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La radice umana della crisi ecologica

Lettura della Laudato si’, capitolo per capitolo, per capire la proposta di papa Francesco di una ecologia integrale. Capitolo III.

Nel capitolo terzo dell’enciclica Laudato si’ Papa Francesco analizza la radice umana della crisi ecologica riallacciandosi direttamente ad un’affermazione contenuta nel paragrafo 53: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli». Il pontefice promuove una coraggiosa rivoluzione culturale invitando a riflettere sulle contraddizioni insite nell’attuale modello di sviluppo economico e sociale.

1. La tecnologia, il progresso e la coscienza di un limite

Il Papa sottolinea e riconosce il valore del progresso scientifico e tecnologico, grazie al quale si sono conseguiti risultati eccezionali nell’ambito della medicina, dei trasporti, delle telecomunicazioni, capaci di offrire all’uomo un innegabile miglioramento della qualità della vita. Riprendendo le parole di Giovanni Paolo II, la scienza e la tecnologia vengono definite come un «prodotto meraviglioso della creatività umana che è un dono di Dio» (n. 102). Tuttavia – sottolinea il pontefice – non possiamo ignorare quanto finora tale progresso si sia basato sullo sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta e sullo sfruttamento del “capitale umano”. Significativa è l’espressione “debito ecologico” (n. 51) usata per sottolineare come lo sviluppo si sia basato sull’inequità planetaria con conseguenze ambientali probabilmente irreversibili e conseguenze sociali drammatiche: «Il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta… Gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera» (n. 48).

Tutto questo accade perché l’uomo moderno «non è stato educato al corretto uso della sua potenza» e, a differenza del passato, ha perso il controllo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene». All’inizio del capitolo terzo ricorre l’espressione “sviluppo sostenibile”, un concetto non certo nuovo, che anzi molti studiosi giudicano ormai superato, a cui tuttavia il Papa conferisce un rinnovato significato. Rappresenta in primis il radicamento dell’enciclica all’interno di un percorso scientifico, economico e politico che risale agli anni Settanta. L’attenzione a livello internazionale verso l’ambiente e i disastri ecologici globali, ha iniziato infatti a manifestarsi piuttosto tardi in occasione della conferenza ONU tenutasi a Stoccolma, il 16 giugno del 1972, dove i capi di 110 delegazioni hanno approvato la “Dichiarazione di Stoccolma sull’ambiente umano”. Questa Conferenza ha tracciato delle linee guida per i Governi degli Stati aderenti al fine di proteggere, razionalizzare e salvaguardare le risorse naturali a beneficio delle generazioni future.

Successivamente, la diffusione dell’idea di “Sviluppo Sostenibile” è avvenuta con il “Rapporto Bruntland”, elaborato nel 1987 dalla Word Commission on Environment and Development (WCED) dell’ONU, all’interno del quale si affermava che: «per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri». Si metteva cioè in luce l’esigenza di un cambiamento della visione del rapporto tra attività economica e mondo naturale, sostituendo il modello economico dell’espansione quantitativa (crescita) con quello del miglioramento qualitativo (sviluppo) come chiave per il progresso futuro.

Nel giugno del 1992, nella Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro, i paesi partecipanti diedero vita a 5 basilari documenti volti a definire i diritti, le responsabilità e i doveri universali delle nazioni in campo ambientale. In quell’occasione si stilò l’Agenda 21, un vero e proprio programma d’azione all’interno del quale si declinarono specifici obiettivi che tutti gli Stati avrebbero dovuto perseguire fino al XXI secolo. Grande rilievo ebbe anche la conferenza di Kyoto del 1997 e il successivo protocollo entrato ufficialmente in vigore nel 2005, in cui si stabilì una riduzione del 5% delle emissioni di gas serra da conseguire entro il 2012. Tale percorso, tra alti e bassi, è giunto fino a giorni nostri trovando un momento significativo nell’Accordo di Parigi, sottoscritto il 12 dicembre del 2015 da 196 Stati.

2. Il paradigma tecnocratico

Il Papa riconosce il valore del percorso fin qui intrapreso, ma sottolinea che il fallimento dei vertici mondiali sull’ambiente è stato determinato dal fatto che la politica è stata sottomessa alla tecnologia e alla finanza.
Nel capitolo III dell’enciclica al centro dell’analisi vi è infatti “il paradigma tecnocratico”, quello che ha imposto un certo modello di sviluppo e di consumo, basato sul dominio dell’economia finanziaria sull’economia reale e sulla “ecologia umana”. Si tratta di un paradigma omogeneo e unidimensionale in cui risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e possiede l’oggetto che si trova all’esterno (cf. n. 106).

