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Giuditta, la donna bella per la fede

Secondo appuntamento degli approfondimenti sul tema “Sapienza e intraprendenza al femminile. Donne nella Bibbia”.

Vi proponiamo la relazione del secondo incontro dell’edizione 2020 dei Mercoledì della Bibbia della Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto, quest’anno dedicata al tema “Sapienza e intraprendenza al femminile. Donne nella Bibbia”.

1. Il libro di Giuditta

Giuditta, Ruth, Ester sono tre personaggi femminili che danno il loro nome ad un libro della Bibbia. C’è subito da precisare che i libri di Giuditta ed Ester insieme a quelli di Tobia, Maccabei, Sapienza, Siracide, Baruc sono considerati ‘deutero-canonici’, perché essendo stati scritti in greco non fanno parte del canone ebraico e questo è anche il motivo per cui non ritroviamo questi libri nelle Bibbie curate dalle Chiese Riformate o Protestanti. Il libro di Giuditta è uno scritto molto recente, databile intorno al II secolo a.C., ma il suo contenuto fa riferimento a storie e personaggi, che riguardano il tempo dell’esilio e del post-esilio. In effetti l’autore non intende fornirci una cronaca di avvenimenti realmente accaduti, ma vuole offrire piuttosto attraverso un racconto parabolico una riflessione su come vivere di fede in un contesto storico segnato dalla grande idolatria del potere e dove l’arroganza, la violenza e la riduzione in schiavitù degli altri costituiscono i grandi valori, su cui organizzare la vita degli uomini sulla terra.

In un mondo che preferisce la schiavitù alla libertà, l’omologazione dei linguaggi e della cultura alla diversità di fedi e culture l’autore del libro di Giuditta vuole porre con forza il grande interrogativo, se sia possibile vivere la libertà della fede di fronte all’arroganza di un potere, che vuole presentarsi come assoluto e quindi insofferente di ogni libertà di coscienza. Il libro nel presentarci la figura femminile di Giuditta, che significa semplicemente “la giudea”, vuole proporre a tutti i lettori/ascoltatori un modello esemplare per sbarazzare il campo da alcuni fraintendimenti e per proporre un modo di vivere la fede, che non si traduca in fuga o in rassegnazione, ma che dica piuttosto una presa di responsabilità nei confronti del mondo, confidando non nelle proprie armi, ma nella gratuita iniziativa di Dio. Per l’autore la fede non è una polizza di assicurazione contro tutte le nefandezze della storia, ma costituisce il vero segreto per mandare in aria i piani di qualsiasi volontà imperialistica, negatrice della dignità e della libertà dei popoli e delle persone.

2. La storia come noiosa e folle ripetizione della volontà di potenza

La prima parte del libro è dedicata a queste dinamiche della storia, per cui ad un impero inevitabilmente ne succede un altro, che presume di avere prerogative divine per imporre a tutti i popoli la propria volontà ed il proprio ordine. Così il testo si apre con la descrizione di uno di questi momenti di passaggio e del modo di reagire di quanti erano assuefatti al vecchio regime. Il personaggio in ascesa è Nabucodonor, re di Ninive, il quale intende programmare una campagna militare per sostituire il vecchio ordine imperiale finora tenuto ben saldo nelle mani di Arpacsad, re dei Medi nella città di Ecbatana. L’autore sacro si attarda a descrivere la compattezza di questa città, che sembra costruita in modo tale da poter reggere qualsiasi urto ed essere in grado di poter sfidare l’avvicendarsi dei tempi. Ma così non è, perché l’umanità non intende lasciarsi ammaestrare dalla storia passata e inesorabilmente si è costretti a subire i contraccolpi di queste ascese e di queste cadute.

Nabucodonor, che è il nuovo volto dell’impero e che ha deciso di sfidare Arpacsad, si premura di mandare dei messaggeri presso i vari popoli e tra questi ci sono anche le tribù di Israele, invitandoli ad allearsi con lui. È interessante la reazione degli interpellati: “essi disprezzarono l’invito di Nabucodonor, re degli Assiri e non volevano seguirlo nella guerra, perché non avevano alcun timore di lui, che agli occhi loro era come un uomo qualunque” (Gdt 1,11). L’uomo che avanza la pretesa di aver diritto a governare il mondo di allora, è considerato dagli altri come “un uomo qualunque”, uno che non ha niente da mostrare se non la propria mediocrità, la furbizia di farsi da solo. Per l’autore del libro la cosa curiosa è data dal repentino passaggio dal giudizio negativo nei confronti di questa pretesa alla totale sottomissione al nuovo padrone, una volta che Nabucodonosor sconfitto Arpacsad è intenzionato a stritolare con la forza del suo esercito tutti quei popoli, che avevano rifiutato l’alleanza con lui. Di fronte all’avanzata irresistibile della grande macchina da guerra messa in campo da Nabucodonosor tutti questi popoli “inviarono messaggeri con proposte di pace: Ecco noi servi del grande re Nabucodonosor ci mettiamo davanti a te; fa’ di noi quanto ti piacerà” (Gdt 3,1-2).

