Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Non è possibile vivere Dio senza al tempo stesso vivere il mondo

L’odierna crisi di fede sta forse nel fatto che la Chiesa ha continuato a dare risposte a domande che nessuno più poneva.

C’è chi pensa che l’odierna crisi occidentale di fede sia la conseguenza che la Chiesa e il suo popolo abbiano a un certo punto smarrito Cristo e la sua divinità, presupponendo quindi che prima di un certo momento storico essi vi fossero convintamente fedeli. Ma quando sarebbe avvenuta questa disconnessione? Su Vino Nuovo, Sergio Ventura, Gilberto Borghi e Sergio Di Benedetto hanno provato a dare una risposta alla questione.

Gli anni Sessanta del secolo scorso, periodo di contestazioni verso la tradizione, hanno anche espresso il Concilio Vaticano II. Negli anni Cinquanta si parlava di una fede formale senza Cristo, ma papa Pacelli richiamava adunate oceaniche e la vita ecclesiale era ancora ricca. Durante i decenni della seconda rivoluzione industriale c’era chi additava la modernità come periodo prospero pur senza Gesù. Quando la Chiesa non è stata più in grado di evangelizzare? Dalla frattura settecentesca provocata dal pensiero illuminista? E prima del Concilio di Trento e della Riforma cattolica com’era la sua situazione? Nell’XI e XII secolo sembra che la fede fosse tenuta in piedi soprattutto dalla santità di Francesco e Domenico. Tra l’VIII e il IX secolo essa si traduceva quasi esclusivamente nella dimensione monacale.

Insomma, si potrebbe continuare fino agli anni dopo Gesù e non si troverebbe una forma storica definitiva di Cristo. Non c’è stata un’età dell’oro della fede andata perduta, ma ci sono sempre state più forme di cristianesimo in cammino nel tempo (si pensi ad esempio alla differenza tra la religiosità del popolo analfabeta rispetto a quella di nobili e chierici). L’attuale crisi di fede non può quindi essere ricondotta a una deviazione interna alla Chiesa rispetto a ciò che dovrebbe seguire. Il problema, dicono gli autori dell’articolo, è semmai la perdita del rapporto con il mondo per come lo ha insegnato il Concilio Vaticano II: se Dio ha deciso di rivelarsi sulla Terra, non si può viverlo senza al tempo stesso vivere il mondo.

Pensare nostalgicamente al tempo andato significa anche ignorare l’umanità di oggi e non prestare attenzione a ciò che gli uomini e le donne vivono ora, come invece fece l’uomo Gesù a suo tempo. Forse il problema sta nel fatto che la Chiesa ha continuato a dare risposte a domande che nessuno più poneva, non accorgendosi delle vere richieste dell’essere umano. Così, il sapere scientifico e umanistico moderno ha offerto responsi che non toccavano direttamente la fede ma che sono stati considerati essenziali risposte di fede (si pensi ai temi della democrazia, della giustizia sociale, del potere temporale ecclesiastico). La Chiesa, quindi, dovrebbe piegare il proprio capo sul mondo e provare a ridire insieme una parola sui temi scottanti dell’odierna antropologia e teologia, per verificare quale Dio e quale umanità si manifesti in essi.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print