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Adamo, dove sei? Siamo fratelli in umanità

Lettura della “Fratelli tutti” di Papa Francesco, capitolo per capitolo, per riscoprire il volto fraterno dell’umanità. Introduzione.

1. Legami e relazioni umane nella traiettoria del libro della Genesi

Per approfondire il volto fraterno dell’umanità alla luce delle scritture ebraico-cristiane, avremmo potuto focalizzare la domanda che Dio rivolge a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gn 4,9). La risposta indolente di Caino – «Sono forse io il custode di mio fratello?» – manifesta la terza caduta di una umanità incapace non solo di coltivare il giardino di Eden, ma anche di custodire i rapporti con gli altri esseri umani. Infatti, dopo la disobbedienza originaria, che compromette i rapporti tra Dio e l’uomo – il peccato originale, appunto -, e dopo l’alterazione della reciprocità uomo-donna, arriva una terza tossina a inquinare l’ecosistema delle origini: la rivalità tra fratello e fratello e, più in generale, nei rapporti orizzontali e simmetrici.

All’omicidio di Abele seguiranno altri peccati – meno originali, ma pur sempre prototipici -, lungo la traiettoria narrativa di Gn 1-11, che disegna una parabola discendente in cui s’intreccia, con il linguaggio del mito, la triste trama del reale. Poco più tardi, l’episodio di Cam, che scopre la nudità del padre Noè (Gn 9,20-28), rappresenta la degradazione dei legami tra genitori e figli e, più in generale, di ogni relazione verticale e asimmetrica. Infine, l’episodio della torre di Babele spiega come mai siano apparsi nel mondo l’inimicizia e l’incomprensione tra i popoli. Anche questo episodio avrebbe potuto rappresentare un buon punto di partenza per la nostra riflessione sulla fraternità.

Gli uomini, posti da Dio a custodi della terra, voglio occuparsi di tutt’altro, costruendo Babele (in accadico, Bab-ili = Porta di Dio), una torre verso il cielo; ma vengono nuovamente dispersi su tutta la terra. Desiderosi di darsi una sigla comune e sedotti dal potere omologante, contraddicono la molteplicità e la diversità delle origini, doni preziosi di una creazione libera di esprimersi; ma Dio decide di «scendere» — è lo stesso verbo che scatena la saga esodale in Es 3,7-8! — e di l’«impastare» le loro lingue, creando i presupposti di un sano relativismo che ha salvato l’umanità – non c’è alcuna punizione in questa dispersione! – dal rischio dell’assolutismo, dell’esclusivismo e dell’autoreferenzialità.

Potremmo andare avanti, per vedere come le relazioni (tra fratelli, tra famiglie e tra popoli) vengono tematizzate anche nella storia dei patriarchi. Anzi, sembra che l’intero libro della Genesi si occupi di mettere a tema la frattura delle relazioni come dramma tipico dell’umano, un dramma ad atto unico. Tant’è vero che, da un punto di vista narrativo, potremmo trovare la soluzione dell’intero libro nell’episodio – commovente e carico di misericordia – del ri-conoscimento di Giuseppe da parte dei suoi fratelli. In Gn 45,4, dopo lunghe schermaglie e distanze forzate, Giuseppe dice ai suoi fratelli: «Avvicinatevi a me!». Nel contesto di questa prossimità, il governatore del Faraone manifesta finalmente la sua vera identità: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto». Grazie a queste parole vengono ricomposte a ritroso tutte le precedenti fratture scomposte della storia umana: la relazione con l’Egitto, salva Israele dalla carestia e guarisce i rapporti familiari, sia quelli verticali che quelli orizzontali; il popolo, insediatosi nelle terre egiziane, diventa numeroso (Es 1,1-7), segno che anche i rapporti tra uomo e donna e tra l’umanità e il Dio creatore sono stati sanati.

Insomma, la bibbia, ad ogni piè sospinto, drammatizza il tema delle relazioni umane. A me è stato dato, tuttavia, il compito di andare alle origini di questo grande dramma. Per essere fratelli nell’ordine della creazione, infatti, bisogna che tutti gli uomini si riconoscano creature. Per riconoscersi creature occorre riconoscere il Creatore, senza nascondersi da lui. Ebbene, nella storia delle origini, invece, assistiamo a questo nascondimento, che sarà causa di ogni futura disgrazia.

