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Educazione e spiritualità ecologica

Lettura della Laudato si’, capitolo per capitolo, per capire la proposta di papa Francesco di una ecologia integrale. Capitolo VI.

Di fronte alla inequità planetaria, a cui l’enciclica dedica un notevole spazio nel primo capitolo (cf. nn. 48-52), con conseguenze ambientali probabilmente irreversibili e conseguenze sociali drammatiche in cui di fatto, «il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta» (n. 48), credo che nessuno di noi può restare indifferente. Nell’enciclica c’è l’invito ad uscire dall’indifferenza momentanea e soprattutto è presente la sollecitazione a fare un profondo cammino interiore che ci tenga svegli e capaci di assumerci la responsabilità nei riguardi degli altri e nei riguardi di tutto il creato.

1. «Appello a una profonda conversione interiore»

Nel capitolo sesto, che questa sera prendiamo in considerazione, è presente un invito esplicito alla “conversione ecologica” (cf. nn. 216-221). Viene messo in evidenza subito che essa suppone una più profonda conversione interiore. Viene detto esplicitamente al n. 217:

«Se “i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi”, la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore. Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le proprie abitudini e diventano incoerenti. Manca loro dunque una conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana».

In questo testo viene evidenziato che, se vogliamo fare una seria la conversione interiore, siamo chiamati a ritornare a guardare un Volto, il volto di Gesù, a lasciarci animare e plasmare da questo volto e, uscendo da una cornice mentale attraverso la quale leggiamo la vita e gli avvenimenti, coinvolti da questo Volto, ci poniamo in modo nuovo e creativo nelle relazioni con i fratelli e con tutte le creature.

2. Nel volto di Cristo si svela il mistero trinitario e la vocazione dell’uomo

Questa connotazione trinitaria è evidenziata da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’:

«Il Padre è la fonte ultima di tutto, fondamento amoroso e comunicativo di quanto esiste. Il Figlio, che lo riflette, e per mezzo del quale tutto è stato creato, si unì a questa terra quando prese forma nel seno di Maria. Lo Spirito, vincolo infinito d’amore, è intimamente presente nel cuore dell’universo animando e suscitando nuovi cammini. Il mondo è stato creato dalle tre Persone come unico principio divino, ma ognuna di loro realizza questa opera comune secondo la propria identità personale. Per questo, «quando contempliamo con ammirazione l’universo nella sua grandezza e bellezza, dobbiamo lodare tutta la Trinità» (n. 238).

In fondo qui ci viene detto che, per intraprendere una seria conversione ecologica e operare cambiamenti radicali nel nostro stile di vita, è determinante partire da uno sguardo contemplativo che viene dalla fede: «Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri» (n. 220). Si tratta di prendere consapevolezza che la nostra vita umana e spirituale non principia da noi e neppure a noi è finalizzata. Alla sua fonte e al suo supremo compimento sta Dio-Amore. Questo Dio-Agàpe è Padre-Figlio e Spirito Santo. Il messaggio cristiano ci svela una meravigliosa ed esaltante realtà che ci coinvolge personalmente. Il Dio che ci ha manifestato Gesù Cristo è un Dio la cui essenza è relazione gratuita, comunione, cioè la Trinità. La sua vita intima, eterna, ciò che lo costituisce Dio, è il suo essere in comunione. Questa affermazione è assolutamente vitale per noi. Si chiarisce ancora nell’enciclica:

«Per i cristiani, credere in un Dio unico che è comunione trinitaria porta a pensare che tutta la realtà contiene in sé un’impronta propriamente trinitaria. San Bonaventura arrivò ad affermare che l’essere umano, prima del peccato, poteva scoprire come ogni creatura «testimonia che Dio è trino». Il riflesso della Trinità si poteva riconoscere nella natura «quando né quel libro era oscuro per l’uomo, né l’occhio dell’uomo si era intorbidato». [170] Il santo francescano ci insegna che ogni creatura porta in sé una struttura propriamente trinitaria, così reale che potrebbe essere spontaneamente contemplata se lo sguardo dell’essere umano non fosse limitato, oscuro e fragile. In questo modo ci indica la sfida di provare a leggere la realtà in chiave trinitaria» (n. 239).

