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Un’ecologia integrale

Lettura della Laudato si’, capitolo per capitolo, per capire la proposta di papa Francesco di una ecologia integrale. Capitolo IV.

«La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale.» (Laudato si’, n. 13)

«Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. [Vi è bisogno di] una presa di coscienza.» (n. 14)

Il nostro intervento ha come finalità quella di un invito a maturare in coscienza sulla problematica dell’etica ecologica e a curare quel possibile disinteresse, che può annidarsi, consapevolmente o inconsapevolmente, dentro il cuore di ciascuno di noi e che forse si dimentica si chiami peccato che conduce alla morte. Più che pretesa, si vuole essere, un’umile proposta, per un confronto e una salutare riflessione.

1. L’ ecologia integrale

Cosa si intende per ecologia integrale non è difficile comprenderlo: il riferimento è alla concezione che sdogani il nesso ecologico da logiche naif o associazionistiche, anche se viene, fin dalle prime battute dell’enciclica, riconosciuto che il movimento ecologico mondiale «ha percorso un lungo e ricco cammino» (n. 14), per situare invece, la realtà dell’ecologia, nella sfera della vita concreta e quotidiana. Ma non solo, per la riflessione che ne deriva, ciò significa che l’ecologia integrale ha che fare anche con la ricerca teologica. Uno studioso dell’argomento – Morandini – afferma che «Laudato si’ è certo appello, invito a rinnovare urgentemente le pratiche (personali, sociali, ecclesiali), ma è anche una vera sfida teologica, un invito a riprendere e approfondire alcune parole guida della fede cristiana» .

Nell’ambito della teologia morale, di cui mi occupo, ciò significa una prima cosa che non possiamo dismettere: la sfida ecologia è un serio problema/opportunità per la vita morale del credente, visto che, come afferma papa Francesco: «Siamo cresciuti pensando che eravamo [di sora nostra madre terra] proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla… dimenticando [amara costatazione!] che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito da elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ci ristora» (n. 2). Nei primi tre paragrafi, di questo quarto capitolo sull’ecologia integrale, viene presentata la realtà molteplice dell’ecologia: ambientale, economica e sociale (nn. 138-142), culturale (nn. 143-147) e, molto significativamente, della vita quotidiana (nn. 147-155).

Non sembri un’affermazione scontata, ripeto, il ribadire che ogni riferimento all’ecologico ha una valenza teologica, prima che sociale o etica; esso è di un’importanza fondamentale, per educare, specie i cristiani, a prendere sul serio ogni problematica che gli soggiace e ad interrogarsi seriamente su quel volere di Dio che bisogna sempre ricercare, per attuare la propria vocazione cristiana. Una volontà di Dio che “passa” dal grido dei poveri, dalla loro giustizia e da quella condivisone e solidarietà che non può essere “elemosina” ma bensì, professione di fede in atto sull’incarnazione di Cristo che dona senso al tempo, alla creazione e alla storia.
Avendo dinanzi questa consapevolezza ci si apre un cammino che, i numeri seguenti, sempre di questo capitolo quarto, evidenziano, parlando del bene comune, come imprescindibile impegno morale che soggiace al problema ecologico globale. Si afferma, tra l’altro: «Basta osservare la realtà per comprendere che oggi questa opzione [quella preferenziale per i più poveri] è un’esigenza etica fondamentale per l’effettiva realizzazione del bene comune» (n. 158).

2. Il principio del bene comune (n. 156-158)

Questi tre numeri dell’enciclica, relativi alla dottrina sociale della Chiesa e alla molteplicità di risvolti etici che ne derivano, bisogna saperli leggere, non perdendo di vista che, l’etica, ha bisogno di una risposta fattiva che derivi dallo spessore della propria fede (identità!), affinché il credente si possa incontrare con i propri simili, anche non credenti (confronto!), in un’umanità che chiama, tutti (dialogo!), a risposte concrete e fondanti la responsabilità del proprio convivere umano e sociale.

«Nelle condizioni attuali della società mondiale, dove si riscontrano tante inequità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate, private dei diritti umani fondamentali, il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri. Questa opzione richiede di trarre le conseguenze della destinazione comune dei beni della terra, ma, come ho cercato di mostrare nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium [nn. 186-201], esige di contemplare prima di tutto l’immensa dignità del povero alla luce delle più profonde convinzioni di fede» (n. 158).

