Dono e gratuità reggono la vita comunitaria, ma proprio in quel gesto di dare si annidano attese, fragilità e, talvolta, sofferenze silenziose.
Dono e gratuità reggono la vita comunitaria, ma proprio in quel gesto di dare si annidano attese, fragilità e, talvolta, sofferenze silenziose.
Si pensi al caso, non isolato, di una religiosa entrata in monastero da vent’anni. Nei primi tempi la sua esistenza era interamente plasmata dalla gratuità: si spendeva senza calcolo nell’assistenza alle consorelle, nell’accoglienza degli ospiti, nei servizi quotidiani della casa. La reciprocità le veniva dalla vita stessa e non provava alcun senso di credito verso la comunità.
Superati i quarant’anni, però, comincia ad affacciarsi in lei un pensiero nuovo e insistente: la sensazione che il proprio lavoro e la propria persona non vengano adeguatamente notati. È un’inquietudine che, se ignorata, può logorare nel tempo una vocazione autentica, fino a condurre — come accade a non poche persone consacrate — all’abbandono della vita comunitaria per un esaurimento profondo, maturato proprio dalla percezione di dare senza mai ricevere.
Il bisogno di riconoscimento non è una colpa
Questa esigenza può essere descritta con la parola “riconoscimento”, spesso guardata con sospetto in ambito ecclesiale perché scambiata per pretesa. In realtà si tratta del naturale rovescio della riconoscenza, ed è un bisogno sano quando matura dopo una fase iniziale di donazione gratuita e senza calcoli: sono proprio quegli anni a rendere possibile, in seguito, una fase adulta della vocazione.
Nel mondo del lavoro questo bisogno trova espressione anche in strumenti concreti come stipendi e avanzamenti di carriera, segnali tangibili di stima. Nelle comunità religiose, dove simili strumenti mancano, la questione si fa più delicata: come evitare che l’assenza di riconoscimento professionale si trasformi, con il tempo, in percezione di non essere valorizzati come persone?
Paradossalmente, in molti contesti comunitari le forme di riconoscimento non monetario, anziché essere incoraggiate, vengono scoraggiate in nome di una presunta umiltà — spesso confusa con l’umiliazione imposta dall’esterno, che ne è l’esatto contrario. Si ringrazia poco, specialmente da parte di chi ha ruoli di responsabilità, e si dà tutto per scontato, come se il dono di sé iniziale rendesse superflua ogni forma di gratitudine successiva.
Il ruolo dei responsabili
Gli studi mostrano che la stima dei pari, per quanto preziosa, non basta: serve anche lo sguardo di chi ha responsabilità dirette. Mentre nelle organizzazioni laiche si sono diffuse figure di accompagnamento come coach e counselor, nelle comunità religiose il dialogo personale viene spesso delegato interamente a padri spirituali o accompagnatori esterni, trascurando l’importanza del confronto diretto con chi guida la comunità.
Va precisato che il riconoscimento autentico non coincide con il bisogno, spesso infantile, di lodi costanti — sintomo piuttosto di fragilità interiore. Un dialogo sano con i responsabili comprende anche l’onestà nel segnalare limiti ed errori: un richiamo fatto con verità e rispetto è esso stesso una forma alta di attenzione alla persona. Al contrario, l’assenza di feedback autentici lascia spazio a lodi di circostanza, che non aiutano una crescita reale.
Quando manca un dialogo regolare e aperto con chi ha responsabilità di guida, il confronto tra pari rischia di scadere in mormorazione: un fenomeno che andrebbe compreso nelle sue cause strutturali, più che semplicemente condannato.
Due rischi da evitare
Se la carriera gerarchica diventa l’unico canale di riconoscimento, si genera una tensione verso le cariche spesso più dannosa degli stessi incentivi economici. La maturazione di una vita comunitaria richiede di evitare due estremi opposti: da un lato l’eccessiva dipendenza dallo sguardo dei superiori, che mantiene in una condizione di immaturità; dall’altro la rinuncia, per delusione o ferita, a cercare qualunque riconoscimento, che porta all’isolamento.
Quanto meno è presente la dimensione economica, tanto più devono svilupparsi altri linguaggi di gratitudine e stima: senza reciprocità, specialmente in età adulta, la vita comunitaria diventa difficile da sostenere. Resta vero che nessuna reciprocità terrena potrà mai colmare del tutto il desiderio di riconoscimento, che per sua natura è infinito — ma questo non esime dal coltivare, giorno per giorno, una riconoscenza reale e possibile all’interno delle comunità.
Tratto da Avvenire