S. Bonaventura non si inventa questo, ma riprende ciò che Paolo evidenzia più volte. La memoria pasquale della Chiesa nascente ha riconosciuto la presenza della Trinità nell’atto stesso della Creazione: vari inni cristologici (Col 1,15-18; Ef 1,3-14; Gv 1,1-3) e diverse confessioni di fede (1Cor 8,6; Eb 1,1-4) attestano la convinzione profonda che il Dio operante negli eventi salvifici di Pasqua è anche il Dio della prima origine che ha dato e dà esistenza a tutte le cose. Tutta la Creazione è connotata, quindi, dalla presenza della Trinità. Ne deriva che l’uomo per realizzare la sua vocazione, è chiamato a vivere nella relazione gratuita non solo con gli altri uomini, ma con tutte le creature. Viene detto esplicitamente:

«Le Persone divine sono relazioni sussistenti, e il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente. Questo non solo ci invita ad ammirare i molteplici legami che esistono tra le creature, ma ci porta anche a scoprire una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti la persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione. Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità» (n. 240).

Non dunque nella chiusura di uno spirito sazio di sé (soggettivismo moderno), né nella statica solitudine di una sostanza incomunicabile (oggettivismo antico), l’uomo è persona-immagine di Dio, ma nell’apertura e reciprocità della comunicazione dell’amore, nell’essere con gli altri per edificare con loro il futuro e narrare nel tempo una storia nell’amore, che sia il riflesso meno infedele possibile della storia dell’amore eterno. E noi siamo chiamati a lasciarci coinvolgere da questo volto trinitario e a raccontarlo nella storia con lo stile di Cristo, sia nel rapporto con gli altri uomini, soprattutto i poveri, sia con tutto il creato. Ci dice l’enciclica:

«…Cristo ha assunto in sé questo mondo materiale e ora, risorto, dimora nell’intimo di ogni essere, circondandolo con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce. Come pure il riconoscere che Dio ha creato il mondo inscrivendo in esso un ordine e un dinamismo che l’essere umano non ha il diritto di ignorare. Quando leggiamo nel Vangelo che Gesù parla degli uccelli e dice che “nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio” (Lc 12,6), saremo capaci di maltrattarli e far loro del male? Invito tutti i cristiani a esplicitare questa dimensione della propria conversione, permettendo che la forza e la luce della grazia ricevuta si estendano anche alla relazione con le altre creature e con il mondo che li circonda, e susciti quella sublime fratellanza con tutto il creato che san Francesco d’Assisi visse in maniera così luminosa» (n. 221).

Gli altri non sono dunque il limite del proprio esistere (l’inferno sono gli altri: Sartre), ma, in quanto l’uomo è recettività essi sono la soglia dove comincia veramente ad esistere. Nel più profondo del suo essere creaturale… l’uomo ha bisogno dell’altro.

3. «Una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco»

Vocazione allora dell’uomo e di tutto il creato è vivere la relazione la comunione e in questo modo esprimere l’immagine trinitaria e relazionale che Dio ha impresso nel volto dell’uomo e di ogni opera creata, così esprime la sua vocazione alla salvezza e alla gloria. Ma, oggi in modo più evidente, gli incontri precedenti ce lo hanno mostrato, stiamo vivendo in modo sbagliato la relazione con gli altri uomini e con le componenti altre della creazione, non sapendo riconoscere l’opera vivificante dello Spirito santo che ci richiederebbe un rapporto di rispetto e di amore. Le creature sono per noi un oggetto neutro di consumo, oggetti che servono a soddisfare i nostri desideri, strumenti per il nostro benessere senza limiti e senza leggi. È urgente allora un processo educativo che ci aiuti a riscoprire, il senso vero della vita, la gioia del vivere insieme. L’enciclica ci offre delle piste:

«La spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo. È importante accogliere un antico insegnamento, presente in diverse tradizioni religiose, e anche nella Bibbia. Si tratta della convinzione che “meno è di più”. Infatti il costante cumulo di possibilità di consumare distrae il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. Al contrario, rendersi presenti serenamente davanti ad ogni realtà, per quanto piccola possa essere, ci apre molte più possibilità di comprensione e di realizzazione personale. La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco. È un ritorno alla semplicità che ci permette di fermarci a gustare le piccole cose, di ringraziare delle possibilità che offre la vita senza attaccarci a ciò che abbiamo né rattristarci per ciò che non possediamo. Questo richiede di evitare la dinamica del dominio e della mera accumulazione di piaceri» (n. 222).

Cosa è la sobrietà? A noi sembra una parola sconosciuta, fuori moda, ma essa indica una qualità della vita che ritorna più volte nella proposta paolina, e anche Pietro esorta: «Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5,8). I termini usati, nel greco biblico, per definire lo stato di sobrietà sono il sostantivo nêpsis e il verbo néphein, in contrapposizione a methÿein che indica lo stato di ebbrezza (e anche di sonnolenza). Nella letteratura dei padri del deserto, la sobrietà (nêpsis) è prima di tutto frutto della presenza di Dio, è un dono suo, un carisma, quindi più che meritata va implorata e accolta, è la via di ogni virtù, è anche chiamata hesychìa del cuore, ed ha come fine la carità. È, cioè, stato d’animo che consente di affrontare la vita con gli occhi pieni della luce di Dio.

Come dono che viene dall’alto, è realtà che tocca la coscienza personale. Come ogni dono va accolto e coltivato, «Solamente partendo dal coltivare solide virtù è possibile la donazione di sé in un impegno ecologico» (n. 211); e, perché porti frutto necessita di un’ascesi faticosa, la quale implica un costante controllo di sé e una diuturna vigilanza nei confronti delle pulsioni istintuali, nonché del desiderio di autoaffermazione, perciò delle dinamiche del possesso e del potere. La sobrietà, accolta e coltivata, fa emergere una nuova consapevolezza interiore che poi si rende visibile nelle scelte, nei comportamenti, nei gesti, nelle pratiche sociali, negli stili di vita. Si tratterà spesso di piccoli gesti che si inscrivono però in grandi orizzonti perché accompagnati da una coscienza politica e dalla consapevolezza di prendere parte ad una strategia piccolissima di cambiamento. L’enciclica sottolinea alcuni di questi gesti:

«È molto nobile assumere il compito di avere cura del creato con piccole azioni quotidiane, ed è meraviglioso che l’educazione sia capace di motivarle fino a dar forma ad uno stile di vita. L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili, e così via. Tutto ciò fa parte di una creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere umano. Riutilizzare qualcosa invece di disfarsene rapidamente, partendo da motivazioni profonde, può essere un atto di amore che esprime la nostra dignità» (n. 211).

Una seria educazione alla sobrietà rende l’uomo capace di scegliere liberamente, la sobrietà è luce che educa a dire di no alla dittatura del mercato, che procura morte, ed educa a sfidare la legge del conformismo, nella consapevolezza che, come scriveva R. Osho, «si possiede davvero solo ciò che si usa, altrimenti se ne è posseduti». Questa consapevolezza nuova è humus che educa all’autolimitazione dei propri bisogni, a saper distinguere tra esigenze fondamentali e quelle superflue, a valorizzare le potenzialità creative di ogni individuo arricchendone la vita in tutti i suoi aspetti, ad imparare ad accettare certi limiti, oltre i quali è opportuno non andare per il bene di tutti.