A differenza del passato, in cui l’uomo accompagnava e assecondava le possibilità offerte dalle cose stesse, oggi l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi la mano, diventando invece contendenti (cf. n. 106). Da qui il mito della crescita illimitata e la menzogna circa la disponibilità infinita delle risorse del pianeta. La parola chiave infatti è “dominio”, un dominio impressionante di pochi detentori della conoscenza e del potere economico sull’insieme del genere umano. Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio potere anche sull’economia e sulla politica determinando il prevalere delle logiche basate sul profitto e sugli interessi particolari. Sono proprio le logiche di dominio tecnocratico che portano a distruggere la natura e a sfruttare le persone e le popolazioni più deboli. Il rischio è che «le nuove forme di potere derivate da paradigma tecno-economico finiscano per distruggere anche la libertà e la giustizia» (n. 53).

Il primo passo pertanto è riconoscere che “la scienza e la tecnologia non sono neutrali” e che pertanto vanno inserite all’interno di un orizzonte di senso, di un’etica solida capace di orientare e dare un valore alle scelte dell’uomo. A questo proposito – afferma il Papa – è necessario superare la frammentazione del sapere, che offre soluzioni momentanee e parziali, per ricercare un approccio olistico che tenga conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle diverse aree del sapere, comprese la filosofia e l’etica sociale.

Papa Francesco ci parla di una cultura ecologica integrale e invita a contrastare l’avanzare del paradigma tecnocratico opponendo un nuovo paradigma, basato sulla centralità dell’uomo, della sua dignità, della sua libertà: La libertà umana può limitare, orientare la tecnica, «metterla al servizio di un altro tipo di progresso più sano, più umano, più sociale» (n. 112). Significativo il fatto che il Pontefice indichi alcune occasioni concrete in cui questo è già visibile, anche se in scala ridotta, ad esempio nei gruppi di produttori che optano per sistemi di produzione meno inquinanti sostenendo modelli di vita, di felicità, di convivialità non consumistici. Oppure quando fa riferimento all’utilizzo della tecnica per migliorare le condizioni di vita di chi soffre.

3. Verso una nuova antropologia

Secondo il Pontefice una coscienza ecologica integrale non potrà affermarsi se prima non verrà riconsiderato il concetto di antropocentrismo. A questo proposito, sottolinea che l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di “amministratore responsabile”. Papa Francesco conduce una critica lucida e aspra contro l’antropocentrismo deviato, cioè quell’antropocentrismo basato sul senso di onnipotenza e che non tiene conto del fatto che l’uomo non è separato dalla realtà, dalla natura, dal mondo in cui è inserito. Un antropocentrismo deviato dà luogo a uno stile di vita deviato e al relativismo pratico tipico della nostra epoca che misura tutto sulla base di interessi personali e contingenti.

Proprio da questa cultura del relativismo – afferma – deriva la logica che porta a sfruttare i bambini, ad abbandonare gli anziani, a ridurre altri in schiavitù, a sopravvalutare la capacità del mercato di autoregolarsi, a praticare la tratta di esseri umani, il commercio di pelli di animali in via di estinzione e di “diamanti insanguinati”. È la stessa logica di molte mafie, dei trafficanti di organi, del narcotraffico, è la logica “usa e getta” che produce tanti rifiuti solo per il desiderio smodato di consumare più di quello di cui si ha realmente bisogno. È di fondamentale importanza – sostiene Bergoglio – comprendere che «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale». Bisogna comprendere che “Tutto è connesso” e che il rapporto uomo-mondo deve basarsi su altri e alti valori umani quali la conoscenza, la volontà, la libertà e la responsabilità.

Può forse in questa sede essere utile ricordare che l’etica della responsabilità è al centro di un celebre saggio del filosofo tedesco Hans Jonas, intitolato “Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”. Alla fine degli anni ’70 Jonas, partendo dalla constatazione che l’uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per lui, pose il problema non solo della sopravvivenza, ma anche dell’unità della specie e della dignità della sua esistenza. Tra il “principio di speranza” di Ernst Bloch e il “principio di disperazione” di Gunther Anders, Jonas proponeva il principio di responsabilità, della responsabilità nei confronti di chi è presente e di chi verrà dopo di noi; il filosofo sottolinea come esista un dovere dell’umanità a esserci che non va confuso con i dovere di esistere del singolo, un dovere verso l’esistenza deve essere una priorità in tutti i campi della vita umana. Il fatto che la riflessione di Jonas risulti attuale significa che la meta è ancora lontana, che i progressi e i rimedi sono stati finora troppo lenti e insufficienti.

