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Natale e le tre nascite di Cristo

La memoria della nascita di Gesù Bambino in una stalla di Betlemme non è l’unica venuta del Signore che va celebrata.

Natale si avvicina e la memoria della venuta di Gesù sta per essere celebrata. Ma questa non è l’unica nascita che va ricordata in questo tempo dell’anno: ce ne sono altre due, come ricorda Enzo Bianchi. Quella del Bambino che viene al mondo in una stalla di Betlemme è la più sentita, ma per un buon fedele non deve assolutamente essere l’unica su cui pregare. Certo, la «parola fatta carne» (cf. Gv 1,14) è il momento d’inizio di una nuova storia (cf. Mt 1-2, Lc 1-2). Questo evento si compie nell’umiltà, senza l’attenzione dei potenti come re Erode e degli uomini del culto e della legge, ma con quella dei pastori e dei poveri ai quali Dio dà l’annuncio della nascita del Messia.

Questa venuta è indissolubilmente legata a quella gloriosa di Cristo alla fine dei tempi, quando «verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine». L’Avvento insiste su questa parusia, la manifestazione di Gesù quale Signore di tutta la creazione, e ci chiede di essere sempre pronti ad accoglierla. Ciò è fondamentale da ricordare anche a Natale, perché se Cristo non tornasse quale giudice e instauratore definitivo del Regno, allora vana sarebbe la sua venuta e la nostra fede.

La terza nascita è quella che ogni cristiano deve vivere: la venuta di Gesù nel proprio cuore, nella propria vita. Il fedele deve ricordarsi ogni giorno che il suo corpo è chiamato a essere dimora di Dio: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). La nascita del Signore in noi va sempre rinnovata, in modo che la Sua vita sia innestata nella nostra. Per questo occorre prepararsi ad accoglierLo, essere pronti e in attesa.

Fin dai tempi degli antichi padri d’oriente e d’occidente, la tradizione della chiesa cattolica ha meditato su queste tre nascite o venute del Signore. Sulla base di esse, i sacramentari gelasiano e gregoriano introdussero le tre messe di Natale: notte, aurora e giorno. Poi, soprattutto i padri cistercensi del XII secolo pensarono al mistero del Natale come giorno delle tre nascite di Cristo. Bernardo di Clairvaux per primo le distingue, medita e commenta (Discorsi sull’Avvento V,1).

«Conosciamo una triplice venuta del Signore. Una venuta nascosta si colloca infatti tra le altre due, che sono manifeste. Nella prima il Verbo “è apparso sulla terra e ha vissuto tra gli uomini” (Bar 3,38). Nell’ultima venuta “ogni carne vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6) e “volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19, 37; cf. Zc 12,10). La venuta intermedia è invece nascosta. Nella prima venuta, dunque, “venne nella carne” (1Gv 4,2) e nella debolezza, in questa intermedia viene “in Spirito e potenza” (Lc 1,17), nell’ultima “verrà nella gloria” (Lc 9,26) e nella maestà. Quindi questa venuta intermedia è, per così dire, una via che unisce la prima all’ultima: nella prima “Cristo” fu “nostra redenzione” (1Cor 1,30), nell’ultima “si manifesterà come nostra vita” (Col 3,4), in questa è nostro riposo e nostra consolazione.»

A Natale, quindi, il cristiano ricorda la nascita del Signore a Betlemme, attende la Sua venuta nella gloria e accoglie la Sua nascita in sé. Angelo Silesio, mistico del Seicento, affermava: «Nascesse mille volte Gesù a Betlemme, se non nasce in te, tutto è inutile».

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