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Non c’è bellezza dove non c’è relazione

L’uomo e la donna contribuiscono all’armonia del progetto divino quando stanno l’uno di fronte all’altra.

La bellezza, se si ha cuore e occhi per riconoscerla, la si trova ovunque. Ma è difficile scorgerla in una città brutta, una scuola brutta, una chiesa brutta. Per questo, oltre che di governanti, insegnanti, ministri del culto, abbiamo bisogno di “diaconi della bellezza”. Senza di essa, la verità è una gelida dottrina che non fa trasalire il cuore, mentre il bene si riduce a un gesto perfetto ma senz’anima. Allontanandosi dalla via dell’amore per il bello, ci si isola. Però, «Non è cosa buona che l’uomo sia solo», come si legge nella Genesi a proposito della creazione di Eva accanto ad Adamo (2,18). È come dire che non c’è bellezza dove non c’è relazione.

Questo concetto è stato espresso da mons. Nunzio Galantino, del quale si può leggere su Avvenire un brano di una lectio magistralis sull’uomo e la donna nel dono della Creazione. Egli afferma che oltre alla coppia bello/buono, propria dell’antica cultura greca, c’è n’è un’altra che rende possibile e fecondo il bello: la coppia bellezza/relazione. L’importanza fondamentale del rapporto tra persone la si trova sin dalle prime pagine della Bibbia. Dio, dopo aver plasmato ogni sorta di animali, comprende che non sono d’aiuto per Adamo: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda» (Gen 2,18). Allora, «formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo» (Gen 2,22).

Questo racconto biblico, che non ha l’intento di svelare scientificamente l’origine dell’essere femminile, ci svela un messaggio vitale: l’uomo e la donna contribuiscono all’armonia e alla bellezza del progetto divino quando stanno l’uno di fronte all’altra. Inizia così per loro la sfida di vivere come dono il bello dell’altra e dell’altro, al quale donarsi a propria volta. Questo discorso del vescovo Galantino sembra descrivere il particolare del dipinto cinquecentesco di Lucas Cranach il Vecchio che ritrae Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden al cospetto di Dio, dove i due esseri umani stanno affiancati alla pari e si tengono beatamente per mano.

La scelta opposta, ovvero vivere il prossimo come proprietà, distrugge la relazione e rende ciechi di fronte a ogni espressione di bellezza di cui la persona che si ha di fronte è portatrice. In questo modo, il corpo, luogo del rapporto, viene privato della possibilità di esprimersi e di farsi portatore della bellezza che lo caratterizza. Ovviamente, un corpo bello non va inteso come mero strumento di seduzione, perché non è necessariamente portatore di buono e di vero. «Bisogna irradiare la bellezza di ciò che è vero e giusto nella vita, perché solo questa bellezza rapisce veramente i cuori e li rivolge a Dio» (cardinale Carlo Maria Martini). Ecco che, nell’odierna società dominata dalle fascinazioni del mercato, l’educazione al bello come bene da perseguire e non da possedere si fa sempre più urgente. Solo così la bellezza potrà essere generativa per relazioni di meraviglia e stupore con le persone e con il creato.

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