III Domenica di Pasqua

Anno A

Letture: At 2,14.22-33 · Sal 15 · 1Pt 1,17-21 · Lc 24,13-35

Del sogno spezzato, del progetto fallito, delle speranze crollate nel giro di poche ore: di questo parlavano quei due discepoli lungo la strada. Potevano essere undici chilometri di lamenti, di recriminazioni, di commiserato vittimismo, a testa bassa e sandali polverosi, ad occhi spenti e cuore pesante.

A raccontarsi la loro versione dei fatti, a ripetersi ognuno la propria delusione, a vedere il tutto con lo sguardo degli sconfitti. Dio si affianca: adatta il suo passo al passo di quei due, cammina con loro, ascolta, lascia che tirino fuori i macigni che hanno dentro. Non spinge, non trascina il nostro Dio: misura il suo passo sui nostri. Non rimprovera, non corregge subito le visioni distorte, ma ascolta attento, silenzioso, discreto.

Comincia là, su una strada, l’avventura tra Dio e l’uomo, comincia là la nostra fede, quando Lui si mette vicino e ci insegna a vedere le cose, la vita, in altro modo, aprendo orizzonti che credevamo chiusi, dando aria e luce a ciò che sembrava spento e concluso per sempre, come una sconfitta, come un crollo.

Comincia con quel desiderio di stare ancora un po’ insieme, di continuare a provare quel calore che scioglie il gelo di dentro, che regala un respiro più profondo, più libero. Non impone la sua presenza questo Dio, finge di andarsene per sentirsi dire «Resta con me»: parole di innamorati, parole di amanti.

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Don Luigi Verdi

 

L’esperienza di quei due discepoli è simile alla nostra quando partecipiamo alla messa. La prima parte potremmo definirla la liturgia della parola. I due stanno camminando e parlando fra di loro delle cose che stavano a loro a cuore, del problema che avevano vissuto: avevano seguito Gesù, gli avevano creduto ed erano rimasti delusi, amareggiati e tristi; ora ritornavano nel loro privato. Uno sconosciuto si unisce a loro e spiegano a lui quello di cui stavano parlando. È Gesù quello sconosciuto, ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo; tuttavia dialogano con lui e, soprattutto, lo ascoltano parlare.

È interessante notare come vedere il Risorto non sia sufficiente per raggiungere la fede. I due discepoli conoscevano bene Gesù, incontrano il Risorto e non lo riconoscono; gli parlano assieme e non si accorgono che è lui, quindi non credono in lui. Lo ascoltano parlare e lui spiega nelle Scritture quello che riguarda il Messia: spiega, attraverso le Scritture, che il Messia doveva passare attraverso la situazione di rifiuto e di sofferenza per entrare nella sua gloria.

I discepoli, ascoltando la spiegazione delle Scritture, si accorgono che il loro cuore arde. Questo significa che prima era freddo e si è riscaldato: è un’immagine molto semplice ma fondamentale. I discepoli passano da un cuore freddo a un cuore ardente e non è l’aver visto Gesù che riscalda il cuore, ma l’avere ascoltato le parole della Scrittura applicate a Gesù. Tant’è vero che hanno voglia ancora di ascoltarlo e insistono perché resti con loro; e Gesù entrò per rimanere con loro. Notiamo che l’evangelista non dice dove entrò Gesù. Possiamo dare per scontato che sia entrato in casa, ma forse l’intento del narratore è più profondo: vuol dire che Gesù entrò nella vita di quelle persone, entrò dentro la loro coscienza per rimanervi.

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Don Claudio Doglio

 

Due sono le parole-chiavi di questo racconto lucano, di questo cammino alla ricerca di un senso: “discorrere” (omilèo) e “aprire” (dianòigo) le Scritture. Sono le due parole-chiavi della liturgia sinagogale ebraica e poi anche di quella cristiana. Anzitutto, l’omelia. L’omelia è un discorso, ma non un monologo, è un evento comunitario. I due pellegrini di Emmaus “conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto”, ossia della crocifissione, della sepoltura di Gesù e del ritrovamento della sua tomba vuota.

Ricordano degli eventi appena successi, ma si interrogano insieme, costruiscono una memoria comune. Questo rende possibile la comunione con Gesù stesso, il vivente: “Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona, avvicinatosi, camminava con loro”. Proprio mentre lo ricordano, “Gesù stesso” (autòs Jesous) si rende presente, si auto-manifesta, diventa il terzo compagno del loro cammino.

Da segnalare anche il verbo “avvicinarsi” (enghìsas), che non è affatto pleonastico. È chiaro che Gesù, per camminare con loro, prima si è dovuto avvicinare, prendere il loro passo. Ma nel linguaggio evangelico, questo denota la prossimità del regno: “Il regno dei cieli è vicino, cioè si è avvicinato”, e il regno dei cieli non è altro che l’amore di Cristo, reso vivibile dall’amore fraterno.

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Fratel Alberto