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Hagar, la donna in cammino cercata da Dio nel deserto del mondo

La storia e i significati della vicenda della schiava egiziana, legata ad Abramo e alla moglie Sara.

1. Hagar, Abramo e Sara

La storia di Hagar è strettamente connessa con quella di Abramo e della moglie Sara. Della sua provenienza sappiamo poco o nulla. Il libro della Genesi si limita a dire che ella è schiava di Sara ed è egiziana, ma non dà nessun dettaglio come tutto questo sia avvenuto. Il midrash ebraico, che è un commento del testo, colma il vuoto facendo riferimento all’episodio della discesa in Egitto di Abramo e Sara. Si legge nel libro della Genesi che Abramo, disceso in Egitto e sapendo di avere come moglie “una donna avvenente”, chiede a Sara di non dire di essere la moglie, ma la sorella. Gli ufficiali del faraone, avendola osservata, ne fanno le lodi presso il faraone, il quale non ha nessuna difficoltà a prenderla con sé. Il testo dice che “a causa di lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi ed armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli” (Gen 12,16). Il midrash si spinge oltre dicendo che il faraone diede ad Abramo una sua figlia, per cui Hagar sarebbe una principessa egiziana e questo, inoltre, potrebbe spiegare l’insistenza del testo nel sottolineare che ella è egiziana.

In lingua semitica il nome Hagar vuol dire “la viaggiatrice” ed in aramaico vuol dire “colei che accoglie”, mentre il nome Sara, la sua padrona, vuol dire “principessa”. In questo modo Abramo si ritrova ad avere a che fare con due principesse, una di nome, che è Sara e l’altra di fatto, che sarebbe Hagar, ma che è diventata schiava della prima. Nel racconto biblico ella, la schiava egiziana, entra in scena in un momento particolare della vicenda di fede di Abramo. Egli è l’uomo che si è messo in viaggio non perché è interessato ad inseguire un proprio progetto, ma perché intende dare fiducia a quella Voce, che gli ha comandato di lasciare la terra e la sua parentela per andare verso “la terra che ti indicherò” (Gen 12,1). Insieme alla promessa della terra la Voce ha parlato anche di una grande discendenza. Ed è soprattutto la promessa di una discendenza a costituire il cruccio di Abramo, perché Sara, sua moglie, era bella di aspetto, ma era “sterile e senza figli” (Gen 11,30).

Ciò che maggiormente mette in confusione Abramo è il fatto che Dio nel promettere una discendenza non abbia indicato come tutto questo debba avvenire. E così ha cercato di dare egli stesso una soluzione positiva a questa promessa, adottando come prima scelta il nipote Lot, ma tutto si rivela un fallimento. In un secondo momento egli pensa al suo servo Eliezer, ma in modo perentorio si sentirà dire dalla Voce: “Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede” (Gen 15,4). Di fronte a questo stallo sarà Sara a prendere l’iniziativa ed a proporre ad Abramo una soluzione che legalmente è in linea con la promessa di Dio. Ella rifacendosi ad una prassi mesopotamica propone al marito Abramo di unirsi alla propria schiava: “Sarai, moglie di Abram non gli aveva dato figli. Avendo però una schiava egiziana, chiamata Hagar, Sarai disse ad Abram: “Ecco il Signore mi ha impedito di avere prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli” (Gen 16,1-2).

2. Hagar, la schiava egiziana

Per il testo della Genesi la personalità di Hagar è definita dal suo essere schiava e dalla sua provenienza dall’Egitto. In quanto schiava ella non ha padronanza del suo corpo, che resta alla mercé dell’altra, anche se Sara, la sua padrona, è una donna coinvolta in un cammino di fede. L’altro attributo che la riguarda è quello di “egiziana”, cioè ella ha uno stile, una mentalità ed un linguaggio, che la portano ad impostare la propria vita tutta ripiegata su un vivo desiderio di protagonismo. Del resto nella Bibbia parlare di Egitto e del faraone significa far riferimento ad un mondo che intende organizzarsi secondo una logica di potenza e di affermazione di sé, avendo un’estrema fiducia nel grande protagonismo dell’uomo e della sua capacità di dominare e di guidare gli eventi della storia.

