Nella gratuità del dono la vera grandezza dell’uomo

Negli inferi della storia sono emersi testimoni di speranza e il confronto delle loro esperienze aiuta a capire l’attualità. Parte 3

1. Brevi cenni biografici

Una premessa. In altre recenti occasioni, in questa sede, è stata esposta in maniera esaustiva la biografia di p. Titus e, in particolare, la detenzione nel carcere e nel campo di concentramento nazisti. Per cui rimando alla lettura di quelle relazioni. Qui mi limito solo ad alcuni cenni. P. Titus è nato in Olanda nel 1881 ed è entrato tra i Carmelitani nel 1898. È stato ordinato presbitero nel 1905, mentre dal 1906 al 1909 è stato mandato a Roma per studiare filosofia presso l’Università Gregoriana, ove ha conseguito il dottorato. Mentre si trovava a Roma ha potuto frequentare dei corsi di sociologia al Collegio Leoniano. Rientrato in Olanda ha insegnato filosofia, prima nello studentato carmelitano e più tardi nel 1923 presso l’Università Cattolica di Nimega. Venne arrestato il 19 gennaio 1942 e deportato nel lager di Dachau, dove venne ucciso il 26 luglio 1942 con un’iniezione di acido fenico. È stato proclamato beato nel 1985 ed il 15 maggio 2022 è stato dichiarato santo.

2. L’ascesa del nazismo e del fascismo e l’esaltazione della forza come motore della storia

P. Titus si ritrovò a vivere in un contesto di grande insicurezza, che costituì, di fatto, l’humus fecondo in cui si fecero strada sia il fascismo che il nazional-socialismo, raccogliendo la rabbia delle folle ed indirizzandole verso un nemico, che man mano si precisò sempre meglio nella figura dell’ebreo, il quale assommava in sé molteplici aspetti: era l’eterno diverso, ed era visto, anche, come la personificazione della finanza che strangola. L’esaltazione della forza, da parte di questi movimenti, costituiva per le folle la rassicurazione più eloquente per mettere a tacere le proprie paure ed il proprio senso di insicurezza. La scommessa fascista e quella nazional-socialista fu quella di uscire dall’ideologia liberista per fare spazio a uno statalismo organico, che desse alla popolazione la sensazione di appartenere ad una comunità di uguali. In questi movimenti la violenza fisica non fu vista soltanto come uno strumento per conquistare il potere, ma essa fu concepita come un elemento strutturale in riferimento alla propria identità di popolo. Si afferma in essi una visione totalitaria dello Stato, dove ciascun cittadino acquista valore e dignità in quanto appartiene a questo corpo-nazione.

In questo senso si può parlare di bio-politica, perché il compito di chi detiene il potere è quello di prendersi cura della totalità del corpo sociale, affinché questo realizzi in pienezza la sua vocazione di un popolo forte e guerriero. Dentro queste coordinate la devianza è vista come una stortura da raddrizzare o in casi di resistenza come qualcosa da eliminare, per non infettare il corpo sociale. L’Olanda di p. Titus non fu estranea a questi movimenti, anche se in modo molto attenuato. Già prima dell’invasione avvenuta nel 1940 era attivo nel paese lo NBS, un partito di ispirazione nazionalsocialista, e dopo l’arrivo dalla Germania di un folto gruppo di ebrei, che erano stati costretti a lasciare quel paese, si fece strada un certo disagio per i nuovi arrivati, perché tanti avevano la sensazione che l’Olanda fosse già piena di immigrati. Nella sua attività di professore universitario e di conferenziere p. Titus ebbe modo di cogliere fin dal suo sorgere la perversità dell’ideologia nazista. Nell’ambito universitario egli si preoccupò di tenere un corso di approfondimento su questo tema, dando ascolto alla Congregazione vaticana degli studi, che chiedeva una maggiore attenzione su queste eresie moderne, che negavano lo stesso principio di umanità. Del resto non bisogna dimenticare che nel febbraio 1934 la Congregazione del Sant’Ufficio metteva all’Indice il libro di A. Rosemberg: Il mito del XX secolo.

