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Percorsi di un nuovo incontro

Lettura della “Fratelli tutti” di Papa Francesco, capitolo per capitolo, per riscoprire il volto fraterno dell’umanità. Capitolo VII.

1. Si richiedono artigiani di pace

Per poter tracciare questi percorsi, che conducono ad un nuovo modo di incontrarsi nella pace, dice l’inizio del cap. VII: «c’è bisogno di artigiani di pace, disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (n. 225). L’attenzione del Papa è rivolta in modo particolare a tutte quelle situazioni di contrasti violenti e distruttivi, che hanno reso impossibile una pur labile condizione di convivenza. Egli, però, è ben fiducioso nella capacità umana di saper uscire dalle catastrofi, se ci sono uomini e donne ben disposti a saper proporre veri processi di pace nella giustizia e nella verità. La follia della violenza mette in moto una spirale, che risucchia sempre più in basso, perché violenza chiama altra violenza. Da questo corto circuito si può uscire soltanto se si ha il coraggio di abbandonare il piano dei risentimenti, del ricorso alla forza distruttiva per sollevarsi a quello dell’incontro e del dialogo con l’altro.

Afferma la Fratelli tutti: «Il processo di pace è un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, ad una speranza comune, più forte della vendetta» (n. 226). In un altro passaggio è detto: «la pace sociale è laboriosa, artigianale. (…) Quello che conta è avviare processi di incontro, processi che possono costruire un popolo capace di raccogliere le differenze» (n. 217). Per spezzare l’assurda spirale della violenza e della vendetta si richiedono persone capaci di lavorare con arte sul terreno della pace. Gesù nella proclamazione delle otto beatitudini parla dei poeti della pace, perché essa richiede l’invenzione creativa, la disponibilità a lasciarsi guidare ed ispirare dal soffio dello Spirito.

Questa insistenza, da parte di papa Francesco, sull’aspetto artigianale della pace ci porta a concludere che non è sufficiente il semplice desiderio della pace, ma essa presuppone una vera conversione del cuore, che consenta uno sguardo diverso sull’altro, anche se nemico o semplice oppositore. In conseguenza di questo cambio di sguardo dovrebbe mettersi in moto un vero percorso di apprendistato per poter proporre con sapienza e tenacia vie nuove, che permettano di affrontare e superare conflitti o di risanare ferite traumatiche. Si può ben dire che l’incipit di questo capitolo VII sembra dirci che non siamo alla semplice conclusione di una lunga riflessione sulla fraternità, ma ci troviamo di fronte all’apertura di un vero cantiere della pace, dal quale nessuno può sentirsi esonerato. La fraternità, se da una parte richiede la presa di coscienza di una comune appartenenza, dall’altra necessita di una volontà di imparare a gestire e superare i conflitti, rifuggendo da qualsiasi tentativo di dominare l’altro o di escluderlo da qualsiasi possibilità di relazione e, quindi, di incontro.

2. L’implicito richiamo alla grande spiritualità della nonviolenza

Il testo della Fratelli tutti si chiude con il riferimento a grandi figure, che hanno contrassegnato la storia dell’umanità: «In questo spazio di riflessione sulla fraternità universale, mi sono sentito motivato specialmente da san Francesco d’Assisi ed anche da altri fratelli che non sono cattolici: Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e molti altri. Ma voglio concludere ricordando un’altra persona di profonda fede, la quale, a partire dalla sua intensa esperienza di Dio, ha compiuto un cammino di trasformazione fino a sentirsi fratello di tutti. Mi riferisco al Beato Charles de Foucauld» (n. 286).