Forse sarà per questo motivo che la figura di Hagar entra in scena quando c’è di mezzo il protagonismo umano, perché Sara con la sua proposta pensa di affrettare o semplicemente di sostituirsi all’iniziativa di Dio. Ma, in questo contesto, non bisogna dimenticare che Hagar è, sì, un’egiziana, ma è in stato di schiavitù e quindi nell’impossibilità di decidere della propria vita. Sara, avanzando la sua proposta ad Abramo, non si è per nulla preoccupata di chiedere il suo consenso ed ella a sua volta, in quanto schiava non poteva fare altro che sottomettersi alla volontà della padrona. In questo caso il protagonismo è tutto dalla parte di Sara, la cui parola è ascoltata da parte di Abramo come possibile volontà del Signore. Il testo della Genesi dice: “Così al termine di dieci anni da quando Abram abitava nella terra di Canaan (cioè a 85anni) Sarai, moglie di Abram, prese Agar l’Egiziana, sua schiava e la diede in moglie ad Abram, suo marito” (Gen 16,3). Il paradosso di questa situazione è il dover constatare con meraviglia che questo protagonismo umano funziona, tanto che è detto: “Egli si unì ad Hagar, che restò incinta” (Gen 16,4).

3. Hagar e Sara: una convivenza impossibile

L’evento della gravidanza segna, però, per Hagar un diverso modo di rapportarsi con colei che poco prima era la sua padrona. La prospettiva di dare un figlio ad Abramo fa scattare in lei un desiderio di affermazione e di superiorità nei confronti di Sara, che a sua volta rivolgendosi ad Abramo dice “da quando si è accorta di essere incinta, io non conto più nulla per lei” (Gen 16,5). Tra Hagar e Sara si apre, così, una frattura insanabile, che rende complicato quello che a prima vista era sembrata una soluzione quanto mai ragionevole.

Il conflitto è così aspro da portare Sara ad invocare su Abramo il giudizio di Dio ed a sua volta Abramo non riesce a gestire il conflitto se non in modo remissivo, per cui risponde dicendo: “Ecco la tua schiava è in mano tua, trattala come ti piace. Sarai allora la maltrattò, tanto che quella fuggì dalla sua presenza” (Gen 16,6). Hagar, che da schiava era stata elevata al rango di moglie, adesso è riportata alla condizione di prima, ma nel suo stato di gravidanza tutto è più faticoso, perché la mano di Sara nei suoi confronti si è fatta molto pesante. Nel descrivere il modo di rapportarsi di Sara nei confronti di Hagar il testo usa il verbo “opprimere”, che ritornerà nel libro dell’Esodo, quando si parlerà degli Egiziani che opprimono gli Ebrei. Di fronte a questa mano pesante di Sara la reazione di Hagar è quella di scegliere, nonostante la sua condizione di donna in gravidanza, la via della fuga, che è un tutt’uno con la via della libertà. Del resto questa scelta assomiglia molto a quella che faranno gli Ebrei nei confronti del faraone d’Egitto.

4. Hagar in fuga verso il deserto è trovata da Dio

Alla sicurezza garantita dalla casa di Abramo, che per lei si configura come casa di schiavitù, Hagar ha scelto per sé la via della libertà, anche se questa scelta la pone in condizione di estrema vulnerabilità. Il testo ci lascia solo immaginare cosa ella abbia potuto provare in questa sua nuova condizione di donna libera, mentre si preoccupa di farci sapere che Hagar è trovata dall’angelo di Dio: “La trovò l’angelo del Signore presso una sorgente di acqua nel deserto, la sorgente sulla strada di Sur e le disse: Hagar schiava di Sarai da dove vieni e dove vai?” (Gen 16,7-8). Nel rispondere alla domanda dell’angelo ella dice: “fuggo dalla presenza (volto) della mia padrona”. Per lei una cosa è molto chiara: il volto della sua padrona le è diventato insopportabile, inguardabile, per questo ha preferito la lontananza. In questo suo farsi lontana Hagar scopre con meraviglia che c’è qualcuno preoccupato di mettersi in ricerca di lei. E così ella viene trovata nel deserto, nel suo deserto presso una sorgente di acqua, quella sorgente che è sulla strada di Sur. La strada di Sur è quella che porta in Egitto, la strada che la riporta alla sua casa, al suo mondo.