In un discorso tenuto il 16 luglio 1939 p. Titus attaccò in modo aperto la tentazione di accogliere come novità i nuovi principi veicolati dal nazismo, definendo questo movimento come vero e proprio nuovo paganesimo, che poteva costituire una minaccia ben più grave del vecchio paganesimo, che si trovarono ad affrontare i missionari dei primi secoli del cristianesimo. «Nella nuova versione – diceva p. Titus – l’amore è condannato e chiamato debolezza; solo lo sforzo personale e la forza fisica prevarrebbero. È detto che “la cristianità, con la sua professione di amore, ha fatto i suoi giorni e deve essere rimpiazzata dall’ancestrale potenza germanica”». Egli era ben convinto che questa ondata di paganesimo aveva i giorni contati e che «alla fine i nuovi pagani dovrebbero di nuovo dire: “Guarda come si amano l’un l’altro”. Solo allora vinceremo il mondo». Questo impegno a contrastare l’avanzata del nazismo, bollato come neo-paganesimo, p. Titus lo portò avanti sia nell’ambito culturale tra lezioni universitarie e conferenze, sia sul piano operativo, in quanto responsabile della pastorale dell’informazione e delle scuole cattoliche.

3. La conferenza su “Eroismo” tenuta da p. Titus a Groningen a un gruppo di studenti cattolici

P. Titus, come ho accennato, nel suo corso di filosofia non ha mancato di approfondire l’ideologia nazista, ma sembra che delle sue lezioni non sia rimasta traccia alcuna. Non potendo avere la possibilità di conoscere per esteso il suo pensiero sul movimento nazional-socialista, mi è sembrato opportuno fermarmi su una conferenza, avente come tema l’eroismo, che egli tenne a degli studenti nella città olandese di Groningen e che, a mio parere, ci permette di cogliere sia il suo pensiero sul nazismo, ma anche la sua visione dell’uomo e della sua vera grandezza. Nel rivolgersi a questi giovani studenti cattolici p. Titus sente la responsabilità di doverli aiutare a saper sviluppare un pensiero critico nei confronti di una certa opinione pubblica, che spesso si presenta come il frutto di slogan o di attese confuse e senza riferimento a valori veramente umani. Egli apre il suo discorso facendo riferimento a queste attese della gente, che si aspetta di poter acclamare la grandezza di uomini forti, capaci di grandi imprese. Tutto questo avviene, perché la realtà quotidiana sembra non lasciare spazio alla speranza. Dice p. Titus: «noi viviamo in un’era di grande declino, in un’era di debolezza, di incoscienza, dove i nostri principi sono sotto attacco».

Se la realtà si presenta nella sua pesantezza e complessità, è facile, allora, alimentare nella gente il culto degli eroi, di uomini, che si sono fatti da sé e che sono stati pronti a mettere in gioco la propria vita, pur di raggiungere il loro obiettivo, che potesse dar loro fama, gloria e ricchezza. Bisogna riconoscere, però, che il culto degli eroi non è solo un fenomeno moderno, ma che risale molto indietro nel tempo. Dice p. Titus: «In altre epoche si ebbe una speciale venerazione per gli eroi, ma mai fu fatta una tale forzatura alla nozione di eroismo come ai nostri giorni. Eroismo non significa ergersi al di sopra delle masse al fine di provocare in esse una forte impressione».

Il fatto che la gente si attenda il sopraggiungere di uomini forti, costituisce un chiaro sintomo della voglia di delegare ad altri ogni propria responsabilità, pur di uscire dal pantano, in cui ci si dibatte. È proprio questa tendenza alla delega ad alimentare quella propensione a vedere eroi un po’ ovunque, «e così – dice p. Titus – quelli che sfidano qualsiasi cosa sono chiamati eroi». Egli non mette in discussione il fatto che alcune persone possano essere onorate come “eroi”, ma è da ben comprendere a chi vogliamo attribuire il titolo di eroe: «Se qualcuno affronta il fuoco per amore di qualcun altro per poterlo salvare e lo fa ovviamente mettendo a rischio la propria vita, come fece S. Giovanni di Dio, allora, sì, noi chiamiamo una tale persona un eroe. […] Noi ci aspettiamo da parte di un eroe che combatta per una giusta causa, che faccia di più di un comune sacrificio e che mostri un coraggio più dell’ordinario».

