 37-37; Amoris Laetitia, 311), leggendo la FT si rimane, direi, affascinati, come uomini e donne di fede, nel leggere che, la verità, la ricerca della verità, il desiderio di farla propria, passa sempre dall’altro. «Ogni essere umano possiede una dignità inalienabile è una verità corrispondente alla natura umana al di là di qualsiasi cambiamento culturale» (FT 213).

La cultura dell’incontro, dunque, esige «la capacità abituale di riconoscere all’altro il diritto di essere sé stesso e di essere diverso» (FT 218). Proprio questa capacità abituale, non è per nulla scontata, anzi molte volte si è smarrita nei meandri di un individualismo che si erge a padrone, nella reale indifferenza che ha, come risultato la «pigrizia di ricercare i valori più alti, che vadano al di là dei bisogni momentanei» (FT 209). Mi soffermo allora in primo luogo costatando, purtroppo, come l’individualismo esasperato produce i suoi deleteri effetti nel pensiero (cultura) e nella prassi (morale), per poi focalizzare, nell’importanza del dialogo, come si diceva, fatto anche di cortesia e di gentilezza, il percorso per quella cultura dell’incontro oggi imprescindibile per il bene della persona, delle persone, dei popoli, dell’umanità intera.

Il non-dialogo stimmatizza l’assoluto del proprio io che vuole imperare a scapito di: dell’altro, come persona, come cultura, come comportamento, come fede; degli altri, come persone, come esseri diversi da me, come costruttori di futuro, nell’interesse manifesto, invece, di reclinarsi sul presente. Il rifiuto del dialogo vaporizza i valori morali e li interpreta secondo le proprie convenienze e la propria miope visione individualista. «Oggi si verifica un’assimilazione dell’etica e della politica alla fisica: non esistono il bene e il male in sé, ma solamente un calcolo di vantaggi e svantaggi» (FT 210).

«Di fronte al degrado che minaccia il pianeta, espressioni come libertà, giustizia, rispetto reciproco, solidarietà, equità, bene comune, sono privati di ogni significato e usati per giustificare qualsiasi azione (FT 14). Ecco perché educare e formare rimangono le strade da percorrere per passare – per esempio –dall’impegno per l’ambiente ad una corretta responsabilità ecologica». Da questa lettura della realtà, molto franca e bisognosa di uno sguardo oggettivo, emerge il bisogno di riscoprire che dialogare è via maestra affinché la verità sia ciò che debba essere: «In una società pluralista», scrive il Pontefice, «il dialogo è la via più adatta per arrivare a riconoscere ciò che dev’essere sempre affermato e rispettato, e che va oltre il consenso occasionale» (n. 211).

«Siamo nel tempo del dialogo. Tutti scambiano messaggi sui social, ad esempio, grazie alla rete. E tuttavia spesso il dialogo si confonde con un febbrile scambio di opinioni, che in realtà è un monologo nel quale predomina l’aggressività. Nota pure acutamente che questo è lo stile che sembra prevalere nel contesto politico, che ha, a sua volta, un riflesso diretto nella vita quotidiana della gente (cf. nn. 200-202). «L’autentico dialogo sociale presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi» (n. 203). È questa la dinamica della fratellanza, del resto, il suo carattere esistenziale, che «aiuta a relativizzare le idee, almeno nel senso di non rassegnarsi al fatto che un conflitto insorto da una disparità di vedute e di opinioni prevalga definitivamente sulla fratellanza».

Dialogo non significa affatto relativismo, sia chiaro. Come aveva già scritto nell’Enciclica Laudato si’, Francesco afferma che se a contare non sono verità oggettive né princìpi stabili, ma la soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, allora le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e ostacoli da evitare. La ricerca dei valori più alti si impone sempre (cf. nn. 206-210). L’incontro e il dialogo si fanno così «cultura dell’incontro», che significa la passione di un popolo nel voler progettare qualcosa che coinvolga tutti; e che non è un bene in sé, ma è un modo per fare il bene comune (cfr nn. 216-221)».

Dialogare dunque diviene l’impegno che ci fa incontrare ed andare verso gli altri, al di là della propria fede e della propria cultura. Giorgio Parisi, fisico e accademico italiano, premio Nobel per la fisica nel 2021 per i suoi studi sui sistemi complessi, afferma: «In un mondo che è sempre più dominato dalla scienza e dalla tecnologia, chi deve prendere decisioni per la collettività rischia di decidere alla cieca. Ma il dialogo è necessario (e vantaggioso) anche per lo scienziato. Più vasto è il suo background culturale ed etico, meno limitato si sentirà l’uomo di scienza quando deve proporre soluzioni nuove. Se si lancia questo ponte tra le due culture, lo scienziato ascolterà i suggerimenti che gli vengono dai campi non scientifici. Sarà sempre più consapevole di dover lavorare per l’uomo come persona, e non per soddisfare la propria ambizione». Direi che la via tracciataci è una via per tutti e trova tutti impegnati a costruire la società del domani. Citando la EG (n. 237), papa Francesco, ricorda che il tutto è superiore alla parte, se ne deduce che «da tutti si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo» (FT 215).