Hagar ha sfidato le regole ed ha osato un cammino di libertà, anche se non le era chiaro il dove andare, perché la strada che porta in Egitto inevitabilmente è segnata dalla schiavitù dell’idolatria. Intanto con sorpresa ella ha dovuto constatare di non essere sola e che nel suo desiderio di libertà c’è una presenza che le parla nell’intimo e che la chiama per nome. Così il deserto, luogo per eccellenza inospitale, si rivela per lei come luogo dove la vita è possibile, grazie a quella sorgente di acqua, ma si rivela soprattutto come luogo di incontro con il mistero del Dio Vivente. La prima cosa che l’angelo le impone è quello di ritornare dalla sua padrona e di restarle sottomessa. Si tratta di un ordine che sembra contraddire quella sua esigenza di libertà, ma che diventa un po’ più comprensibile alla luce della promessa che subito le viene rivolta: “Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla, tanto sarà numerosa” (Gen 16,10). Hagar è l’unica donna nella Bibbia ad essere destinataria di una promessa a somiglianza di Abramo. Dio non è indifferente alla sua storia, anzi è Lui che prende l’iniziativa e che, attraverso lei, lascia trasparire il suo interesse per ogni creatura umana, per ogni lamento che si alza verso il cielo.

A conferma di questa volontà di benedizione l’angelo aggiunge: “Ecco sei incinta: partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele, perché il Signore ha udito il tuo lamento” (Gen 16,11). Per noi lettori del Nuovo Testamento queste parole ci riportano al Vangelo di Luca e precisamente alle parole dette dall’angelo Gabriele alla vergine Maria. Molto possibilmente nelle intenzioni dell’evangelista questa allusione ad un certo legame tra Hagar e Maria vuole mettere in risalto come in Gesù, il figlio di Maria, la benedizione di Abramo raggiunga concretamente tutti i lontani. Nelle parole dell’angelo Hagar prende sempre più consapevolezza dell’agire di Dio nella sua storia e in quella dell’umanità intera. In quell’ecco’ c’è un chiaro invito a rendersi conto che il bambino che porta in grembo è dono di Dio e non semplice frutto della capacità umana. Di questo bambino, inoltre, Dio conosce il nome, per questo l’angelo le dice come dovrà chiamarlo, perché nel nome c’è anche la sua vocazione. Il nome “Ismaele”, così come indicato dall’angelo, vuol dire “Dio ascolta”, per cui esso diventa un incoraggiamento, ma anche un monito per ogni creatura che imposta la propria vita a modo suo fuori da quell’intimità dialogante con il mistero del Dio Vivente.

Il deserto con la sua aridità e con i suoi silenzi è diventato inaspettatamente per Hagar il luogo dove il mistero della presenza di Dio le è venuto incontro come Parola, che interpella e che apre scenari nuovi. Visitata dalla Parola ella sa di potersi avventurare per le strade del mondo, perché, dopo questa esperienza, ella è ben cosciente di essere guardata e per questo amata da Colui, a cui ella ha imparato a dargli del “Tu” e a chiamarlo per nome. Dice il testo che “Hagar al Signore che le aveva parlato diede questo nome: ‘Atta El-ro’i –Tu sei il Dio della visione’, perché diceva: Non ho forse visto qui Colui che vede? Per questo il pozzo si chiamò pozzo di Lacai-Roì” (Gen 16,13-14).
In seguito sarà proprio Isacco a soggiornare presso il pozzo di Lacai-Roì soprattutto dopo la morte del padre Abramo: “Dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco ed Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roì” (Gen 25,11), creando in tal modo un legame ideale con colei, che era stata scacciata insieme al figlio Ismaele a motivo dell’eredità.