“Quest’uomo qualunque” una volta raggiunto il massimo del potere intende presentarsi con il volto del divino, scimmiottando lo stesso parlare di Dio e così rivolgendosi ad Oloferne, il generale supremo del suo esercito, nell’ordinargli di occupare tutta la terra così si esprime: “Come è vero che io vivo e vive la potenza del mio regno, questo ho detto e questo farò di mia mano. E tu non trasgredire parola alcuna del tuo signore, ma porta a compimento con ogni cura ciò che ti ho comandato” (Gdt 2,12). In effetti non c’è potere umano che non avverta la necessità di rivestire di sacralità il proprio personaggio, perché questa è la via maestra per occupare la coscienza altrui. Finché l’altro mantiene un minimo di libertà e riesce a restare critico rispetto alle varie forme di potere la struttura imperiale viene meno di compattezza ed è facilmente aggredibile. Questo è il motivo per cui Nabucodonosor ordina di “distruggere tutti gli dei della terra in modo che tutti i popoli adorassero solo Nabucodonosor e tutte le lingue e tutte le tribù lo invocassero come dio” (Gdt 3,8).

Questa è idolatria del potere e per di più per l’autore del libro colui che ha avanzato la pretesa di imporre la sua legge ai popoli della terra non propone uno straccio di ideologia, che non sia quella rivolta alla conservazione del proprio potere. Nabucodonosor è davvero “un uomo qualunque”, che fa della sua mediocrità un ideale glorioso, a cui tutta l’umanità deve omologarsi. Si tratta di un ideale rivolto al consumo ed allo spreco, come dimostra la sua reazione alla vittoria su Arpacsad: “Fece quindi ritorno a Ninive con tutto l’insieme delle sue truppe, che era una moltitudine infinita di guerrieri e si fermò là, egli ed il suo esercito, oziando e banchettando per centoventi giorni” (Gdt 1,16).

3. La Giudea assediata ed il relativo scandalo della fede

Il popolo di Israele era stato tra quelli che si erano rifiutati di accogliere la proposta di Nabucodonosor e adesso che il generale Oloferne sta mettendo in atto la volontà del suo sovrano la reazione del popolo è quanto mai preoccupata: “furono presi da indicibile terrore di fronte a lui e trepidarono per Gerusalemme e per il tempio del Signore loro Dio” (Gdt 4,2). Il testo aggiunge una nota particolare, che fa meglio comprendere la profondità di questa angoscia, perché “essi erano tornati da poco dall’esilio” (Gdt 4,3). Nella mente di molti è subito scattata la paura di dover rivivere l’esperienza della distruzione e del dover tornare ad essere dispersi tra le genti.

Alla notizia dell’avanzata di Oloferne si pone per loro il grande dilemma: quello di resistere o di consegnarsi come hanno fatto tanti altri popoli, sottomettendosi al nuovo padrone di turno? Si tratta di una scelta non indifferente per la loro fede, perché qui è in gioco la loro fedeltà all’Alleanza con il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, con il Dio che ha operato la liberazione dall’Egitto. Essi scelgono di resistere e di sistemarsi sulle varie alture. Un compito particolare viene assegnato alla città di Betulia, che per la sua posizione a ridosso di un valico, da cui si può accedere con facilità nel territorio della Giudea, deve poter trovare la forza ed il modo per impedire all’esercito di Oloferne di penetrare in esso.

Questo generale assiro avvicinandosi alla Giudea viene a sapere di questa loro decisione e come prima reazione si rivolge ai popoli confinanti, che si erano volontariamente sottomessi, per chiedere qualche informazione su questo popolo: “Spiegatemi un po’ voi, figli di Canaan, che popolo è questo che dimora sui monti […] dove risiede la loro forza ed il loro vigore […] e perché hanno rifiutato di venire incontro a me a differenza di tutte le altre popolazioni dell’occidente?” (Gdt 5,3-4). È quanto mai interessante la lettura teologica, che ne dà un certo Achior, condottiero degli Ammoniti, che ricapitola con sapienza la storia di Israele:

“Questo è un popolo che discende dai Caldei. […] Il loro Dio comandò loro di uscire dal paese che li ospitava e di andare nel paese di Canaan. […] Poi scese in Egitto. […] Essi alzarono suppliche al loro Dio ed egli percosse tutto il paese d’Egitto. Dio prosciugò il Mar Rosso davanti a loro e li condusse sulla via del Sinai. […] Abitarono nel territorio di Canaan per molti anni. Quando si allontanarono dalla via che egli aveva disposto per loro, furono condotti prigionieri in paese straniero; il tempio del loro Dio fu raso al suolo e le loro città conquistate dai loro nemici. Ma ora convertiti al loro Dio hanno fatto ritorno dai luoghi dove erano stati dispersi. […] Ora mio sovrano e signore se non c’è alcuna iniquità nella loro gente, il mio signore passi oltre, perché il loro Signore ed il loro Dio non si faccia scudo per loro e noi diventiamo oggetto di scherno davanti a tutta la terra” (Gdt 5,6-21).