Da queste brevi considerazioni sul concetto di eroismo emergono chiaramente le tre note, che servono a riconoscere la grandezza della persona: 1) combattere per una giusta causa, 2) pronta disponibilità al sacrificio di sé, 3) mostrare un grande coraggio. Tutto questo può essere racchiuso, dice p. Titus, in una sola parola, “amore nobile”, e continua spiegando il perché di questa definizione: «Aggiungo l’attributo di nobile, perché la comprensione del termine “amore”, specialmente nel nostro tempo, è sfortunatamente riduttivo e disordinato, tanto che il coinvolgimento in questo genere di amore, pur unito a coraggio e sacrificio, non fa di qualcuno un eroe».

È vero che una forte personalità porta con sé una grande carica passionale, ma le passioni non ben orientate possono portarci non verso il bene, ma verso il male. P. Titus porta l’esempio di Lenin e di Stalin, che nella loro azione politica sono certamente mossi da un forte interesse per le classi subalterne, ma essi non hanno titubanze nel fare proprio il programma di Yaroslawski: «Se c’è da sacrificare 10 milioni di persone per la vittoria di una classe, non esiteremo a farlo». Questo è il commento amaro di p. Titus: «Essi possono incoraggiare l’amore verso una classe repressa ed uno può riconoscere il loro coraggio nel testimoniare un tale amore, tuttavia nelle nostre orecchie la voce dell’odio zittisce la voce dell’amore e ciò che ai nostri occhi potrebbe apparire come un eroismo celestiale, di fatto esso si colloca in una sfera demoniaca».

Con questo riferimento a questi due grandi della rivoluzione russa egli vuole mettere in guardia quanti lo stanno ascoltando a non dar credito, sull’onda delle emozioni del momento, a chiunque si presenti con l’alone dell’uomo forte o dell’uomo della provvidenza. Per questo egli si sente di dover dire: «Così nei nostri giorni più che in altri tempi noi siamo nel pericolo di essere ingannati attraverso le apparenze. Mentre aneliamo ad avere forti personalità e ci aspettiamo fatti potenti, noi corriamo il pericolo di unirci al coro di quelli che hanno la vista corta e che restano impressionati da persone, che consideriamo eroi a motivo della loro condotta, ma senza domandarci se gli ideali per cui essi combattono giustificherebbero una tale venerazione».

4. Il pervertimento dell’etica nell’ideologia nazi-fascista

P. Titus nel corso del suo insegnamento e nei suoi contatti con il mondo dell’informazione ha potuto constatare come l’ideologia nazista di Hitler, con la sua diabolica esaltazione della forza, provochi una certa fascinazione nelle menti di alcuni olandesi, per questo rivolgendosi a questi studenti avverte il bisogno di metterli in guardia sull’etica proposta dal nazismo, così ammantata di razionalismo, ma che di fatto è una negazione del valore e della dignità di ogni persona umana. In fondo questa ideologia presuppone una diversa visione dell’uomo e del suo compito da svolgere nel corso della storia e tutto questo in un voluto superamento ed in netto contrasto con la visione cristiana, quale emerge dalle pagine della Scrittura Santa e che fa dell’amore il cuore dell’agire dell’uomo. Così p. Titus sente di dover far presente per sommi capi a questo gruppo di studenti quali siano i presupposti filosofici, che conducono il partito nazi-fascista a conclusioni aberranti:

«Il sistema sottolinea che non è il nostro intelletto ed il ragionamento logico che ci insegnano la verità, ma al contrario la natura rompe i discutibili vincoli del dogmatismo e della tradizione e la voce che parla dentro di essa va ascoltata senza l’assistenza di questi vincoli. La natura rende questa voce altamente udibile anche dagli altri. La Natura porta in sé la verità, per cui va detto che come la natura deriva da Dio, così similmente la voce che riverbera da essa proviene da Dio. La Natura in se stessa dà vita alla verità e la esplicita nelle azioni. Essa stessa la fa sentire e la fa conoscere. Essa ha una missione divina, come divina è la sua origine. La natura intera è da comprendersi come un’emanazione della divinità, una ricca e molteplice emanazione secondo le razze ed i popoli della terra. Del resto come una stella è differente dall’altra in ordine alla luce ed alla chiarezza, così una razza è più nobile e più pura di un’altra. Quanta più luce una razza porta in sé e quanto più questa luce la rende splendente, tanto più grande è il compito di irradiare questa luce e di farla risplendere nel mondo intero. Questa razza può fare tutto ciò soltanto se è totalmente se stessa ed esclude ogni elemento estraneo e quando è libera da ogni macchia. Da qui il culto della razza e del sangue, la venerazione degli eroi del proprio popolo e l’invocazione per uomini che sappiano rinnovare la gloria dell’antico stemma.