Il riferimento esplicito a Gandhi e a Luther King, universalmente riconosciuti come maestri della nonviolenza”, ci spinge ancora di più a pensare che la pace sulla terra è un’attesa, che può trovare i suoi parziali compimenti solo se si ha il coraggio di abbandonare la logica del binomio: amico-nemico, spogliandosi di tatticismi o di ricorso al grande diritto della legittima difesa. La dottrina della nonviolenza come è stata vissuta ed insegnata da Gandhi intende superare il semplice piano della ragione per approdare a quello dello spirito e, quindi, a quello della fede. Finché si continua a considerare il ricorso alle armi come un’opzione possibile per affrontare e risolvere le grandi questioni, che investono i rapporti tra gli Stati, la pace avrà solo il volto di una tregua, che preannuncia già un prossimo scontro tra le parti al fine di una rivalsa o di una completa resa dell’avversario.

3. La pace non può fondarsi sulla violenza

Questa fu la grande intuizione, che di fatto impresse una svolta significativa alla vita di Gandhi. Nell’autobiografia egli stesso ricorda che tutto avvenne su un treno che in Sudafrica lo stava portando alla capitale Pretoria, dove aveva da assolvere un compito professionale. Senza alcun plausibile motivo egli era stato costretto da alcuni funzionari di polizia a scendere dal treno soltanto per il colore della sua pelle. Di fronte a questa gratuita provocazione la reazione violenta sarebbe apparsa certamente come la più logica, ma egli in quella piccola stazione di paese osò guardare oltre e nella desolazione, causata dall’impotenza e da una evidente ingiustizia, riuscì a chiarire a se stesso che solo la forza della nonviolenza può essere davvero rivoluzionaria.

Gandhi, provocato da uno scritto di Tolstoj, aveva trovato nella Bhagavat Gita, un testo sacro della tradizione indù, e nel Discorso della Montagna del Vangelo di Matteo la vera fonte della sua ispirazione. Grazie ad essi maturò in lui la piena convinzione che alla violenza non si poteva rispondere con altrettanta violenza, ma che invece sarebbe stato più rispondente alla verità ricorrere alla forza dello spirito, che non richiede l’annientamento del violento, ma la sua conversione. Nel pensiero di Gandhi il ricorso alla violenza costituirebbe di fatto una negazione della verità di ogni uomo e di ogni donna, chiamati ad aprirsi alla relazione reciproca e verso l’altro. Per lui l’animo nonviolento non è prerogativa del debole o del rinunciatario, ma è proprio chi ha saputo far maturare in sé un profondo rispetto del mistero, che è l’altro e della sua grande dignità, si trattasse anche del nemico più violento. In effetti la “nonviolenza” è riconoscimento della dignità propria di ogni creatura umana, in quanto tale e la difesa di questo principio può diventare realmente efficace se vale indissolubilmente per la vittima e per l’aggressore.

Nella Fratelli tutti incontriamo questa affermazione: «C’è un riconoscimento basilare, essenziale da compiere per camminare verso l’amicizia sociale e la fraternità universale: rendersi conto di quanto vale un essere umano, quanto vale una persona, sempre e in qualunque circostanza» (n. 106). Inoltre all’interno del capitolo VII possiamo leggere: «Ogni violenza commessa contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità, ogni morte violenta ci diminuisce come persone. (…) La violenza genera violenza, l’odio genera altro odio e la morte altra morte. Dobbiamo spezzare questa catena che appare ineluttabile» (n. 227).

Come fare per spezzare questa spirale infernale? Ecco cosa dice Gandhi: «Solo l’amare chi ci odia è nonviolenza. (…) Essa non è rinuncia ad ogni lotta contro la malvagità (…) Offrendogli la resistenza dell’animo non posso che confonderlo. Sulle prime ne resterà sconcertato, poi alla fine si sentirà spinto ad un’intesa che non lo umilierà, ma lo solleverà. Gettata la spada, non mi resta da offrire che la coppa dell’amore a quelli che mi si oppongono. È con l’offrire tale coppa che mi aspetto di conquistarlo». L’enciclica ci tiene a ricordarci che «Mai Gesù Cristo ha invitato a fomentare la violenza o l’intolleranza. Egli stesso condannava apertamente l’uso della forza per imporsi agli altri: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così” (Mt 20,25-26)». Nel pensiero di papa Francesco il Vangelo di Gesù non offre alcun appiglio per poter giustificare qualsiasi atto di violenza nei confronti degli altri.

