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Giuseppe e i suoi fratelli. La fraternità ritrovata

Volti di fraternità e sororità nella fede biblica. Un esempio di narrazione dei rapporti tra fratelli dal conflitto alla riconciliazione.

1. La storia di Giuseppe è un bell’esempio di narrazione biblica

Il percorso offerto dalla storia di Giuseppe parte da una situazione iniziale di forte conflitto tra fratelli, conflitto fatto di ostilità, gelosia, invidia e odio e che conduce, attraverso diverse tappe ben specifiche, a una situazione finale di riconciliazione e fraternità ritrovata fra Giuseppe e i suoi fratelli. Il conflitto è causato dalla spiccata preferenza di un padre per uno dei suoi figli, Giuseppe. Giacobbe aveva sposato due sorelle, Lia e Rachele, lui preferiva la più giovane delle due, Rachele. E quindi mostra una preferenza marcata per i figli di Rachele, Giuseppe e Beniamino, che sono anche i due più giovani fra i suoi figli. In Gn 37, all’inizio della storia che ci occupa, si parla tuttavia del solo Giuseppe e si dice che era il prediletto di suo padre: «Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica con maniche lunghe. I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente» (Gen 37,3-4).

Inoltre, il giovane Giuseppe si mette a sognare, nel primo sogno che ha come quadro la mietitura, Giuseppe vede i covoni dei suoi fratelli che si prostrano davanti al suo covone. Nel secondo sogno, egli vede il sole, la luna e undici stelle che si prostrano davanti a lui. Giuseppe commette in questo momento un errore imperdonabile: egli racconta ai fratelli i suoi sogni. Quest’ultimi sono furibondi. Già il padre favorisce Giuseppe e adesso questi si immagina di troneggiare e signoreggiare su di loro. È davvero troppo! Poco tempo dopo, i fratelli partono con i greggi e Giuseppe rimane a casa. Il padre, però, lo invia, dopo un certo tempo, a chiedere notizie dei suoi figli assenti. «Israele disse a Giuseppe: “Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro”. Gli rispose: “Eccomi!”. Gli disse: “Va’ a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a darmi notizie”» (Gen 37,13-14).

I fratelli, quando vedono arrivare Giuseppe da lontano, tramano insieme di ucciderlo per farla finita con questo ragazzo viziato: «Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono contro di lui per farlo morire. Si dissero l’un l’altro: «Eccolo! È arrivato il signore dei sogni! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in una cisterna! Poi diremo: “Una bestia feroce l’ha divorato!”. Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!» (Gen 37,18-20). Due fratelli, però, Ruben prima e Giuda dopo, intervengono e salvano Giuseppe che non sarà ucciso, bensì prima calato, buttato nella cisterna e poi venduto.

2. In Egitto e in carcere

Giuseppe, in Egitto, è comprato da Potifar, un ufficiale del faraone (cf. Gen 39). La moglie di Potifar, un giorno che era sola con Giuseppe, vuole sedurlo: «la moglie del padrone mise gli occhi su Giuseppe e gli disse: “Còricati con me!”. Ma egli rifiutò» (Gen 39,7-8). Giuseppe resiste, ma la moglie l’accusa davanti al marito di essere lui il seduttore e Giuseppe finisce in carcere. In carcere, Giuseppe incontra altri due ufficiali del faraone, il coppiere e il panettiere, caduti in disgrazia (cf. Gen 40). Entrambi sognano e chiedono a Giuseppe di interpretare i loro sogni. Giuseppe spiega loro che il coppiere sarà amnistiato e riammesso alla corte, mente il panettiere sarà impiccato. E così avviene. Il coppiere, tuttavia, ritornato libero nel suo ruolo, si dimentica di Giuseppe.

Assistiamo in seguito a una terza serie di sogni, quelli dello stesso faraone (cf. Gen 41). Questi sogni sono famosi: sette mucche grasse escono dal Nilo, poi sette mucche magre mangiano le sette mucche grasse; sette spighe grasse crescono su uno stelo, poi sette spighe magre divorano le sette spighe grasse. Nessuno riesce a interpretare questi sogni, allora il coppiere – meglio tardi che mai – si ricorda di Giuseppe. Questi è chiamato in fretta e interpreta i sogni. Le sette mucche grasse e le sette spighe grasse rappresentano sette anni di abbondanza. Le sette mucche magre e le sette spighe magre rappresentano sette anni di carestia. Che cosa dobbiamo fare? Domanda il faraone. Giuseppe risponde subito: «Bisogna, durante i sette anni di abbondanza, fare provviste per sopravvivere durante i sette anni di carestia». «E chi si incaricherà di questo compito?», domanda il faraone.