5. Il ritorno da Sara e la nascita di Ismaele

In obbedienza alla parola dell’angelo che le aveva ordinato di fare ritorno dalla sua padrona Hagar lascia il deserto e si avvia alle tende di Abramo, dove ella porta a compimento la gestazione del figlio. Il testo dice: “Hagar partorì ad Abram un figlio e Abram chiamò Ismaele il figlio che Hagar gli aveva partorito. Abram aveva 86 anni quando Hagar gli partorì Ismaele” (Gen 16,15-16). In due brevissime righe per ben tre volte torna il verbo “partorire” come a sottolineare lo stupore di Abramo per una promessa, che sembra concretizzarsi nel volto di questo figlio, a cui dà il nome di Ismaele secondo l’indicazione dell’angelo.

All’età di 86 anni Abramo sente di essere stato ascoltato nel suo desiderio di paternità e di poter avere un erede a cui consegnare tutto il suo patrimonio di fede e di beni. Ma tutto questo non corrisponde al disegno di Dio, che a sua volta torna a farsi vedere da Abramo, quando egli ha la bella età di 99 anni. In questa nuova apparizione il Signore, oltre a rinnovare la promessa della terra, impone ad Abramo e a tutta la sua discendenza il rito della circoncisione come segno dell’Alleanza tra Dio ed il suo popolo. E come ultima cosa Dio promette ad Abramo la nascita di un figlio da parte di Sara ed alle perplessità espresse da lui, che gli chiede: “Se almeno Ismaele potesse vivere davanti a te” (Gen 17,18), il Signore gli risponde dicendo: “No, Sara tua moglie ti partorirà un figlio e lo chiamerai Isacco (…) Anche riguardo ad Ismaele io ti ho esaudito: ecco, io lo benedico e lo renderò fecondo e molto, molto numeroso, (…) ma stabilirò la mia alleanza con Isacco che Sara ti partorirà a questa data l’anno venturo” (Gen 17,19-21). Il testo prosegue dicendo che in quello stesso giorno Abramo si sottopone al rito della circoncisione e fa circoncidere tutti coloro che abitano con lui, compreso anche Ismaele. Di lui è detto che ha 13 anni, mentre Abramo ha 99 anni.

6. Il ripudio di Hagar e la sua cacciata nel deserto

Il rapporto tra Hagar e Sara torna ad incrinarsi nel momento in cui avviene lo svezzamento di Isacco, il figlio che Sara ha partorito nella sua vecchiaia. Ella si rende conto che la permanenza di Ismaele sotto le tende di Abramo metterebbe in discussione la realizzazione della promessa di Dio secondo la quale Isacco sarebbe l’erede, mentre di fatto Ismaele è il primogenito. Da qui la sua richiesta perentoria rivolta ad Abramo di allontanare Hagar e suo figlio.
Il testo dice che Abramo era perplesso riguardo a questo gesto, ma il Signore lo invita ad ascoltare la voce di Sara, “perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una nazione anche il figlio della schiava, perché è tua discendenza” (Gen 21,12-13). Confortato da questa voce interiore egli si decide a compiere il gesto del ripudio mandando via Hagar ed il generato, ma tutto questo con una grande sofferenza, la stessa che proverà al capitolo successivo quando si tratterà di immolare il figlio Isacco.

Hagar, intanto, subisce questa violenza senza dire una parola e mettendosi in cammino “si smarrisce nel deserto di Ber-sabea (= pozzo del giuramento)” (Gen 21,14). Adesso che è stata mandata via, Hagar è una donna smarrita, che non sa quale strada prendere in un deserto dove nulla è chiaro e dove facilmente si perde la possibilità di orientarsi. Non riesce a comprendere il senso di quanto è accaduto ed una volta esaurita la scorta di acqua non vede altra prospettiva se non la morte per il figlio e per sé, per cui: “depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte alla distanza di un tiro di arco, perché diceva: ‘non voglio vedere morire il fanciullo. Sedutasi di fronte, alzò la voce e pianse” (Gen 21,16). Per due volte il testo accenna a questo “sedersi” di Hagar e per lei, che è una viaggiatrice, è il segno della propria sconfitta, ma allo stesso tempo con il suo pianto, con le sue lacrime essa irrora il deserto, rendendolo fecondo.