Come si vede queste espressioni diventano motivo per aprirci ad una seria riflessione di verifica circa il nostro pensare ed operare credente, senza alibi o risposte ‘fatte’, preconfezionate, ma nella ricerca di una risposta che sia obbedienza al Vangelo, nel bene possibile che io – ciascuno di noi – può realizzare oggi. La preferenza verso i poveri, a cui una piena concretizzazione del bene comune dovrebbe rivolgere lo sguardo, richiedono, il porsi sulla stessa lunghezza d’onda della creazione che è dono da accogliere e far maturare per il bene di tutti: «Il Padre buono – afferma papa Francesco [Evangelii gaudium, n. 187] – desidera ascoltare il grido dei poveri… rimanere sordi a quel grido, quando noi siamo gli strumenti di Dio per ascoltare il povero, ci pone fuori della volontà del Padre e del suo progetto».

Bisogna ritrovarsi impegnati ad attenuare, gli effetti dell’attuale squilibrio, e ciò dipende da ciò che facciamo ora (cf. Laudato si’, n. 161). Ricordiamoci che «la difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro» (Laudato si’, n. 162). Il pericolo di quell’etica individualistica, denunziata dal concilio in Gaudium et spes n.30 e dalla Evangelii gaudium n.177, è sempre dinanzi alla nostra storia, ne consegue che è urgente orientarsi verso due prospettive esistenziali.

3. Abbiamo bisogno di formarci e di convertirci

Sono questi due ambiti, formazione e conversione, che ci investono, come esigenza del nostro credere – la nostra fede in Dio creatore e nell’uomo custode del creato – e del nostro vivere – la nostra vita morale che parta da un cuore nuovo e riconciliato – per porre la necessità di una ecologia integrale nell’orizzonte della nostra quotidianità credente: «La crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore» (Laudato si’, n. 217).

a) In primo luogo: fede ed etica non sono in competizione. Teologia ed ecologia non possono disgiungersi dalla propria vita fede e dall’impegno di ciascuno di una vita morale che sia specchio di ciò che si crede; come direbbe san Paolo (indicativo/imperativo): se sei cristiano devi comportarti da cristiano. Abbiamo per troppo tempo taciuto che la fede per essere reale non può che incarnarsi nella storia e dunque chiedere risposte che aiutino questa, la storia, a splendere come historia salutis per l’umanità intera.

Quando con i nostri comportamenti, le nostre scelte, i nostri pensieri, affossiamo la bellezza del creato non possiamo che tradire il senso di una creazione consegnataci come dono, da far fruttificare e da, a sua volta, consegnare, a chi viene dopo di noi, come, chi ci ha preceduto ha fatto con noi. Come abbiamo ribadito non si tratta di giustizia, pura e semplice, ma di carità/amore frutto di un impegno che si fa dono. L’enciclica difatti riconosce che «non sempre noi cristiani abbiamo raccolto e fatto fruttificare le ricchezze che Dio ha dato alla Chiesa, dove la spiritualità non è disgiunta dal proprio corpo, né dalla natura o dalle realtà di questo mondo, ma piuttosto vive con esse e in esse, in comunione con tutto ciò che ci circonda» (n. 216).

b) In secondo luogo: l’ecologia è cosa nostra – res nostra agitur! La fede se non si pone nell’impegno concreto diviene individualisticamente vissuta a scapito degli altri; non possiamo permetterci, ancora, di “concepire” la vita di fede come una ricerca del bene che mi faccia andare in paradiso, dimenticando che, se non sono seriamente impegnato a far andare in paradiso anche il fratello che mi sta accanto, io, di certo, il paradiso, scusate la battuta, me lo posso scordare!

L’affermazione del documento conclusivo il Sinodo dell’Amazzonia, recentemente celebrato, che richiede che si riconosca il peccato relativo alle mancanze contro il creato, è di certo un indirizzo che non potrà che avere dei risvolti educativi importanti per far maturare, in coscienza, atteggiamenti e comportamenti figli di un’ecologia integrale. Ecco cosa afferma al n. 82: «Proponiamo di definire il peccato ecologico come azione o omissione contro Dio, contro gli altri, la comunità e l’ambiente. È un peccato contro le generazioni future e si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, trasgressioni contro i principi di interdipendenza e la rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr Catechismo della Chiesa cattolica, 340-344) e contro la virtù della giustizia» .

Ciò, sebbene già presente nella Laudato si’ con varie accezioni, indica il bisogno di far sì che la conversione arrivi ad una confessione delle proprie colpe in materia di ecologia e, di contro, la confessione si traduca in riparazione con una soddisfazione necessaria e corale . Sì, lo ribadiamo: visto che «già troppo a lungo – come afferma papa Francesco nella Laudato si’ – siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco» (n. 229).