La soluzione è semplice: Giuseppe, saggio e giudizioso com’è, è la persona adatta. Ed ecco che Giuseppe diventa il primo ministro dell’Egitto, il gran visir (oggi si direbbe: il premier). In questo contesto di prosperità, Giuseppe si sposa, ha figli e desidera dimenticare il suo passato e la casa di suo padre. Durante i sette anni di abbondanza si costruiscono grandi granai per creare scorte di grano che dovranno permettere di trovare cibo durante gli anni di carestia. Arriva, allora, il primo anno di carestia e Giuseppe organizza la vendita di grano a chi non ne ha. La carestia colpisce anche altri Paesi, fra l’altro la terra di Canaan. Giacobbe viene a sapere che in Egitto vi è cibo a disposizione e manda là i suoi figli per comprare del grano.

3. I fratelli scendono in Egitto

Giuseppe, riceve i clienti di tutti i Paesi, anche Giacobbe, saputo che in Egitto c’era il grano, manda i figli a comprarlo. Allora Giuseppe riconosce i suoi fratelli, mentre questi non lo riconoscono. Certo, i fratelli non si aspettano di ritrovare nel viceré d’Egitto il loro fratello Giuseppe. Vent’anni sono passati dal terribile giorno in cui lo hanno venduto. Che cosa fa, allora, Giuseppe? Decide di non farsi riconoscere e li mette alla prova: «Chi siete?», chiede. Loro rispondono che sono dodici fratelli, figli dello stesso padre. Giuseppe ribatte: «Ma siete dieci, non dodici. Come mai?» «Un fratello non c’è più», dicono, «e l’altro è rimasto con nostro padre». «Siete spie, ne nono sicuro», riprende Giuseppe. «E per provarmi che non è vero dovete tornare qui con il vostro fratello minore».

Giuseppe mette Simeone in carcere, dicendo che lo libererà solo quando torneranno con il loro fratello minore, quindi rinvia i fratelli e fa nascondere del danaro nei loro sacchi. Al bivacco, i fratelli scoprono il danaro e rimangono stupiti. Raccontano tutto al padre, al loro ritorno, e questi si dispera perché, dice, un figlio mio è morto (Giuseppe), un altro si trova in carcere in Egitto (Simeone) e adesso mi chiedete di separarmi da Beniamino? Mai! (cf. Gen 42). Il cibo comprato in Egitto non dura per sempre e diventa necessario tornare in Egitto (Gen 43-44). Dopo una lunga discussione, Giuda interviene e dice a suo padre: «Io mi rendo garante di lui: dalle mie mani lo reclamerai. Se non te lo ricondurrò, se non te lo riporterò, io sarò colpevole contro di te per tutta la vita. Se non avessimo indugiato, ora saremmo già di ritorno per la seconda volta» (Gen 43,9-10).

Scendono in Egitto con Beniamino e sono ricevuti molto bene. Giuseppe organizza addirittura un grande ricevimento e fa imbandire uno splendido banchetto. Giuseppe dà poi del grano ai fratelli e fa di nuovo nascondere il danaro nei loro sacchi. Inoltre, però, chiede al suo maggiordomo di nascondere la propria coppa nel sacco di Beniamino. Sono appena partiti che Giuseppe chiede di inseguire i fratelli, perché qualcuno ha rubato la sua coppa. Il maggiordomo, accompagnato dai soldati, raggiunge i fratelli al bivacco, chiede di far aprire tutti i sacchi e scopre la coppa nel sacco di Beniamino. Tornano tutti insieme da Giuseppe per essere giudicati. Giuseppe, quando li vede, dice che il colpevole, ossia Beniamino, deve restare come schiavo in Egitto. Giuda propone immediatamente che tutti rimangano schiavi in Egitto. Giuseppe rifiuta e dice: «Solo il colpevole rimarrà qui come schiavo». Giuda, allora, si fa avanti e pronuncia uno dei discorsi più belli di tutto il libro della Genesi e forse di tutto l’Antico Testamento (cf. Gen 44,18-34). Giuda, nel suo discorso, dice in sostanza che non può tornare a casa senza Beniamino, perché si è reso garante di lui. Non vuol vedere, al ritorno, il dolore del padre se Beniamino non torna con loro e perciò chiede a Giuseppe di accettare di prendere lui come schiavo, al posto di Beniamino.

