Letture: 1Sam 16,1.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41
Lui non lo aveva visto, cieco com’era non poteva vederlo: se ne stava là sul ciglio della strada ad aspettare qualche spicciolo. Non poteva vederlo, ma fu visto. E fu sosta proprio accanto a lui, che tutti pensavano povero e peccatore. Poi fu solo un tepore sugli occhi, una carezza di mani.
Lui non aveva chiesto niente, ormai rassegnato al suo destino di emarginato perenne; l’Altro gli parlava col silenzio delle mani, con la delicatezza di quel gesto che assomiglia a quello di una mamma che spalma la pomata sulla piaga del suo bambino. Piano, attenta a non far male. E poi quell’invito da una voce calda ad andare a lavarsi: avrà avuto paura di inciampare lungo la strada? Ma di quella voce e di quella carezza sugli occhi sapeva che poteva fidarsi. Così gli apparvero i colori, a lui, che non li aveva mai visti.
Sarebbe bello pensare e credere che nel nostro buio c’è qualcuno che ci vede e accarezza i nostri occhi, che ci chiede di rischiare i nostri passi al buio, sostenuti da uno sguardo, incoraggiati da una presenza. La luce non arriva senza un passo, senza un affidarsi.
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Don Luigi Verdi
Gesù sta uscendo dal tempio e vede un uomo cieco dalla nascita, un disabile che, per legge, non può entrarvi. Vede l’invisibile. E si ferma, senza essere chiamato, senza essere pregato. Amici e nemici si perdono a cercare colpe in quell’uomo, tutti insieme a sbagliarsi su Dio. Gesù non ci sta, fugge da quella logica: né lui né i suoi genitori hanno peccato. Il male non viene da Dio. E allora, da dove? Una domanda alla quale né la bibbia nè Gesù stesso danno risposte.
Gesù non vede in quell’uomo nato cieco un punto di arrivo, ma un punto di partenza, di nascita. E senza che il cieco gli chieda niente stende un petalo di fango e saliva su quelle palpebre che coprono il nulla.
Ecco il mio Gesù: è Dio che si sporca le mani con l’uomo, ed è al tempo stesso un uomo che viene contaminato di cielo, contagiato di luce.
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p Ermes Ronchi
IV Domenica di Quaresima
Anno A
Letture: 1Sam 16,1.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41
Lui non lo aveva visto, cieco com’era non poteva vederlo: se ne stava là sul ciglio della strada ad aspettare qualche spicciolo. Non poteva vederlo, ma fu visto. E fu sosta proprio accanto a lui, che tutti pensavano povero e peccatore. Poi fu solo un tepore sugli occhi, una carezza di mani.
Lui non aveva chiesto niente, ormai rassegnato al suo destino di emarginato perenne; l’Altro gli parlava col silenzio delle mani, con la delicatezza di quel gesto che assomiglia a quello di una mamma che spalma la pomata sulla piaga del suo bambino. Piano, attenta a non far male. E poi quell’invito da una voce calda ad andare a lavarsi: avrà avuto paura di inciampare lungo la strada? Ma di quella voce e di quella carezza sugli occhi sapeva che poteva fidarsi. Così gli apparvero i colori, a lui, che non li aveva mai visti.
Sarebbe bello pensare e credere che nel nostro buio c’è qualcuno che ci vede e accarezza i nostri occhi, che ci chiede di rischiare i nostri passi al buio, sostenuti da uno sguardo, incoraggiati da una presenza. La luce non arriva senza un passo, senza un affidarsi.
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Don Luigi Verdi
Gesù sta uscendo dal tempio e vede un uomo cieco dalla nascita, un disabile che, per legge, non può entrarvi. Vede l’invisibile. E si ferma, senza essere chiamato, senza essere pregato. Amici e nemici si perdono a cercare colpe in quell’uomo, tutti insieme a sbagliarsi su Dio. Gesù non ci sta, fugge da quella logica: né lui né i suoi genitori hanno peccato. Il male non viene da Dio. E allora, da dove? Una domanda alla quale né la bibbia nè Gesù stesso danno risposte.
Gesù non vede in quell’uomo nato cieco un punto di arrivo, ma un punto di partenza, di nascita. E senza che il cieco gli chieda niente stende un petalo di fango e saliva su quelle palpebre che coprono il nulla.
Ecco il mio Gesù: è Dio che si sporca le mani con l’uomo, ed è al tempo stesso un uomo che viene contaminato di cielo, contagiato di luce.
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p Ermes Ronchi