Hagar alza la voce e piange, ma il testo dice che “Dio ascoltò la voce del fanciullo” (Gen 21,17). Ma quale voce si può alzare da uno che sta perdendo ogni forza? Dio è davvero Colui che ascolta il flebile rantolo di ogni morente e se ne fa carico, perché nessuno è escluso dalla sua iniziativa di amore. Così Hagar torna a fare esperienza di Dio come di Colui che vede, che ascolta e che si prende cura del più debole. Ed è ancora il Signore che prende l’iniziativa nella sua vita e attraverso quella voce interiore si sente chiamata per nome, è rimessa in piedi ed è invitata allo stesso tempo ad assumersi la sua responsabilità nei confronti del fanciullo: “Che hai Hagar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione” (Gen 21,17-18).

Smarrita nel deserto di questo mondo Hagar si era vista chiudere davanti a sé ogni possibilità di vita, ma ancora una volta scopre che il deserto del nostro fallimento diventa il terreno propizio per essere incontrata da una Presenza che vigila sulla storia degli uomini. Adesso che a distanza di anni si è ritrovata alle prese con il mistero del Dio vivente essa è messa in grado di vedere il mondo e le cose con occhio diverso. Quello che prima appariva come paesaggio di morte, si tramuta in luogo di vita, perché adesso sa che c’è un pozzo a cui abbeverarsi sia lei che il figlio, c’è una sapienza a cui attingere per affrontare la complessità della vita. Così Hagar, che ha preso per mano il figlio, può camminare per le vie di questo mondo, sapendo di poter contare su quel pozzo di acqua, che accompagna la sua avventura umana. Dio non è estraneo alla sua storia, anche se lei ha preso una strada diversa da quella di Abramo, ma Dio non è estraneo alla storia di nessuno, perché Egli è “Colui che ascolta” ed ascolta in modo privilegiato il flebile grido dell’oppresso e del morente “là dove si trovano”.

7. Hagar e Sara, Ismaele e Isacco: storie di estraneità o storie di un incontro possibile?

Le due discendenze, quella che fa capo ad Hagar e quella riconducibile a Sara, sembrano muoversi su piani diversi e per un certo verso incompatibili tra di loro. Da una parte con Hagar ed Ismaele c’è la storia di un’umanità alle prese con le cose di questo mondo, con la gestione delle risorse e dei rapporti tra i vari gruppi e dall’altra con Sara e Isacco sembra svolgersi un’altra storia, che è quella della salvezza, di chi impara a vivere fidandosi non delle proprie capacità o della propria abilità tecnica, ma poggiandosi unicamente sulla Parola di Dio, unico criterio di discernimento del proprio agire. Stando al testo, esso sottolinea che Isacco ed Ismaele sono figli di un unico padre e che le loro storie per quanto divaricate tendono a ricomporsi in unità, così come avviene alla morte di Abramo, che vede riuniti insieme i due fratelli: “lo seppellirono i suoi figli Isacco ed Ismaele nella caverna di Macpela” (Gen 25,9).

Le due storie, quella della salvezza e quella universale, non sono estranee o contrapposte tra loro, ma quella della salvezza è a servizio di quella universale. La storia di Hagar ci ha detto chiaramente che Dio è ben presente nella storia di ogni uomo e di ogni donna, per quanto lontani possano essere, ma se sceglie per sé un popolo, tutto questo Egli lo fa per rendere possibile il suo manifestarsi in modo corrispondente alle sue intenzioni di ricondurre l’umanità alla sua vera vocazione alla vita. La scelta di un popolo particolare non è segno di privilegio e, quindi, di relativa esclusione degli altri, ma vuole costituire un segno sacramentale che aiuti la storia profana a recuperare il vero senso dell’abitare questo mondo e questa terra. La storia dei credenti, di chi vive in obbedienza alla Parola di Dio ha la grande funzione di collocarsi di fronte alla storia profana come punto di luce, perché la storia dell’umanità intera ritrovi quell’orientamento, che conduca a costruire ed a tracciare sentieri di pace e di convivenza fraterna tra tutti i popoli.

Gregorio Battaglia
Mercoledì della Bibbia 2019, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

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