Si tratta del momento chiave di tutto il racconto. A questo punto, Giuseppe capisce che la situazione è davvero cambiata, chiede a tutti gli astanti di uscire, rimane solo con i fratelli e si fa riconoscere (cf. Gen 45,1-5). Poi, spiega che vi saranno ancora cinque anni di carestia e che conviene far scendere tutta la famiglia in Egitto. Detto, fatto. I fratelli tornano dal loro padre e lo convincono a scendere con tutta la famiglia in Egitto. Il vecchio Giacobbe può abbracciare, così, suo figlio che credeva morto, e la famiglia si stabilisce in Egitto (cf. Gen 46-47). Muore Giacobbe e i fratelli, per ubbidire al desiderio del padre, lo seppelliscono nella terra di Canaan (cf. Gen 50), nella tomba comprata da Abramo a Macpela, nei pressi di Ebron (cf. Gen 23). Torniamo in Egitto dopo il funerale ed assistiamo ad una scena meno conosciuta, ma molto importante. I fratelli vanno a trovare Giuseppe, perché temono che egli si vendichi di loro adesso che il padre non c’è più. Giuseppe però rassicura i fratelli, come vedremo, e lì finisce la storia (cf. Gen 50).

4. Perché Giuseppe si mostra così duro con i propri fratelli?

Li vuole mettere alla prova, è vero, ma era necessario far trascorrere ai fratelli tre giorni in carcere (cf. Gen 42,17), mantenere Simeone in prigione fino alla seconda visita dei fratelli (cf. Gen 42,19.24; 43,23)?, perché inscenare la terribile prova della coppa nascosta proprio nel sacco di Beniamino? La prova non si rivela molto crudele, forse troppo crudele? Non si poteva trovare un cammino di riconciliazione un po’ meno arduo?
Accennavo prima che c’è un momento in cui Giuseppe desidera dimenticare la casa di suo padre, diventa anche lui egiziano. C’è una discesa nella sua esperienza: gettato nella cisterna, portato in Egitto come schiavo, messo in prigione, quando sembra risalire c’è la peggiore discesa, dimentica la casa di suo padre, desidera dimenticare il suo passato, diventa egiziano: «Intanto, prima che venisse l’anno della carestia, nacquero a Giuseppe due figli, partoriti a lui da Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di Eliòpoli. Giuseppe chiamò il primogenito Manasse, «perché – disse – Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre». E il secondo lo chiamò Èfraim, «perché – disse – Dio mi ha reso fecondo nella terra della mia afflizione» (Gen 41,50-52).

Nel momento in cui incontra i fratelli, e li riconosce (cf. Gen 42,7) avviene una svolta, sente, si accende il desiderio di risalire e ritornare a riconoscere i fratelli e il padre. Desidera risalire lui da straniero egiziano a fratello. Ma desidera che anche i fratelli facciano un cammino di risalita, riconoscendo Beniamino come fratello, quando essi fanno questo riconoscimento, risalgono, allora Giuseppe si fa conoscere. Proviamo adesso a comprendere la strategia di Giuseppe. Torniamo in particolare al primo incontro di Giuseppe con i fratelli in Egitto (cf. Gen 42). I fratelli, allorché si trovano per la prima volta di fronte a Giuseppe in Egitto, in Gen 42,5-9, si prostrano davanti a lui per terra. In questo momento, Giuseppe che ha riconosciuto i suoi fratelli, si ricorda dei suoi sogni: i covoni dei fratelli che si prostrano davanti al suo, e il sole, la luna e undici stelle che si prostrano davanti a lui. In questo momento si compiono i sogni del cap. 37. Erano quindi veri presagi del futuro e non solo frutto dell’immaginazione di un ragazzo viziato e ambizioso. La parola chiave è certamente il verbo prostrarsi.

Un altro elemento di questa scena deve essere rilevato. Giuseppe riconosce i fratelli, mentre questi non lo riconoscono. Lasciamo perdere adesso i particolari dell’episodio per concentrarci unicamente sulla strategia usata dal narratore in questo inizio del cap. 42: noi, lettori, sappiamo che Giuseppe è diventato gran visir in Egitto; sappiamo, quindi, quello che i fratelli di Giuseppe non possono sapere, ossia che Giuseppe sta davanti a loro. Il narratore condivide con noi qualche cosa delle sue “conoscenze”, mentre i fratelli di Giuseppe, rimangono all’oscuro. Noi, lettori, abbiamo pertanto un vantaggio sui fratelli e possiamo osservare dall’alto, per così dire, ciò che sta accadendo sul palcoscenico. Un momento molto importante di questo episodio si colloca proprio dopo l’incarceramento dei fratelli, durato tre giorni.

