Sei donne, sei continenti, una sola battaglia: proteggere il pianeta dalle industrie estrattive e dalla corruzione.
Sei donne, sei continenti, una sola battaglia: proteggere il pianeta dalle industrie estrattive e dalla corruzione.
Il Goldman Environmental Prize 2026, considerato il massimo riconoscimento internazionale in campo ambientale, è stato assegnato quest’anno a sei attiviste provenienti da diversi continenti. È la prima volta nella storia del premio, fondato nel 1989, che tutte le vincitrici appartengano al mondo femminile.
Tra le protagoniste dell’edizione, spiccano due figure dell’Asia-Pacifico. Theonila Roka Matbob, 35 anni, appartiene alla comunità indigena Nasioi di Bougainville, Papua Nuova Guinea. Segnata fin dall’infanzia dalla guerra civile — che costò la vita al padre — ha dedicato la propria vita a documentare i danni ambientali causati dalla miniera di Panguna, uno dei maggiori siti estrattivi di rame e oro al mondo. Dopo essere stata eletta alla Camera dei rappresentanti di Bougainville, ha guidato la campagna che nel 2024 ha costretto il colosso minerario Rio Tinto ad avviare la bonifica del sito, oltre trent’anni dopo la chiusura della miniera. La sua vittoria rappresenta un precedente legale significativo per le comunità indigene che cercano giustizia per danni ambientali rimasti a lungo impuniti.
La sudcoreana Borim Kim, 31 anni, è stata premiata per aver promosso — insieme all’organizzazione Youth 4 Climate Action — una storica causa costituzionale contro il governo di Seoul, accusato di non tutelare sufficientemente le generazioni future attraverso le proprie politiche climatiche. Nel 2024, la Corte Costituzionale sudcoreana ha accolto il ricorso, obbligando lo Stato a fissare obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni fino al 2049. Si tratta della prima causa climatica promossa da giovani ad avere successo in Asia, in un Paese che ancora dipende in larga misura da carbone e gas per la produzione energetica.
Il riconoscimento è andato anche alla britannica Sarah Finch, che ha ottenuto dalla Corte Suprema del Regno Unito una sentenza che impone di considerare le emissioni da combustione finale nelle autorizzazioni per nuovi progetti fossili; all’americana Alannah Acaq Hurley, leader yup’ik che ha fermato la costruzione di una grande miniera in Alaska proteggendo un’area di straordinaria biodiversità; alla colombiana Yuvelis Morales Blanco, mobilitatasi contro il fracking nella regione di Puerto Wilches; e alla nigeriana Iroro Tanshi, impegnata nella tutela di un raro pipistrello in via di estinzione attraverso la prevenzione degli incendi nella riserva di Afi Mountain.
Le storie di queste donne testimoniano come l’impegno per il creato nasca spesso dalle comunità più vulnerabili e come la giustizia ambientale sia, sempre più, anche una questione di giustizia sociale e intergenerazionale.
Tratto da Asianews