Il pellegrinaggio dell’Unitalsi ha portato centinaia di famiglie e piccoli con disabilità: volontari e genitori raccontano un’esperienza che unisce festa, cura e fede.
Il pellegrinaggio dell’Unitalsi ha portato centinaia di famiglie e piccoli con disabilità: volontari e genitori raccontano un’esperienza che unisce festa, cura e fede.
Anche quest’estate l’Unitalsi ha organizzato il tradizionale “treno dei piccoli” verso il Santuario di Lourdes, portando centinaia di bambini con disabilità insieme alle loro famiglie, accompagnati da un folto gruppo di volontari.
Tra i partecipanti, il vicepresidente nazionale dell’associazione, restauratore d’arte pugliese che frequenta il pellegrinaggio da quarant’anni, ha raccontato episodi che lo hanno colpito profondamente: un bambino con una grave disabilità che, per la prima volta, è riuscito a raggiungere da solo uno scivolo e ad abbracciare la madre felice; i figli di una donna ucraina, normalmente turbati dai rumori forti che ricordano loro le esplosioni vissute in guerra, che invece hanno ballato con gioia al suono della musica della festa organizzata per loro.
Una madre pugliese, al suo primo viaggio, ha descritto la trasformazione del figlio di quattro anni, con una lesione al midollo spinale: davanti alla grotta il bambino ha mandato baci alla statua della Madonna, e in seguito ha mimato con entusiasmo il bagno fatto in piscina, felice di poter giocare con gli altri bambini. La donna ha sottolineato come i volontari abbiano saputo creare immediatamente un clima familiare, rendendo il viaggio un’esperienza inaspettata e preziosa.
Un operaio siciliano, al suo secondo pellegrinaggio con il figlio di sette anni affetto da una malattia genetica rara, ha spiegato che Lourdes rappresenta per le famiglie un momento di ricarica dopo un anno di fatiche legate alla disabilità, un’occasione in cui i bambini stessi trasmettono gioia e speranza ai genitori.
Tra i volontari anche giovani professionisti della sanità: uno specializzando in pediatria, al suo primo viaggio dedicato ai bambini, ha parlato di un’”accoglienza” vissuta concretamente, citando il gesto di un animatore che ha fatto toccare la propria maschera a una bambina ipovedente per farsi riconoscere. Una tecnica di radiologia, alla sua prima esperienza di pellegrinaggio, ha raccontato di essere rimasta commossa dal ringraziamento di una madre per l’impegno dedicato al proprio figlio.
Il coordinatore ha infine ricordato la complessità organizzativa del viaggio, che ha coinvolto quasi 500 persone tra cui 160 bambini con disabilità, sottolineando come da tre anni l’associazione utilizzi il linguaggio delle favole per accompagnare i più piccoli fino all’incontro con la storia di Bernadette e con Maria. Ha definito i volontari semplici “strumenti di speranza”, capaci di offrire consolazione alle famiglie che ogni giorno affrontano la malattia, in quella che ha chiamato una “pazzia della carità”.
Tratto da Avvenire.it