Si ritrovano davanti a Giuseppe e discutono, sebbene non si accorgano che Giuseppe sta ascoltando e, soprattutto, che capisce quello che dicono. Il narratore ci informa, infatti, che Giuseppe usava un interprete per parlare con gli stranieri. I fratelli, perciò, non possono sapere che Giuseppe li capisce (cf. Gen 42,23). Cosa dicono? «Certo su di noi grava la colpa nei riguardi di nostro fratello, perché abbiamo visto con quale angoscia ci supplicava e non lo abbiamo ascoltato. Per questo ci ha colpiti quest’angoscia». Ruben rispose loro: “Non ve lo dicevo io: Non commettete questo peccato contro il ragazzo? Ma voi non voleste darmi ascolto”. Perciò, ecco, il suo sangue ci è ridomandato» (Gen 42,21-22).

Nel capitolo 37, però, quando buttano Giuseppe nella cisterna, non sentiamo niente. Giuseppe è totalmente silenzioso (Gen 37,24-25). Come mai si parla della “supplica” di Giuseppe solo venti anni dopo, durante questa prima visita in Egitto? Perché adesso, per la prima volta, e dopo aver trascorso tre giorni in carcere, i fratelli sono capaci di “sentire” il grido di Giuseppe? Prima, erano sordi e sono rimasti sordi. Adesso, ed è il primo frutto della “prova” immaginata da Giuseppe, hanno vissuto un’esperienza simile e sono sensibili all’angoscia che può provare qualcuno che si trova in una simile situazione. Assistiamo, pertanto, a una sorta di “purificazione della memoria” e a un primo cambiamento importante nella sensibilità dei fratelli.

Un altro elemento merita di essere spiegato. Giuseppe trattiene Simeone in carcere, fino al ritorno dei fratelli con Beniamino, nel cap. 43. Perché? Vale la pena interrogarsi sulla ragione di questa decisione. In effetti, la spiegazione più semplice e più convincente è che Giuseppe cerca di riprodurre una situazione simile a quella del cap. 37. Allora, lui, un fratello, si è ritrovato isolato ed era alla mercé degli altri. Ne hanno approfittato per vendicarsi di lui. Adesso, un altro fratello è isolato, e Giuseppe potrà vedere se funziona o no la solidarietà familiare. In realtà non funziona, perché tornano a casa e non sembrano prendere a cuore la sorte di Simeone. Nessuno si preoccupa di lui fino alla sua liberazione in 43,23, e solo il padre lo menziona esplicitamente: «E il loro padre Giacobbe disse: “Voi mi avete privato dei figli! Giuseppe non c’è più, Simeone non c’è più e Beniamino me lo volete prendere. Tutto ricade su di me!”» (cf. Gen 42,36).

Il secondo incontro (cf. Gn 43-44), invece, sarà decisivo. Questa volta, come abbiamo visto, Giuseppe inventa una nuova strategia e riesce a isolare Beniamino. È nel suo sacco, infatti, che ha fatto nascondere la sua coppa. Beniamino, ora, è un altro figlio prediletto dal padre, anch’egli figlio di Rachele. È isolato, in balia dei fratelli che possono benissimo dire: lui ha rubato la coppa e lui solo deve essere castigato. Rimarrà come schiavo in Egitto per questa ragione. Giuseppe, in realtà, ha ricreato una situazione identica a quella che troviamo nel cap. 37. Quella volta, era lui il fratello preferito e favorito. Lui si è trovato isolato e i fratelli hanno approfittato dell’occasione per liberarsi di lui. È stato portato in Egitto e venduto come schiavo. In Gen 44, Beniamino si trova in una situazione identica a quella di Giuseppe in Gen 37: Beniamino è il figlio preferito dal padre, può anche aver causato qualche gelosia, sebbene il testo non lo dica esplicitamente. I fratelli hanno adesso l’opportunità di vendicarsi e di toglierlo di mezzo. Come hanno fatto con Giuseppe. Beniamino può cadere dalla sua posizione privilegiata a quella dello schiavo. Ma come reagiranno i fratelli? Coglieranno l’occasione di eliminare Beniamino, come hanno colto l’occasione di eliminare Giuseppe? Niente affatto!