4. La pace e la risoluzione nonviolenta dei conflitti

Essere operatore di pace non significa rifuggire dai conflitti, perché in caso contrario si cadrebbe in un irenismo, che è di fatto negazione della giustizia. Afferma la Fratelli tutti: «Quando i conflitti non si risolvono, ma si nascondono o si seppelliscono nel passato, ci sono silenzi che possono significare il rendersi complici di gravi errori e peccati. Invece la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto, bensì si ottiene nel conflitto, superandolo attraverso il dialogo e la trattativa trasparente sincera e paziente» (n. 244).

Chi ha imparato a cimentarsi sul terreno della pace sa molto bene che non si avvia un vero processo di pace senza passare attraverso il conflitto. Gesù, a proposito di dinamiche comunitarie, invita esplicitamente a suscitare il conflitto nel momento in cui ci si rende conto che l’altro sta «commettendo una colpa» (Mt 19,16-18). Un vero operatore di pace non ha paura di far emergere tutte quelle situazioni di vera ingiustizia e che tante volte trovano appiglio in alcuni testi legislativi. La difesa dell’uomo e della donna e della loro dignità costituiscono il vero punto di riferimento di ogni azione per la pace, anche se tutto questo dovesse risultare scomodo per una società, che preferisce nascondere più che portare alla luce i grandi drammi vissute da tante persone. A tal proposito dice la Fratelli tutti: «La realtà è che il processo di pace è un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre passo dopo passo ad una speranza comune più forte della vendetta. (…) La verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. Tutt’e tre unite, sono essenziali per costruire la pace» (n. 226-227).

Il vero problema non è tanto l’esistenza del conflitto, ma la modalità di come esso viene affrontato e risolto. Nella visione della nonviolenza la risoluzione di una controversia non può prevedere in vario modo l’eliminazione dell’altro. Gandhi ha sempre ripetuto che l’opera della nonviolenza non è quella di vincere l’avversario, ma di convincerlo. Egli all’azione della nonviolenza volle dare un nome e scelse quello di satiagraha, che può essere tradotto come forza della verità. Con questo termine egli non voleva riferirsi semplicemente ad un manuale di tecniche nonviolente, ma voleva indicare soprattutto uno stato di vera conversione personale e comunitaria, che prevedesse una trasformazione radicale della propria coscienza, del proprio modo di pensare e di agire. In certo senso si può dire che si tratta di un vero trascendimento di sé per affidarsi pienamente a quella Verità, che è Presenza amante della vita, nonché suscitatrice di vita.

Tornando al testo dell’enciclica papa Francesco afferma: «Certo non è un compito facile quello di superare l’amara eredità di ingiustizie, ostilità e diffidenze lasciata dal conflitto. Si può realizzare soltanto superando il male con il bene e coltivando quelle virtù che promuovono la riconciliazione, la solidarietà e la pace. (…) La bontà non è debolezza, ma vera forza, capace di rinunziare alla vendetta. Occorre riconoscere nella propria vita che quel giudizio duro che porto nel cuore contro mio fratello o mia sorella, quella ferita non curata, quel male non perdonato, quel rancore che mi farà solo male, è un pezzetto di guerra che porto dentro, è un focolaio nel cuore da spegnere perché non divampi in un incendio» (n. 243).

5. Con quali strumenti affrontare il conflitto?

Nel capitolo precedente, il VI, la Fratelli tutti si è soffermata a lungo sul valore e sulla necessità del dialogo al fine di costruire una vera amicizia sociale. Sempre su questo capitolo VI viene indicato come strumento necessario la via dell’incontro, anzi viene affermato che “la vita è l’arte dell’incontro”. Chi abbraccia questa cultura dell’incontro può fare la bella esperienza di vedere come le differenze, invece, di essere motivo di divisione, possono contribuire a «formare quel poliedro, che ha molte facce, moltissimi lati, ma tutti compongono un’unità ricca di sfumature, perché il tutto è superiore alla parte» (n.215). Per l’enciclica ogni conflitto può avere una sua via di uscita se si ha il coraggio e la necessaria creatività per cercare l’incontro con l’altro e ricorrendo alla sapiente arte del dialogo.