4. L’etica del lavoro

Un altro passaggio importante presente nel III capitolo dell’enciclica è quello che riguarda la difesa del lavoro. Il Papa pone l’accento, ancora una volta, sul fattore economico, sottolineando questa volta la necessità di ripensare e valorizzare il ruolo del lavoro nella nostra società. È prioritario ridare al lavoro la dignità e la centralità che merita perché è nell’ambito lavorativo che avviene lo sviluppo multiforme della persona. In esso si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Per questo bisogna acquisire la consapevolezza che «i costi umani sono anche costi economici» (n. 128) e viceversa. «Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società» (n. 128).

Il Papa ritiene indispensabile promuovere un’economia che offra occupazione attraverso la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. Vi è una denuncia del liberismo sfrenato che di fatto riduce l’accesso al lavoro e impedisce ai più di beneficiare delle risorse. Vi è un appello alla politica, affinché contenga lo strapotere di coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. Contenere e limitare non significa frenare la creatività umana, che è un dono speciale dato da Dio, ma saper valutare e riconsiderare gli obiettivi, i fini, gli effetti, i limiti etici dell’attività umana.

Il papa cita questioni aperte e dibattute come quella sugli OGM, ammette che vi possano essere dei benefici nel loro utilizzo, tuttavia evidenzia i problemi relativi alla concentrazione di terre produttive nelle mani di pochi, e quelli legati alla compromissione di delicati ecosistemi. Questo è solo un esempio delle questioni che richiedono un approccio multiprospettico. A questo proposito si rende necessario avviare «un dibattito scientifico e sociale che sia responsabile e ampio, in grado di considerare tutta l’informazione disponibile e che coinvolga tutti gli attori in campo in un prospettiva ampia, democratica ed etica. La liberazione dal paradigma tecnocratico si avrà realmente quando la tecnica sarà orientata prioritariamente a risolvere i problemi concreti degli altri e aiuterà gli uomini a vivere con più dignità e meno sofferenze (cf. n. 112). Facciamo nostro l’invito a riscoprire quell’«autentica umanità» che finora «sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica quasi impercettibilmente» (n. 112), a ricostruire pazientemente un orizzonte etico condiviso in cui ridare centralità alla persona umana e ai suoi bisogni.

5. Riflessioni conclusive

Nel terzo capitolo dell’enciclica Laudato si’ è contenuto, a mio giudizio, un messaggio importante, in grado di offrire un significativo contributo al dibattito sulle questioni ambientali e sulle loro implicazioni economiche, politiche ed etiche. Papa Bergoglio chiama in causa, senza mezzi termini, quei poteri cosiddetti “forti” che dominano i settori cruciali della politica e della finanza.
Ho cercato di interrogarmi su quali risposte finora siano pervenute dal mondo politico-finanziario rispetto alle questioni sollevate dal Santo Padre nel 2015. Mi sono chiesta soprattutto che spazio possano avere le istanze di equità e di giustizia sociale nei tempi attuali dominati da sovranismi, populismi e neonazionalismi.

a) Le risposte che ho trovato, inutile nasconderlo, non sono confortanti.

I capi di governo attuali, in primis quelli delle potenze più avanzate tecnologicamente, non sembrano intenzionati ad affrontare le sfide in questione. Basti pensare a Donald Trump che ha dichiarato che non esiste un’emergenza climatica e ha ridotto al minimo l’impegno del governo statunitense per contrastarla, abrogando buona parte delle leggi che prevedevano la riduzione delle emissioni inquinanti da parte dei veicoli e la chiusura delle centrali a carbone più inquinanti. Trump è intervenuto in extremis all’ultima Conferenza Onu sul clima, abbandonando i lavori in anticipo e senza rilasciare alcuna dichiarazione ufficiale. Di fatto, gli stati Uniti hanno disatteso l’Accordo di Parigi e mancheranno buona parte degli obiettivi perseguiti.