5. «Non voglio vedere il dolore di mio padre se torno a casa senza il suo figlio prediletto»

La lunga prova alla quale i fratelli sono stati sottomessi porta adesso i suoi frutti. L’ammirevole arringa di Giuda ne è la migliore prova. Giuda si fa avanti, si fa portavoce dei fratelli e pronuncia, come dicevo prima, uno dei discorsi più belli della Genesi: «Allora Giuda gli si fece innanzi e disse: «Perdona, mio signore, sia permesso al tuo servo di far sentire una parola agli orecchi del mio signore; non si accenda la tua ira contro il tuo servo, perché uno come te è pari al faraone! Il mio signore aveva interrogato i suoi servi: “Avete ancora un padre o un fratello?”. E noi avevamo risposto al mio signore: “Abbiamo un padre vecchio e un figlio ancora giovane natogli in vecchiaia, il fratello che aveva è morto ed egli è rimasto l’unico figlio di quella madre e suo padre lo ama”. Tu avevi detto ai tuoi servi: “Conducetelo qui da me, perché possa vederlo con i miei occhi”. Noi avevamo risposto al mio signore: “Il giovinetto non può abbandonare suo padre: se lascerà suo padre, questi ne morirà”. Ma tu avevi ingiunto ai tuoi servi: “Se il vostro fratello minore non verrà qui con voi, non potrete più venire alla mia presenza”.

Fatto ritorno dal tuo servo, mio padre, gli riferimmo le parole del mio signore. E nostro padre disse: “Tornate ad acquistare per noi un po’ di viveri”. E noi rispondemmo: “Non possiamo ritornare laggiù: solo se verrà con noi il nostro fratello minore, andremo; non saremmo ammessi alla presenza di quell’uomo senza avere con noi il nostro fratello minore”. Allora il tuo servo, mio padre, ci disse: “Voi sapete che due figli mi aveva procreato mia moglie. Uno partì da me e dissi: certo è stato sbranato! Da allora non l’ho più visto. Se ora mi porterete via anche questo e gli capitasse una disgrazia, voi fareste scendere con dolore la mia canizie negli inferi”. Ora, se io arrivassi dal tuo servo, mio padre, e il giovinetto non fosse con noi, poiché la vita dell’uno è legata alla vita dell’altro, non appena egli vedesse che il giovinetto non è con noi, morirebbe, e i tuoi servi avrebbero fatto scendere con dolore negli inferi la canizie del tuo servo, nostro padre. Ma il tuo servo si è reso garante del giovinetto presso mio padre dicendogli: “Se non te lo ricondurrò, sarò colpevole verso mio padre per tutta la vita”. Ora, lascia che il tuo servo rimanga al posto del giovinetto come schiavo del mio signore e il giovinetto torni lassù con i suoi fratelli! Perché, come potrei tornare da mio padre senza avere con me il giovinetto? Che io non veda il male che colpirebbe mio padre!» (Gen 44,18-34).

Che cosa dice? In sostanza, Giuda non fa nient’altro che raccontare nuovamente i momenti più importanti della storia precedente. Si sofferma in particolare su due momenti: il primo incontro con il visir egiziano (cf. Gen 44,19-23) e la deliberazione del padre con i figli, prima della seconda partenza verso l’Egitto (cf. Gen 44,24-30). Giuseppe – e insisto ancora una volta, solo il lettore sa che il gran visir dell’Egitto è Giuseppe – conosce parte della storia, ma non tutta. Viene a sapere per la prima volta, per esempio, come ha reagito suo padre quando è stato informato della sua sparizione nel cap. 37. Giuda dice testualmente: «Allora il tuo servo, mio padre, ci disse: “Voi sapete che due erano quelli che mi aveva partorito mia moglie. Uno partì da me, e dissi: senza nessun dubbio è stato sbranato!, e non l’ho più visto finora”» (Gen 44,27-28). La parola che sorprende molto in questa frase che Giuda mette sulla bocca di suo padre è la parola finora.