Il generale assiro irritato per questo parlare di Achior, ritenuto insolente, dice: “E chi è dio se non Nabucodonosor?”. (Gdt 6,2). Egli, invece, accetta un suggerimento proveniente dai figli di Esaù e dai capi del popolo di Moab, i quali propongono di andare ad occupare “la sorgente dell’acqua che sgorga alla radice del monte, perché di là attingono tutti gli abitanti di Betulia. La sete li farà morire” (Gdt 7,12-13). Questa mossa di Oloferne mette in crisi la volontà di resistenza da parte degli abitanti di Betulia, che chiedono ai loro capi di procedere per la consegna della città. Per convincersi ancora di più a consegnarsi nelle mani del nemico si insinua in loro l’idea che tutto questo sta succedendo a loro a motivo di qualche peccato e questo li porta a concludere che “non c’è più nessuno che ci possa aiutare, perché Dio ci ha venduti nelle loro mani per essere abbattuti davanti a loro dalla sete e da terribili mali” (Gdt 7,25). Non c’è dubbio che qui è in discussione la fede nell’Alleanza e la libertà che da essa ne consegue. Diventare schiavi di un padrone, anche se si tratta di salvare la pelle, è di fatto sconfessione della presenza di Dio e del suo operare nella storia degli uomini.

4. Giuditta, la vedova, che si fa avanti

Lì dove gli uomini-maschi vengono meno, presi come sono dalla paura e dalla incapacità di elaborare un minimo di strategia, paradossalmente si fa avanti una donna, ritenuta per natura debole e che porta in sé i segni del lutto per la morte del marito. Questa donna è Giuditta. Essa è figlia di Merari ed ha avuto come marito Manasse, morto durante la mietitura dell’orzo nel pieno delle festività di Pasqua. Non ha figli, per cui è lei stessa ad amministrare i beni del marito. Il testo dice che “era una donna bella di aspetto e molto avvenente nella persona […] né alcuno poteva dire una parola maligna a suo riguardo, perché aveva grande timore di Dio” (Gdt 8,7-8).

Giuditta ha seguito insieme a tutto il paese le vicende della sua Betulia ed è venuta a conoscenza della determinazione da parte degli anziani del paese di consegnarsi ad Oloferne, se entro cinque giorni non sopravvenga qualche fatto nuovo grazie all’iniziativa di Dio. Nel suo modo di vivere da timorata di Dio e questo vuol dire vivere al cospetto del mistero di Dio, ella riesce a cogliere la stridente contraddizione di un popolo, che dice di fidarsi di Dio, ma di fronte ad una possibile catastrofe lo mette alla prova. Per lei la decisione di rinviare la resa di cinque giorni prima di consegnarsi al nemico ha solo il sapore del ricatto. E così Giuditta, da donna, prende l’iniziativa e convoca nella sua casa gli anziani della città, Cabrì e Carmì. Ad essi con linguaggio profetico ella dice: “Non è un discorso giusto quello che oggi avete tenuto al popolo, […]. Chi siete voi, dunque, che avete tentato Dio in questo giorno e vi siete posti al di sopra di Lui in mezzo ai figli degli uomini? […] No, fratelli non provocate l’ira del Signore, nostro Dio. […] Perciò attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da Lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido se a Lui piacerà” (Gdt 8,14-17).

Giuditta non ha difficoltà a riconoscere che la situazione sia terribilmente difficile, ma per lei questo non può essere un motivo valido per rinnegare la propria appartenenza al Signore, in virtù dell’Alleanza stipulata dai padri e rinnovata nella riconsacrazione del Tempio. Ed è proprio in virtù di questa appartenenza che ella invita anziani e popolo tutto, a riporre in Dio la propria fiducia, che per essere vera deve essere incondizionata e senza pretese. In questo caso fede e libertà si legano l’una all’altra, come a dire che il cammino di fede si sostanzia in un pieno esercizio di libertà, che ritiene inconciliabile ogni possibile cedimento ad ogni forma di asservimento e di sottomissione al padrone di turno o al pensiero dominante. Fidarsi di Dio, allora, vuol dire entrare nei suoi disegni senza nulla pretendere, anzi accettando che la sua salvezza ed il suo aiuto giungano a noi in modo diverso rispetto alle nostre aspettative.