4. «Ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri»

a) Responsabili dei fratelli

Una mente sobria è una mente capace di respiro e di attenzione, libera e attenta alla vita degli altri. La sobrietà, quindi, non è passività, ma si rivela atto di responsabilità verso se stessi e verso gli altri. La sobrietà, infatti, praticata nel tempo strappa il credente, ma anche ogni uomo di buona volontà, dalla tentazione del disamore e del disimpegno nella vita e lo educa a vivere la tensione tra presente e futuro, cercando di essere fedele tanto al suo presente quanto al suo futuro. L’uomo educato alla sobrietà organizza la vita a livello collettivo e individuale con la preoccupazione di garantire a tutti, senza egoismi e senza sprechi, il soddisfacimento dei bisogni primari, fondamentali, e, come diceva Gandhi, si impegna a «vivere più semplicemente, così che anche gli altri possano semplicemente vivere». E tiene presente che ogni essere umano, al di là delle esigenze legate al corpo, ha anche esigenze spirituali, affettive, intellettive e sociali. Chi vive sobriamente impara a guardare il mondo, gli avvenimenti con lo sguardo dei poveri,

«In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di solidarietà che è allo stesso tempo consapevolezza di abitare una casa comune che Dio ci ha affidato. Queste azioni comunitarie, quando esprimono un amore che si dona, possono trasformarsi in intense esperienze spirituali (n. 232)».

Chi si educa a vivere sobriamente impara a condividere la sorte dei calpestati, dei crocifissi di oggi e, spartendo la sua vita con loro si fa attivamente critico verso le strutture, le leggi inventate da alcuni per defraudare altri uomini degli spazi di libertà. Illuminato da Cristo, chi vive in sobrietà, si lascia divorare per sfamare la fame dei poveri e si lascia spezzare l’esistenza per ridare speranza all’uomo a cui la vita è negata.

b) Responsabili del creato

Oggi ci sentiamo tutti minacciati da una emergenza cosmica dai segni inequivocabili. Sentiamo quasi risuonare le attualissime parole del profeta Geremia: «Io vi introdussi in una terra giardino che vi offriva i suoi prodotti e le sue delizie. Ma voi, una volta presone possesso, l’avete profanata e il mio dono l’avete reso un’abominazione» (Ger 2,7). Sale dalla natura una grande domanda di solidarietà che investe indubbiamente l’impegno personale privato e richiede:
– uno spirito di sobrietà nel consumare i doni della natura, l’acqua, le piante, gli animali, il suolo coltivabile;
– un grande rispetto per la natura, per i boschi, per l’ambiente di tutti, evitando di inquinare, riducendo o eliminando prodotti non degradabili dal nostro ménage quotidiano;
– utilizzando con discernimento prodotti chimici, che aumentano la quantità del prodotto, ma rischiano di trasformarsi in un boomerang.

Questa partita oggi è così importante che non si può più affidare solo all’intelligenza e alla buona volontà delle singole persone. È necessario che i cristiani, assieme agli uomini di buona volontà, si organizzino come custodi del creato per promuovere itinerari educativi che aiutino nell’opera di salvaguardia del creato. In questo orizzonte, la capacità di vivere il limite e in sobrietà oggi nei confronti delle tante possibilità, diventa una chiave del nostro benessere, non solo per noi ma per tutti, per il pianeta. L’arte del vivere richiede il senso della giusta misura, della moderazione, altrimenti non c’è sopravvivenza nella società. È bene ricordarlo, nell’era delle mille scelte, la capacità di mettere a fuoco le cose implica il potere di dire di no e diventa l’ingrediente importante per una vita più ricca. Come insegna S. Francesco, semplicità del vivere è la fonte della perfetta letizia.

Alberto Neglia
Mercoledì della spiritualità 2019, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

Leggi qui gli altri commenti ai capitoli della Laudato si’

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