Altrettanto preoccupanti, parlando di dominio tecnocratico, sono le risultanze delle inchieste che rivelano come sempre più spesso il mondo dei social media e dell’informazione sia manipolato e piegato ai fini della propaganda politica. Basti pensare alla recente inchiesta di Report sui presunti finanziamenti russi alla Lega di Matteo Salvini. Sarebbe sbagliato, tuttavia, lasciarsi andare al facile pessimismo. È chiaro che si rende necessaria una risposta da parte delle istituzioni democratiche e soprattutto degli organismi sovranazionali. In questo la lettera pastorale del Papa funge da sprone anche per rinnovare con maggior forza quegli impegni assunti all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.

b) Alcuni segnali positivi sono giunti dall’Unione Europea e mi piace pensare che ciò sia dovuto anche al profondo retaggio culturale che fa del vecchio continente una culla di civiltà.

Negli ultimi tempi ha cominciato a diffondersi sempre più l’uso del termine “finanza sostenibile”, per identificare il processo che porta, nell’adozione di decisioni di investimento, a tenere in considerazione i fattori ambientali e sociali, con l’obiettivo di orientare gli investimenti verso attività sostenibili e di lungo periodo. Nel marzo 2018 è stato presentato il “Piano d’azione della Commissione europea per finanziare la crescita sostenibile” con lo scopo di collegare il mondo della finanza alle esigenze specifiche dell’economia per apportare benefici alla nostra società e al nostro pianeta, proseguendo il percorso già intrapreso con l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, all’interno del quale l’Unione europea ha stabilito l’obiettivo di ridurre entro il 2030 del 40% le emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 2005. il Piano d’azione mira a riorientare i flussi di capitali verso investimenti sostenibili al fine di realizzare una crescita sostenibile e inclusiva; gestire i rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici, dall’esaurimento delle risorse, dal degrado ambientale e dalle questioni sociali e promuovere la trasparenza e la visione di lungo termine nelle attività economico-finanziarie.

A questo proposito, ritengo opportuno, in conclusione, citare anche un saggio intitolato “Apripista” appena pubblicato negli Sati Uniti da Marc Benioff, un miliardario fondatore e capo di Salesforce, azienda di software per le imprese oggi leader nel settore. Egli sostiene la necessità di riformare il capitalismo concentrato solo sul profitto e sull’interesse degli azionisti in direzione di un equocapitalismo. A suo giudizio, con l’aumento delle diseguaglianze e delle tensioni sociali “fare del bene” non deve essere più considerato come un obiettivo filantropico lasciato alla buona volontà discrezionale delle industrie, ma deve essere un ingrediente essenziale per la tenuta del sistema democratico di mercato e per lo stesso successo delle imprese. È convinto che la natura del business stia cambiando, con i mercati che premiano anche in borsa chi fa del bene ed è socialmente responsabile.

Benioff ha dimostrato questa teoria con i fatti. Già 20 anni fa aveva inserito nella sua cultura aziendale il give back (restituire alla società) con la formula del destinare l’1% dei profitti ad attività caritatevoli. L’anno scorso ha sostenuto nella città di S. Francisco il referendum per introdurre una tassa sulle imprese ad alta tecnologia da devolvere a favore dei senzatetto. La proposta ha avuto successo e attualmente la Salesforce è il primo contribuente della nuova tassa. In generale, la crescita esponenziale dell’azienda di Benioff negli ultimi 15 anni testimonia che l’impegno sociale non è incompatibile con la redditività. Durante il Social Forum di Davos, Benioff ha sostenuto che i governi debbano intervenire per regolare il settore, affinché tutte le industrie siano trasparenti e costruiscano un rapporto di fiducia con gli utenti. Ed è significativo il fatto che lui sottolinei come questo sia necessario per evitare la crisi del sistema democratico. Il caso Benioff non è isolato ed è emblematico del fatto che altre strade di sviluppo sono percorribili.

Alla luce di quanto detto, risulta evidente che le parole del Pontefice possono rappresentare oggi un autentico faro nella notte, capace di guidare gli uomini verso la formazione di una nuova coscienza ecologica condivisa, in grado di garantire la sopravvivenza del genere umano nelle migliori condizioni possibili, attraverso un tipo di progresso più sano, più sociale, più integrale.

Raffaella Campo
Mercoledì della spiritualità 2019, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

Leggi qui gli altri commenti ai capitoli della Laudato si’

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