Oltre 1.200 persone si sono riunite a Guadalajara per il secondo Dialogo nazionale per la Pace, iniziativa promossa dalla Conferenza episcopale messicana insieme alla Compagnia di Gesù e agli istituti religiosi. L’incontro ha rappresentato un segno concreto dell’impegno ecclesiale e civile di fronte a un Paese segnato da violenza, ingiustizia e sofferenza diffusa, ponendo al centro le vittime e il loro bisogno di verità, giustizia e
riconciliazione.
Svoltosi dal 30 gennaio al 1° febbraio presso l’Università gesuita Iteso, il Dialogo ha coinvolto rappresentanti della Chiesa, della società civile, del mondo accademico, politico ed economico. L’obiettivo condiviso è stato quello di costruire percorsi comuni capaci di ricostruire il tessuto sociale ferito e promuovere una cultura della pace radicata nei territori.
Il movimento nasce nel 2022, dopo l’uccisione di due gesuiti e di un laico nello Stato di Chihuahua, evento che ha scosso profondamente la coscienza ecclesiale e nazionale. Da allora, il Dialogo ha promosso forum e iniziative locali, favorendo l’ascolto delle vittime – in particolare dei familiari delle persone scomparse – e il confronto tra comunità, istituzioni e operatori pastorali.
Tra i temi affrontati a Guadalajara: il rafforzamento delle istituzioni locali, la riforma del sistema carcerario, il coinvolgimento dei giovani per sottrarli alla criminalità e la diffusione di buone pratiche, come i programmi di sostegno psicologico nelle aree più colpite dalla violenza.
Il Manifesto per la Pace, documento conclusivo dell’incontro, ribadisce che non può esistere pace senza verità e giustizia. La pace viene indicata come frutto di un cammino
comunitario fondato sull’ascolto, sulla responsabilità condivisa e sulla conversione personale e sociale, anche di fronte all’indifferenza e alle complicità che alimentano la
violenza. Elemento centrale del percorso resta il ruolo delle vittime: senza la cura delle loro ferite non è possibile una nuova convivenza. Il Dialogo viene così presentato non come una semplice serie di eventi, ma come un processo educativo e profetico, capace di formare la coscienza sociale ed ecclesiale e di generare speranza. In un contesto segnato da dolore e paura, la Chiesa in Messico continua a indicare che la violenza non è l’ultima parola e che, anche nei territori più feriti, possono germogliare autentici semi di pace.
tratto da Avvenire