Rimarcando il valore della fede come pietra fondante, che dà stabilità a tutto l’impianto dell’esistenza, Giuditta non intende promuovere un’attesa rassegnata, sperando che per incanto Dio sbrogli la matassa. Ella, invece, intende orientare la sua comunità verso un atteggiamento, che dia spazio alla speranza. Chi è animato dalla speranza, è capace di assumersi delle responsabilità e di trovare in se stesso la forza e l’intelligenza per immaginare vie inedite, che permettano di uscire da una situazione di morte. Giuditta non si limita a sollecitare i suoi compaesani a darsi da fare, ma è lei stessa che fa loro presente di essere ben pronta a compiere un’impresa, perché tutto quello che è nelle proprie possibilità esso va fatto, restando ben attenti di rimanere nel solco della volontà di Dio. Questa determinazione da parte di questa donna è il frutto di una diversa lettura/ascolto degli avvenimenti, perché per lei la crisi che stanno vivendo non può esser imputabile ad un peccato, che giustifichi l’assenza di Dio, ma a quello stile di Dio, che ama mettere alla prova coloro che ha scelti. Dice ella stessa: “Ricordatevi quanto ha fatto con Abramo, quali prove ha fatto passare ad Isacco e quanto è avvenuto a Giacobbe. […] Certo come ha passato al crogiuolo costoro con il solo scopo di saggiare il loro cuore” (Gdt 8,26-27).

5. Resistere nella prova come diaconia verso i fratelli

Per Giuditta questo modo di reagire di fronte alla gravità della situazione senza lasciarsi prendere dalla paura e dalla paralisi costituisce un grande atto di responsabilità nei confronti dei fratelli della Giudea. Nel suo discernimento rivolto a tutto il popolo ella dice: “Noi, invece, non riconosciamo altro Dio fuori di Lui e per questo speriamo che Egli non trascurerà noi e la nostra nazione. Perché se noi saremo presi, resterà presa anche tutta la Giudea e saranno saccheggiate le nostre cose sante. […] Dunque fratelli dimostriamo ai nostri fratelli che la loro vita dipende da noi, che le nostre cose sante, il tempio e l’altare, poggiano su di noi” (Gdt 8,20-24). Giuditta è ben convinta che non cedere nella prova costituisca il grande servizio, che si possa rendere ai fratelli di tutta la Giudea. E’ un servizio reso alla fraternità, in quanto la vita dell’altro mi interessa e mi spinge a mettermi in gioco anche a costo della mia stessa vita.

A questa provocazione di Giuditta la risposta dei capi e degli abitanti di Betulia è quella tipica di ogni mediocrità: tu hai ragione, ma noi non sappiamo fare altrimenti! Per tutta risposta ella annuncia il suo piano di intervento, ma senza spiegarne i dettagli: «Voglio compiere un’impresa che verrà ricordata di generazione in generazione ai figli del nostro popolo. Voi starete di guardia alla porta della città questa notte; io uscirò con la mia ancella. […] Il Signore per mano mia salverà Israele” (Gdt 8,32-33). In questo annuncio non c’è alcuna nota di autoreferenzialità, ma tutto è affrontato con la piena fiducia nel Signore, che comunque vadano le cose vuole la salvezza dei suoi servi.

6. La forza disarmata della preghiera

Giuditta è disposta ad affrontare la mostruosa potenza dell’esercito di Oloferne con le semplici armi della preghiera e della piena confidenza nel Signore. Per lei la preghiera è un vero momento di dialogo con il Tu di Dio, che aiuta a far luce sulla vera consistenza di ciò che appare irresistibile. Nel rivolgersi in modo libero a questo Dio ella può dire: “Ecco gli Assiri si sono esaltati nella loro potenza, vanno in superbia per i loro cavalli […] poggiano la loro speranza sugli scudi e sulle lance, e non sanno che Tu sei il Signore che stronchi le guerre. […] La tua forza non sta nel numero, né sui forti si regge il tuo regno: Tu, invece, sei il Dio degli umili, sei il soccorritore dei piccoli, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati” (Gdt 9,7-11).

Forte di questo dialogo intimo con il suo Signore ella è pronta ad affrontare il potente nemico in estrema debolezza e con l’unica arma della fede. Ella è pronta a rischiare di suo, ma lasciando a Dio il posto di protagonista. Il vero paradosso di questa vicenda è dato dal fatto che questo modo di affidarsi a Dio ed il suo andare incontro al nemico in una condizione di estrema debolezza e di totale disarmo costituiscano il vero inganno, che fa saltare la presunta superiorità di chi crede di poter scrivere la storia ricorrendo alla forza delle armi e alla potente seduzione dei suoi idoli. Ma se Oloferne perde la testa per Giuditta, tutto questo è conferma di quanto dice l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera: “Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”(1Gv 5,4).

Gregorio Battaglia

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