L’altro strumento da utilizzare è quello del perdono, ma ci tiene a precisare l’enciclica che esso non può essere compreso come un segno di debolezza di chi sceglie di «sfuggire ai problemi nascondendo le ingiustizie» (n. 236). In effetti il perdono è ben altro che stendere un velo di dimenticanza sulle malefatte altrui. Esso si nutre della memoria (cf. n. 246) ed allo stesso tempo costituisce l’offerta di un dono, perché l’altro possa ricevere un’altra opportunità di impostare la vita in modo totalmente diverso. Resta comunque uno strumento molto delicato, perché «da chi ha sofferto molto in modo ingiusto e crudele non si deve esigere una specie di perdono sociale» (n. 246). Il perdono può essere compreso come atto unilaterale di chi intende spezzare la spirale della vendetta, ma può essere anche lo sbocco finale di un processo di riconciliazione, che non cancella il passato, ma pone le basi per una convivenza fondata su basi veramente umane.

Accanto a queste proposte avanzate dall’enciclica, non va dimenticato quello che costituisce il fondamento della nonviolenza: la piena fiducia nella forza dello Spirito, che è un tutt’uno con il potere dell’amore. Si tratta di doni che si ricevono dall’alto e di cui è possibile verificare l’efficacia rischiando su di essi. Del resto chi preferisce ricorrere alle armi, non mette in conto anche lui la possibilità di essere ucciso? La differenza tra le due opzioni sta nel fatto che la morte del nonviolento apre nell’altro una possibilità di cambiamento.

Un altro strumento da poter utilizzare potrebbe essere la Difesa popolare nonviolenta, meglio conosciuta con la sigla DPN. Essa richiede un’educazione comunitaria a scoprire la forza della non-collaborazione o dell’interposizione in un conflitto armato per far cessare la violenza distruttiva delle armi. Uno strumento da ritenere come predisposizione di fondo per affrontare il conflitto è certamente la preghiera. E così papa Francesco non manca di aprirsi alla preghiera di richiesta: «Chiedo a Dio di preparare i nostri cuori all’incontro con i fratelli al di là delle differenze di idee, lingua, cultura, religione; di ungere tutto il nostro essere con l’olio della sua misericordia che guarisce le ferite degli errori, delle incomprensioni, delle controversie; la grazia di inviarci con umiltà e mitezza nei sentieri impegnativi ma fecondi della ricerca della pace» (n. 254).

6. No alla guerra, no alla pena di morte

Il capitolo VII di fatti si chiude con questi due no, che solo nel recente passato trovavano varie resistenze tra gli stessi credenti. Sul problema della guerra, che soprattutto con l’inizio del nuovo secolo ha ritrovato una sua giustificazione politica come mezzo di pressione e di convincimento, l’enciclica è molto chiara e non lascia spazi a considerazioni umanitarie di qualsiasi tipo. Dice la Fratelli tutti: «La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male» (n. 261). Se c’è un lavoro urgente da portare avanti è quello dello smantellamento delle armi nucleari, perché «la pace e la stabilità internazionale non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza, sulla minaccia di una distruzione reciproca o di totale annientamento (…) In tale contesto l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale ed umanitario» (n. 262).

Il secondo no è sulla pena di morte, che riguarda l’eliminazione dell’altro non in quanto Stato, ma in quanto persona singola. Questa è la posizione dell’enciclica: «Il fermo rifiuto della pena di morte mostra fino a che punto è possibile riconoscere l’inalienabile dignità di ogni essere umano e ammettere che abbia un suo posto in questo mondo. Poiché se non lo nego al peggiore dei criminali, non lo negherò a nessuno, darò a tutti la possibilità di condividere con me questo pianeta malgrado ciò che possa separarci» (n. 269).

Gregorio Battaglia
Mercoledì della spiritualità 2021, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

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