Tutto ha inizio con l’inganno del serpente, che ingenera il sospetto – insensato – che Dio abbia creato l’uomo solo per tenerlo sotto ricatto. La situazione di partenza – l’umanità ante lapsum – è pacifica, priva di tensione: l’uomo e la donna erano nudi (‘arummim), ma non ne provavano vergogna (cf. Gn 2,25). Gn 3,1 presenta l’elemento destabilizzatore di questo quadro iniziale: il serpente, che è descritto come il più astuto (‘arum) tra tutti gli animali selvatici. C’è un evidente gioco di parole tra la nudità libera dei progenitori e la malizia del serpente. È come se l’originaria forma dell’umano, a immagine e somiglianza di Dio, venisse sostituita da una progressiva somiglianza al serpente. Questa cata-morfosi è un processo involutivo in cui l’identità creaturale — essere nudi — viene vissuta come rivalsa, complesso d’inferiorità, motivo di vergogna e, quindi, come pulsione mimetica verso la malizia del serpente, che guarda tutte le cose in maniera cattiva. Se in Gn 2,25, l’uomo e la donna sono nudi (‘arummim) e senza vergogna, in Gn 3,7, senza più Dio all’orizzonte, essi si conoscono nudi (‘eyrummim): si usa lo stesso aggettivo di 2,25, ma vocalizzato in maniera diversa, perché qui segnala una nudità ormai caduta nella trappola del serpente, nudo e astuto.

La vergogna non scaturisce dall’essere nudi, ma dall’aver carpito il proprio limite, con risentimento nei confronti di Dio, finendo per leggere in quella nudità un elemento di vulnerabilità e, quindi, la possibilità che l’altro sia ostile e antagonista alla mia realizzazione. Davanti a questo tragico fraintendimento bisogna preservarsi dallo sguardo vulnerante dell’altro/a, separandosi persino dallo sguardo di Dio, implicitamente riconosciuto come possibile Dis-creatore. Questa nudità è diventata insopportabile per l’uomo e la donna: ecco, allora, che le foglie di fico diventano cinture (cf. Gn 3,7) mentre gli alberi del giardino diventano nascondigli non appena essi odono «la voce di YHWH Dio che andava camminando nel giardino» (cf. v. 8). La compulsione al nascondimento finisce per trasformare la casa comune in un covo di latitanti. I custodi in clandestini. Il paradiso in un inferno.

La vergogna, allora, è l’esito di un sospetto che si condensa contro l’altro, sia esso Dio o chiunque si trovi accanto: «l’inferno sono gli altri». La donna che era stata posta a fianco dell’uomo come alleata, diventa nemica. La natura che era fonte di sostentamento diventa matrigna ostile. Dio stesso finisce per essere il primo sospettato di una prevaricazione consumata a dispetto dell’uomo. Infatti, poco dopo non mancherà il gioco dello scarica barile (cf. Gn 3,11-13): «l’uomo addossa la colpa della propria scelta di aver mangiato dell’albero alla donna – quasi colpevolizzando Dio di avergliela posta accanto -, mentre la donna accusa il serpente di averla sedotta con l’inganno. In tal modo, l’equilibrio originario dell’intera creazione viene completamente sovvertito: tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e i propri simili e tra questi e gli animali non regna più la comunione ma l’alienazione».

Papa Francesco ha intuito che il tema dell’ecologia, della salvaguardia della casa comune, ha a che fare con i rapporti interpersonali e con Dio. Ebbene, per parlare di fraternità universale dobbiamo partire dalla manomissione di questo equilibrio originario. I progenitori sembrano capricciosamente indispettiti da quel “tutto, tranne…” con cui Dio ha innescato nel cuore dell’uomo il delicato meccanismo del dono. Infatti, il limite rende possibile il donare e il donarsi. Purtroppo, il peccato ha reso ambigua la percezione del limite: se non ci fosse stato il peccato, «il limite sarebbe rimasto soltanto limite e non mutilazione dell’umano, ostilità alla vita». La proposta di Dio, invece, era chiara: a te, uomo, tocca tutto, tranne tutto; sei signore sul creato, ma come custode. P. Beauchamp sintetizza in tre passi l’ecosistema della creazione, il sogno di Dio sul mondo e sull’uomo: «1. Non tutto = tutti gli alberi eccetto uno; 2. Non senza un altro = non è bene essere solo; 3. Non con il medesimo = non con padre e madre». Purtroppo, il capriccio ha prevalso sul sogno di Dio.

Davanti alla disperata ricerca di nascondigli da parte dell’umanità, Dio si spoglia della sua onniscienza anche lui resta nudo! e chiede ad Adamo: «dove sei?» (’ayyekkah, cf. Gn 3,9). Con il peccato gli occhi di Adamo ed Eva si erano aperti. Invece, gli occhi di Dio sembrano perdere di vista l’umanità. L’inchiesta sulla posizione spaziale, ovviamente, ha dei risvolti ironici ed eminentemente esistenziali. Dentro a una semplice domanda, si possono trovare tutte le migliori domande sul senso della vita. Dio chiede ad Adamo di collocarsi, di “condividere la sua posizione” come facciamo oggi con i nostri cellulari quando vogliamo raggiungere qualcuno.

