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Nella notte la luce di Dio vinse le tenebre

Percorrere le vie della fragilità, della sobrietà e della solidarietà può essere un modo per riscoprire il significato del Natale.

Quest’anno il Natale, canto di gioia, striderà con la sofferenza, l’angoscia, la stanchezza, l’incertezza che l’attuale pandemia ci sta facendo vivere. Eppure verrà, in una notte come quando Dio è sceso nella nostra vita e nella nostra storia, portando una nuova alba. Perché è sempre nelle tenebre che si vede la luce. È in questo momento di buio che può esserci una grazia nascosta, una possibilità di cambiamento, una riscoperta di certi valori dell’esistenza. Guardiamo dunque con fiducia al Natale, coltivando speranza senza per questo sminuire il dramma che stiamo passando.

Su Settimana News, don Francesco Cosentino si chiede quali siano gli aspetti fondamentali da recuperare per rendere concreto questo atteggiamento. Innanzitutto, dobbiamo essere consapevoli che, come ci ha dimostrato il Covid-19, la fragilità fa parte di noi e non dobbiamo rifiutarla per sentirci più forti e onnipotenti, ma accoglierla per essere più umani. Un bambino che viene al mondo è ciò che di più fragile esista: Gesù, Dio fatto uomo, è il contrario del mito della potenza e ci insegna ad accogliere la via dell’abbassamento.

Poi, il Natale ci deve ricordare il valore della sobrietà, che non vuol dire necessariamente pauperismo. In un giorno di festa è bello anche fare dei doni piccoli e sentiti, soprattutto ai bambini e ai propri cari, ma questo gesto deve essere ben lontano dalla frenesia degli acquisti e dalla corsa al superfluo spinte dalla moderna società dei consumi. Gesù nasce in un luogo essenziale e semplice, così la contemplazione della Natività ci può far dimenticare l’ansia dell’accumulo e riscoprire, anche forzati dalle varie restrizioni, il gusto dell’essenziale, la bellezza delle cose semplici, le cose che nella vita contano davvero.

Infine, questo sentimento di umanità e semplicità deve far crescere in noi un senso di solidarietà, perché la vita acquista significato e sapore quando ci apriamo all’amore. La grande lezione della pandemia, ovvero che nessuno si salva da solo, è sorprendentemente simile a quella del Natale: Dio, facendosi carne, ha voluto aprirsi all’incontro con gli uomini, mostrandoci come siano le relazioni a dare un senso alla nostra vita. Quando non ci sarà più la distanza interpersonale a cui siamo obbligati oggi, dovremo tenere a mente che non dovrà esserci separazione nemmeno con i poveri e gli emarginati.

Percorrere le vie della fragilità, della sobrietà e della solidarietà può essere un modo per riscoprire il significato del Natale e pensare in quale società vorremmo vivere nel prossimo futuro. Il cardinale Martini scrisse su questo solenne giorno: «Un viaggio faticoso da Nazaret a Gerusalemme per soddisfare la vanità di un imperatore, le pesanti ripulse ricevute da Giuseppe che cerca un posto dove possa nascere il bambino, il freddo della notte, il disinteresse con cui il mondo accoglie il figlio di Dio che nasce. E su tutto questo grava una pesante cappa di grigiore, di incredulità, di superficialità e di scetticismo, evidenziata nelle gravissime ingiustizie presenti allora nel mondo. Non si può dire che il contesto del primo Natale fosse un contesto di luce e di serenità, ma piuttosto di oscurità, di dolore e anche di disperazione». Per uscire dalle fitte tenebre che attanagliano il mondo ancora oggi, dobbiamo alimentare la speranza: la luce di Dio ha vinto il buio.

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