Sembra, quindi, che il padre speri ancora nel ritorno di suo figlio. Quando Giuseppe sente dire che il suo vecchio padre Giacobbe pensa, in qualche modo, di poter rivedere suo figlio, non può non commuoversi. Ed è esattamente quello che accade. Occorre aspettare ancora un attimo, però, perché Giuda non ha finito la sua arringa e ha, infatti, conservato l’argomento decisivo per la conclusione. Giuda, quindi, quando arriva al dunque, fa una proposta ben precisa. Ha esposto con la dovuta chiarezza la relazione che unisce il padre al figlio prediletto Beniamino. Vista questa relazione stretta fra il padre e il figlio, Giuda propone di rimanere come schiavo al posto di Beniamino per due motivi principali. Primo, dice, mi sono reso garante di mio fratello davanti a mio padre; e questo Giuseppe non lo poteva sapere. Secondo, aggiunge, non voglio vedere il dolore di mio padre se torno a casa senza il suo figlio prediletto.

6. «Sono Giuseppe, vostro fratello!»

Giuseppe, in questo punto del racconto, deve essere convinto che la situazione familiare ha radicalmente cambiato i fratelli. Quello che era il motivo dell’odio, ossia l’amore preferenziale del padre per un suo figlio, diventa adesso la molla di una decisione inaspettata da parte di Giuda: a causa dell’affetto del padre per Beniamino, Giuda prende il suo posto come schiavo. La situazione si è letteralmente capovolta e Giuseppe, immediatamente dopo, si fa riconoscere e si riconcilia con i suoi fratelli: «Giuseppe disse ai fratelli: “Io sono Giuseppe! È ancora vivo mio padre?”. Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché sconvolti dalla sua presenza. Allora Giuseppe disse ai fratelli: “Avvicinatevi a me!”. Si avvicinarono e disse loro: “Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita”» (Gen 45, 3-5).

Un ultimo particolare della storia di Giuseppe merita di essere segnalato in conclusione. Nel capitolo 50, dopo il funerale del padre, i fratelli di Giuseppe ritornano ad avere paura e temono la vendetta di Giuseppe (cf. Gen 50,15-21). Si dicono che, forse, Giuseppe non ha voluto fare nulla prima della scomparsa del padre, ma ora che è morto… I fratelli vanno a trovare Giuseppe, si prostrano un’altra volta davanti a lui (proprio come nei sogni di Gen 37) e si dichiarano suoi schiavi. Giuseppe piange, quindi risponde che non sta al posto di Dio e che non ha alcun potere sulla loro libertà (Gen 50,19). Poi ripete quello che aveva già detto al momento della riconciliazione: tutto ciò che è accaduto è stato previsto, preparato e voluto da Dio. Voi avete voluto farmi del male, ma Dio l’ha trasformato in un bene per tutti: «Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso» (Gen 50,20; cf. 45,5-8).

Giuseppe, in quest’occasione, rilegge la storia per scoprirvi un piano divino di salvezza. Se i fratelli non l’avessero venduto, non sarebbe arrivato in Egitto e non sarebbe stato in grado di salvare prima l’Egitto, poi la sua famiglia dalla carestia. Tutto è stato “provvidenziale”, diremmo oggi. Giuseppe, quindi, promette di aiutare la sua famiglia a sopravvivere in Egitto. Che cosa rispondono i fratelli? La risposta alla domanda è importante, certo, perché dalla risposta dipende il futuro d’Israele. Il popolo potrà sopravvivere se vive nella concordia e nella solidarietà. Se rifiuta l’aiuto di Giuseppe, si condanna a morte. Il testo, però, non dice qual è stata la risposta dei fratelli. Possiamo solo indovinare che sono stati d’accordo, ma non ne abbiamo alcuna prova concreta.

Possiamo allora domandarci perché il narratore non ha considerato utile raccontarci la conclusione della conversazione. Forse non era necessario, perché la risposta dei fratelli era evidente. Oppure la conclusione del racconto rimane aperta. E siamo noi, i lettori, a dover scrivere la conclusione della storia di Giuseppe, dopo aver percorso tutto il cammino che ci conduce dalla vendita di Giuseppe fino alla seconda riconciliazione nel cap. 50. Il narratore ci lascia la parola o ci dà la penna per scrivere le ultime righe di un antico racconto. L’epilogo del racconto, in realtà, lo scriviamo ogni giorno con la nostra vita perché, ormai, siamo noi i fratelli (e le sorelle) di Giuseppe, e dalla nostra risposta quotidiana dipende la sorte del popolo di Dio.

P. Alberto Neglia
Mercoledì della Bibbia 2022, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

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