Dio aveva già parlato, ma la domanda «dove sei?» segnala il primo tu-per tu tra Dio e l’uomo. Alla lettera, potremmo rendere il lessema ebraico così: «dove tu?». Essendo un costrutto nominale manca il verbo essere e la frase sembra emanciparsi dal tempo grammaticale e proiettarsi su ogni su ogni “tu” che questo racconto biblico intercetta lungo il tempo della storia. La base di ogni relazione autentica – con i fratelli e con il creato – si trova nell’interiorizzazione a questa domanda. La risposta di Adamo non può soddisfarci: «ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto». Eppure, nella replica di Dio non c’è nessuna rappresaglia: «Chi ti ha detto che sei nudo?». Si noti che la domanda non è “chi ti ha fatto conoscere…”, ma “chi ti ha detto… ”. Quanto è accolto da Adamo ed Eva come conoscenza certa, per Dio è solo un inganno. Quello che il serpente ha presentato come progresso gnoseologico («… voi diventerete come dèi, conoscitori del bene e del male», cf. Gn 3,5) è, in realtà, solamente un’illusione.

2. Il sogno di Dio: fratelli in umanità

Il testo che abbiamo accostato è inesauribile. La lettura simbolica è decisamente quella più conforme alla mentalità dello stesso autore biblico. Arrivati a questo punto, mi pare che abbiamo raccolto abbastanza elementi per ritornare al tema della fraternità universale e vedere quale strada ci attende nel recupero di questo grande inganno che ci ha manomesso geneticamente la nostra capacità di guardare Dio, gli altri e il mondo con fiducia e con empatia. In uno slogan, possiamo legittimamente sperare di poter annunciare alla Chiesa e al mondo che il paradiso sono gli altri?

Per fondare questa speranza, dobbiamo capire bene che cosa ha determinato, a cascata, la patologizzazione del desiderio e dell’identità creaturale: come abbiamo potuto cedere all’inganno? Saziati dallo sguardo di Dio, in Eden, perché ci siamo sentiti esposti e vulnerabili? Perché ci siamo convinti che l’unica strada possibile per sopravvivere a quello sguardo fosse la rivalsa, la rivendicazione e la rapina? A mio avviso, il punto generativo del conflitto – e, dunque, il tumore che deve essere estirpato in una seria terapia spirituale – è il rifiuto di ogni responsabilità personale e collettiva. Non posso credere, come spesso si dice, che il peccato originale sia il rifiuto di Dio. lo sgambetto delle origini, come tutti i peccati, è sollecitato da una falsa apparenza, sub specie boni. Più che un rifiuto di Dio, è un rifiuto di se stessi, che non è altro l’esplicito proposito del male: annientarci. A questo va aggiunto un’altra sottolineatura: le fratture genesiache non nascono dalla differenza — che, anzi, valorizza al massimo la possibilità della comunione — ma dall’ostinazione dell’uomo che, dopo il peccato, continua ad alimentare il conflitto con la reticenza e la deresponsabilizzazione.

Credo che la diagnosi di questo male – oggi così diffuso nella società senza padri, in cui evapora persino il concetto stesso di cura – passi attraverso l’umile esposizione a quella domanda: «dove tu?». Anziché ostinarsi a «correggere i pensieri di Dio», bisognerebbe imparare a riconoscere la mistificazione del serpente e cominciare a confessare la nostra identità creaturale. Occorre prendersi la responsabilità di indicare sempre la propria posizione, essere sempre rintracciabili da Colui che ci ha donato l’esistenza. La responsabilità del qui è la condizione per iniziare l’esodo verso là, verso l’oltre che rappresenta il compito che spetta ad ogni essere umano. Per cominciare a pensare e generare quel mondo aperto che sogna il Creatore, bisogna dare valore ai legami e alle relazioni.

«Un essere umano è fatto in modo tale che non si realizza, non si sviluppa e non può trovare la propria pienezza “se non attraverso un dono sincero di sé”. E ugualmente non giunge a riconoscere a fondo la propria verità se non nell’incontro con gli altri: “Non comunico effettivamente con me stesso se non nella misura in cui comunico con l’altro”. Questo spiega perché nessuno può sperimentare il valore della vita senza volti concreti da amare. Qui sta un segreto dell’autentica esistenza umana, perché «la vita sussiste dove c’è legame, comunione, fratellanza; ed è una vita più forte della morte quando è costruita su relazioni vere e legami di fedeltà» (Fratelli tutti, n. 87).