Il sistema porta così ad ignorare il Dio di tutto il mondo e si limita a venerare il dio del proprio popolo, perché Dio sarebbe vivo in modo particolare per il proprio popolo e ad esso si rivelerebbe. Ogni popolo parteciperebbe dell’essere di Dio ed esso, questo “essere”, deve farlo risplendere secondo le proprie caratteristiche e le proprie doti. Un altro popolo potrebbe avere la stessa vocazione, ma ogni popolo deve solo trattare con se stesso ed essere se stesso, per come è venuto da Dio. Questa è la sua gloria ed il suo potere. Esso non dovrebbe chiedersi cosa stia facendo un altro popolo per poter essere autentico, ma dovrebbe limitarsi soltanto ad assicurarsi che esso risplenda il più luminosamente possibile. Per far questo non sono necessarie le parole, ma i fatti. Ognuno deve vivere ed esprimere una tale vita. Un principio fortemente errato può portare fatalmente fuori strada! Non è forse un peccato che tanto entusiasmo e tanta energia vengano usate per uno scopo così mal compreso e per un ideale non sano?».

Nell’esaminare questa ideologia nazista p. Titus coglie benissimo il lavoro di mistificazione compiuto nei confronti dell’etica, per cui il male, che sarebbe l’eliminazione dell’altro, del diverso, si tramuta in bene, perché solo così questo popolo può brillare della propria luce e rispondere alla propria vocazione divina. Chiamare il male bene e far diventare virtù quello che in altri discorsi p. Titus chiama codardia, come la gratuita violenza esercitata verso chi è di fede ebraica, o verso il disabile e comunque verso l’altro, questo è il grande dramma del nazismo, che ha condotto alla seconda guerra mondiale. La via della grandezza dell’uomo, invece, va collocata altrove, perché essa passa attraverso la capacità di prendersi cura dell’altro in un gesto di pura gratuità. È la via dell’amore o, come direbbe Paolo, è la via dell’agàpe, fatta di misericordia, di pazienza, di benevolenza, di dono disinteressato di sé. Per i nazisti questa sarebbe la via della debolezza, ma in effetti la loro esaltazione della forza, che distrugge ed annienta l’altro, è l’espressione più evidente della loro meschinità e della loro incapacità di rispondere alla vera vocazione alla vita.

Così p. Titus pensa che sia opportuno proporre a questi studenti non tanto delle riflessioni teoriche su ciò che costituisce la vera grandezza dell’uomo, quanto piuttosto proporre dei modelli di vita vissuta, che possano costituire per loro veri punti di riferimento e di confronto. Queste sono le sue parole: «Non mi sembra una cosa inutile indicarvi alcuni esempi, perché ritengo che questi possano spiegare meglio rispetto ad una quantità di parole quale influenza potreste avere e quello che potreste essere se possedeste l’amore, il coraggio e la volontà di fare sacrifici».

Tra gli esempi che p. Titus propone ne vorrei scegliere due sia per ragione di tempo, sia perché mi sembra che ci rinviino alle sue scelte ed al suo stile di vita. Il primo riguarda la figura Louis Veulliot, che di fronte alla proposta di Napoleone III di concedergli un vitalizio annuo di 25.000 franchi oppone un netto rifiuto con queste parole riportate da p. Titus: «La mia penna deve rimanere indipendente e la mia coscienza libera. Oggi il sovrano si compiace del mio giornale e domani potrebbe essere infastidito per una critica, che potrei aver espressa». Aggiunge p. Titus che DeMontalembert lo mise in guardia dal parlare così francamente, perché questo avrebbe potuto condurre alla sospensione o alla chiusura del giornale: «E allora che ne avrai?». Alla provocazione Veulliot rispose: «Dì all’imperatore: la mia fede, la mia coscienza ed i miei cinque bambini!». Di fronte a questa grande libertà espressa da Veuillot p. Titus così commenta: «Egli fu realmente un uomo! Se la Francia avesse avuto tanti altri uomini come lui, essi avrebbero reso più forte la Francia rispetto ai due imperatori».