La stessa riflessione teologica, come riflessione sul vissuto che si pone in ascolto del grido dei poveri, come papa Francesco chiede che sia, deve porsi dinanzi alla persona che agisce, preoccupandosi di far maturare, sempre più, quella coscienza etica, che ci faccia crescere in quel senso di fraternità che il nostro essere comunità credente – Chiesa di Cristo! – esige e contempla. Ben possiamo comprendere che non vi sono, in questo versante, specialisti del settore, bensì uomini e donne – noi – in cammino per un impegno, come lo chiama papa Francesco, che attenui gli effetti di un disastro, che ormai è iniziato, del nostro cosmo, ambiente, creato, e che ci vede tutti partecipi, tutti responsabili, tutti impegnati.

c) Ecco che in terzo luogo bisogna chiedersi: cosa sto facendo? Tutti noi, noi qui presenti, possiamo e dobbiamo iniziare, o continuare se già abbiamo iniziato, a fare, qualcosa in questo versante, preoccupandoci delle piccole cose e, secondo le nostre competenze e responsabilità, sollecitando le grandi cose, specie a livello sociale e politico, responsabilità, questa, che compete specie ai laici, come ci ricorderebbe il concilio nella Gaudium et spes, che ribadisce, proprio ai laici: si «assumano la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero» (n. 43).

Ciò, significativamente ci vedrà impegnati ad andare controcorrente per sanare quella nefasta costatazione di una ‘globalizzazione dell’indifferenza’ e, peggio, di quella ‘cultura dello scarto’ che è non solo dinanzi a noi ma, dentro di noi: nei nostri modi di pensare e dunque di agire. Dobbiamo sentirci tutti interpellati da queste salutari parole di denunzia di papa Francesco: «Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità… Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa (Evangelii gaudium, n. 53).

Espressioni da tener sempre dinanzi per un serio esame di coscienza che parta non da ciò che abbiamo fatto (pensieri, parole, opere), ma da ciò che dovevamo fare e che non abbiamo fatto (omissioni). Ed ancora: «Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete» (Evangelii gaudium, n. 54; cf. Laudato si’, nn. 203-209).

La responsabilità etica deriva dal grado di maturità della propria coscienza alla problematica, che è, in modo irrevocabile e perentorio per il nostro futuro prossimo, postaci dinanzi, oserei dire, con la brutalità dell’evidenza. Inoltre ciò è, inesorabilmente, vero, e, purtroppo, già denunziato da decenni, dai profeti che sanno leggere i segni dei tempi, interrogandoci con la prepotenza della verità. Come non ricordare, difatti, ciò che scriveva, e ben trenta anni orsono, un profeta dei nostri tempi, il teologo morale Bernard Häring, nel terzo volume della sua opera Liberi e fedeli in Cristo: «L’educazione ecologica può avere successo solo là dove il sapere o conoscenza in vista della salvezza è prevalente ed è capace di padroneggiare e integrare in sé il sapere in vista del dominio» . Espressioni eloquenti e chiare, un invito, suasivo e solenne, a metterci in cammino, a maturare lo scandalo del vangelo, cioè la forza di una annunzio/presenza che faccia prendere consapevolezza da una parte dei disastri che alimentiamo, e, convertendoci di cuore, invertendo la rotta, salvaguardare e custodire il creato per il nostro domani e quello di coloro che vengono dopo di noi.

Termino con delle frasi del Patriarca Bartolomeo I, tenace assertore, ormai da anni, della causa dell’ecologia integrale: «La creazione è un dono di Dio a tutta l’umanità. È nella creazione, alla quale partecipano gli esseri umani, che si attua la grazia salvifica di Dio per la salvezza del mondo. Così, siamo sempre stati particolarmente attaccati all’idea che la distruzione della natura sia innanzitutto una questione spirituale e un peccato. Ecco perché la risposta deve anche essere spirituale. Preghiamo per la creazione… La preghiera è essenziale, ma è solo un primo passo. I cristiani devono impegnarsi nello sviluppo di un’ecologia spirituale basata sul tema della conversione. Spesso sentiamo la questione della conversione quando parliamo, ad esempio, del sacramento della confessione. È la stessa cosa qui. Se la distruzione dell’ambiente è un peccato, non possiamo proteggerlo senza convertirci. Perché è dalla conversione dei cuori che verrà la consapevolezza della nostra responsabilità».

Marcello Badalamenti
Mercoledì della spiritualità 2019, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

Leggi qui gli altri commenti ai capitoli della Laudato si’

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