Fin qui si è parlato di una fraternità nell’ordine della creazione. Tuttavia, non posso accennare anche a un ulteriore sviluppo della fraternità nell’ordine della redenzione. A ridonare all’uomo la divina «immagine e somiglianza» delle origini sarà Gesù Cristo, lui che «essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l’essere uguale a Dio» (Fil 2,6-7), a differenza dei nostri progenitori che carpirono avidamente il frutto dell’albero. La novità di Cristo ha aggiornato il sistema della fraternità e lo ha reso perfetto nel vincolo dell’amore fraterno, che non nasce “universale” come la fraternità nell’ordine della creazione, ma che aspira a diventare tale, attraverso le libere scelte dei suoi discepoli, nella dinamica evangelica del lievito disperso in mezzo alla massa.

Concludo rammentando che anche l’inizio della missione di Gesù inizia con un dove. Nel vangelo di Giovanni, che potremmo chiamare il bereshit del Nuovo Testamento a motivo dell’incipit, sembra che la ricerca dell’uomo da parte di Dio conosca una certa reciprocità. Alla domanda delle origini della creazione “Adamo, dove sei?” finalmente corrisponde la domanda delle origini della redenzione: «Rabbì, dove dimori?» (Gv 1,38). Anche l’uomo si mette a cercare Dio. Gesù non si nasconde dietro a un albero, ma si espone sopra un albero. Per aprire i nostri occhi sulla vita eterna, egli chiude gli occhi inchiodato alla croce. Per farci entrare in Eden, è ucciso fuori dalla città. La fraternità inaugurata da Cristo attende una terza fase della storia della salvezza: attende che «Dio sia tutto in tutti» (1Cor 15,28) e che l’ordine della creazione e l’ordine della redenzione vadano a confluire in un terzo e definitivo ecosistema, quello della divinizzazione, messa in moto dall’opera trasformatrice dello Spirito Santo.

3. Piste di riflessione sulla fraternità universale

Avviando questo cammino, vorrei proporvi alcune domande, per precisare meglio la rotta di navigazione. Difatti, sento che questo mio intervento resta monco finché non raggiunge quel formidabile secondo capitolo dell’enciclica Fratelli tutti, dedicata alla parabola del Buon Samaritano. Volutamente, dunque, mi fermo a problematizzare i presupposti di un’adeguata comprensione della fraternità universale:
– condividete questo sguardo storico salvifico sulla fraternità che ho cercato di presentare attraverso le tre tappe della storia della salvezza (creazione, redenzione, divinizzazione)? In altre parole, quale profezia incorpora la promozione della fraternità universale promossa da papa Francesco?
– sapete che il tema della fraternità è un tema molto tematizzato in epoca borghese anche da altri soggetti: basta pensare al motto della rivoluzione francese (fraternité) o ai vincoli d’interesse che vigono all’interno delle varie logge massoniche. Secondo voi, nella riflessione che stiamo avviando, serve prendere le distanze da queste manifestazioni non evangeliche della fraternità quali mistificazioni del vangelo di Cristo? Oppure ci sono margini per recuperare e valorizzare anche quelle istanze?
– a questo proposito, avrebbe senso introdurre una differenza tra fratellanza e fraternità?

A mo’ di suggestione, consiglio a tutti di ascoltare una canzone intitolata You want it darker, di Leonard Cohen. La canzone si trova all’interno dell’omonimo album, uscito appena qualche giorno prima della morte del grande cantautore e poeta. Un passaggio della canzone dice: “Hineni, hineni, I’m ready my Lord”, “Eccomi, eccomi, sono pronto, Signore!”. Cantata poco prima della morte, sembra un presentimento: vorrei leggerla, invece, come invito alla responsabilità o, se preferite, come una preghiera per vivere e morire in pace. Come già M. Buber, anche secondo il nostro cantautore ogni volta che si sente il grido Hinneni inizia il dialogo, che ri-crea la connessione con i propri simili, interrotta dal peccato, e manifesta il presupposto indispensabile della fraternità universale. Hinneni è l’inizio di un cammino che conduce l’umanità ad accogliere il dono della redenzione e della divinizzazione. Hinneni è la posizione di Abramo, di Giacobbe, di Mosè… di tutti coloro che hanno risposto prontamente alla domanda di Dio. Iniziando questi mercoledì di spiritualità, sentiamo rivolta anche a noi la prima domanda di Dio all’umanità: ’ayyekkah? Dove sei? L’unica risposta possibile è hinneni: eccomi! Il Regno di Dio, che è già in mezzo a noi, qui e ora, attende un compimento che passerà anche attraverso l’universalizzazione della fraternità evangelica.

Don Carmelo Russo
Mercoledì della spiritualità 2021, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

Capitolo I. Le ombre di un mondo chiuso: la fraternità tradita

Capitolo II. Gesù, buon samaritano, ci rivela la vera umanità

Capitoli III e IV. Valori che aprono il mondo

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