4. L’esercizio della gentilezza

Il perseguire la cultura del dialogo, dell’incontro, del tutto che è superiore alla parte, richiede il mettere in atto, con fede – cioè bisogna crederci – tanti piccoli gesti che costruiscano modalità di rapporto, tra i propri simili, diverse e sempre più umane. Il papa praticamente richiede di crescere nell’esercizio delle gentilezza. Citando le lettera ai Galati (5,22), papa Francesco, parla del frutto dello Spirito che «esprime uno stato d’animo non aspro, rude, duro, ma benigno, soave, che sostiene e conforta […] un modo di trattare gli altri che si manifesta in diverse forme: come gentilezza nel tratto, come attenzione a non ferire con le parole o i gesti, come tentativo di alleviare il peso degli altri» (FT 223). Tracciare un percorso esistenziale dove la gentilezza sia impegno costante – uno sforzo vissuto ogni giorno – diviene impegno che «è capace di creare quella convivenza sana che vince le incomprensioni e previene i conflitti» (FT 224). Espressioni che pongono l’impegno nel tempo. Un tempo di semina, che di certo vedrà i suoi frutti in un domani diverso dove, il dialogare, costruirà l’armonia dei popoli e la fraternità dominerà i rapporti tra gli uomini.

Perché ricordiamoci che «mentre la solidarietà è il principio di pianificazione sociale che permette ai diseguali di diventare eguali, la fraternità è quello che consente agli eguali di essere persone diverse». Se ne deduce, come scrivevo altrove, che «la fraternità, nell’impegno per il bene comune, deve consolidarsi come esperienza attenta e, a volte, sofferta, del pagare di persona, del ritrovarsi nel cammino insieme, per far crescere tutti; nella bellezza, per l’uomo di fede, di porsi prossimo di ogni prossimo che si incontra e con cui si ha da fare». Ciò, specie per ciascuno di noi uomini e donne di fede, richiama il senso d’un rapportarci reciproco che dice accoglienza, che dice bisogno dell’altro, che dice impegno verso quel bene comune che passa attraverso il riconoscimento dell’altro.

5. Ospitalità e accoglienza

Il Vangelo ci insegna l’accoglienza e l’ospitalità, ci insegna la necessità del prendersi cura dell’altro, ci insegna il bisogno di stare accanto l’altro e mai contro: «Oggi, in mezzo a una pandemia e alle soglie di una vita post-covid che possa accogliere tutti in una casa comune, specialmente gli stranieri, i reietti e i bisognosi del mondo attuale. Proprio perché la pandemia ha acuito la crisi mondiale dei rifugiati e dei migranti, dobbiamo comprendere che il principio dell’ospitalità e dell’accoglienza dello straniero è al centro del Vangelo. Guardiamo Filippo (cfr At 7,444), un esempio del dono dello Spirito santo, perché ci aiuti a vedere il rifugiato e il migrante come nostri fratelli, figli di Dio, non come un peso, ma come una benedizione per le nostre società».

Forse si potrà pensare che ciò sia, come sopra si ricordava, cosa per eroi. Papa Francesco lo ribadisce in un passaggio significativo di questo capitolo: «La mancanza di dialogo comporta che nessuno, nei singoli settori, si preoccupa del bene comune, bensì di ottenere i vantaggi che il potere procura, o, nel migliore dei casi, di imporre il proprio modo di pensare. Così i colloqui si ridurranno a mere trattative affinché ciascuno possa accaparrarsi tutto il potere e i maggiori vantaggi possibili, senza una ricerca congiunta che generi bene comune. Gli eroi del futuro saranno coloro che sapranno spezzare questa logica malsana e decideranno di sostenere con rispetto una parola carica di verità, al di là degli interessi personali. Dio voglia che questi eroi stiano silenziosamente venendo alla luce nel cuore della nostra società» (FT 202).

Termino ancora con la testimonianza del cardinal Zuppi, che a tal proposito ricorda con parole di speranza: «Io penso che abbiamo tantissimi esempi di eroi silenziosi, che hanno vinto, e di persone che hanno scelto la via del dialogo invece del conflitto. Abbiamo davvero tantissime esperienze di eroi del futuro, che, una volta, avremmo chiamato “profeti”, cioè persone che non si accontentano del presente, ma preparano e costruiscono il futuro, secondo i loro servizi e ministeri. C’è chi diventa eroe del futuro anche soltanto praticando l’accoglienza, col l’essere super partes. Gli eroi del futuro sono anche quelli che troviamo nella vita ordinaria e che, invece di restare prigionieri del contingente e di una prospettiva piccola, si aprono a visioni ampie e inclusive. è necessario riconoscere, valorizzare e stimare i tanti che, oggi, vivono come eroi del futuro».

Marcello Badalamenti ofm
Mercoledì della spiritualità 2021, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

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