L’altro esempio è quello del vescovo tedesco Karl Sonnenschein e su questo personaggio egli si sofferma un po’ più a lungo, preoccupandosi di riportare il programma della sua vita: «Egli fu un esempio vivente, che ci mostra che quanto detto prima può essere adempiuto quando qualcuno cerca di costruire il Regno di Dio, votando tutto se stesso con la forza della fede e l’ardore del suo amore. Uno dei suoi ammiratori scrisse a proposito del suo funerale: “Dietro la sua bara c’erano in processione migliaia di persone sulla strada Unter den Linden: ministri, borseggiatori, impiegati, Protestanti, scassinatori, membri di diverse congregazioni, Bolscevichi, donne anziane, studenti, ragazzi addetti alla distribuzione di giornali, avvocati, giudici, Ebrei, la feccia della società, il proletariato, operai dell’industria, dipendenti domestici, semplicemente ognuno, semplicemente ognuno. Sulla sua tomba c’erano più di 1.100 ghirlande. Lo stesso traffico dovette fermarsi: Una guida eroica veniva portata alla sua tomba”». Proseguendo su questa grande figura di vescovo e di cristiano p. Titus si chiede: Ma cosa dà forza ad una tale persona? Ascoltate quanto egli dice in proposito:

«Prima di tutto viene l’aspetto religioso della persona: è uno che prega. Come seconda cosa viene l’aspetto sociale: ci deve essere in lui il desiderio di assistere ogni persona senza esitazione e senza ambiguità: egli è uno che vuole onorare il volto di Cristo in quello del suo prossimo. Dietro tutte le angosce nascoste della grande città, dietro la decadenza selvaggia, dietro tutte le pazzie di questa città pagana c’è da ritrovare l’immagine del Signore. Istruire, guidare, adempiere: in ginocchio davanti al volto del Signore presente in te. Sono io il custode di mio fratello? Io non lo conosco, non sono legato a lui […], ma sì, tu sei il custode di tuo fratello, legati a lui!

Cristiani, riaccostiamoci l’un l’altro e mettiamoci al lavoro…Caritas: non chiedere, non volgerti indietro, non giudicare, dona aiuto. Un eroismo nascosto. Non pubblicizzare quanto fai, parlandone a sproposito, non deve essere ascoltato per le strade, non deve attirare l’attenzione. Per migliaia di persone l’essere incompresi e le avversità della vita sono presenti in ogni angolo del mondo. Proprio per questo qui ci vogliono preti e fedeli laici che dicano una parola quando tutte le parole di questo mondo sembrano essere vane e senza senso. Si tratta di dire una parola che apra alla primavera, quando tutte le primavere sembrano essersi prosciugate, una parola che restituisca lucentezza agli occhi, quando tutte le stelle si sono spente».

Questo fu il programma di Sonneschein. Se solo potessimo guardare al facchino in strada, al ladro in prigione, al plurimiliardario nel suo palazzo, al collaboratore domestico, all’uguale, al superiore, all’inferiore con quello sguardo che sappia riconoscere l’immagine di Dio in loro, invocando amore nel nome di Dio. Anzi, no: non invocando, ma ordinando. Emitte Spiritum et creabuntur/ Et renovabis faciem terrae. Quando il vescovo morì, non lasciò nulla: il suo guardaroba era vuoto. Egli aveva donato ogni cosa, persino il suo giubbotto e le sue scarpe. Ebbene questo povero ebbe un funerale così glorioso che nemmeno un imperatore se lo sarebbe potuto aspettare. È chiaro che per p. Titus qui alberga la vera grandezza di un uomo o di una donna, perché qui si esercita una forza, che non violenta e non distrugge, ma dona e suscita vita: è la forza dell’amore, è la forza rinnovatrice dello Spirito di Dio, che ha trovato casa presso il cuore dell’uomo.

P. Gregorio Battaglia
Mercoledì della spiritualità 2022, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

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