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Non si fermano gli attacchi terroristici di Boko Haram

Affiliati allo Stato Islamico, i jihadisti hanno assunto di recente un approccio ancora più intransigente.

In Nigeria, nello stato settentrionale di Borno, due pesanti offensive sono state rivolte dalla Wilaya Gharb Ifriqiya, la provincia dell’Africa occidentale dello Stato Islamico (Iswap), a cui Boko Haram è affiliato, contro obiettivi militari: il quartier generale della settima Brigata della Multinational Joint Task Force a Baga e la base navale Mile 3, situata a cinque chilometri. Oltre alla fuga di diverse centinaia di persone, le incursioni hanno causato la perdita di cannoni da guerra, munizioni e lanciarazzi. Lo riporta Nigrizia, che spiega così la situazione:

“Gli analisti ritengono che dietro questa nuova ondata di violenze ci sarebbe una nuova faida all’interno della fazione, che ha causato l’eliminazione di uno dei suoi massimi esponenti: Mamman Nur Alkali, jihadista di lungo corso con vari legami internazionali considerato il numero due dell’Iswap, anche se da molti era ritenuto come il suo vero capo. Lo scorso agosto Nur era stato ucciso dai suoi stessi compagni d’arme, fautori della linea intransigente propugnata dall’altra fazione guidata dallo storico leader di Boko Haram, Abubakar Shekau. Nur avrebbe pagato con la vita la sua linea relativamente moderata, contraria all’uso di ragazze kamikaze e favorevole al dialogo con le autorità di Abuja per porre le basi per il disarmo del gruppo.”

L’Iswap è tornato ad assumere un approccio più inflessibile anche nella conduzione dei negoziati per il rilascio di ostaggi. In passato, vari rapimenti si erano risolti con la liberazione dei sequestrati, come nel caso dei geologi dell’Università di Maiduguri, rapiti a luglio 2017 e liberati nel febbraio dell’anno successivo, e delle studentesse di Dapchi (tranne la ragazza cristiana Leah Sharibu). Invece, tra settembre e ottobre del 2018 due delle tre operatrici umanitarie del Comitato internazionale della Croce Rossa rapite nel marzo di quell’anno sono state giustiziate con la motivazione di apostasia, in quanto donne musulmane che avevano abbandonato l’islam per lavorare in un’organizzazione “cristiana”. Secondo i jihadisti, il governo federale avrebbe ignorato le loro richieste.

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