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Il nord dell’Etiopia sull’orlo di una guerra civile

Lo scontro armato tra il governo regionale del Tigray e quello centrale di Addis Abeba sta già facendo centinaia di morti.

Un nuovo conflitto armato sta interessando il nord dell’Etiopia. Il governo regionale del Tigray è in aperto conflitto con quello centrale di Addis Abeba, accusato, assieme alla confinante Eritrea, di un complotto per trasformare lo scontro da politico a militare. Dopo che, due anni fa, Abiy Ahmed era diventato primo ministro, gli equilibri politici quasi trentennali erano saltati e i potenti membri dei Fronte Popolare di Liberazione del Tigray erano stati di fatto estromessi dall’amministrazione pubblica e dall’esercito. A settembre, il nuovo partito alla guida dello stato federale, il Partito della prosperità, ha organizzato delle elezioni nonostante la decisione contraria del governo centrale, legata alla pandemia in corso. Le tensioni sono così scoppiate.

Come viene spiegato da Nigrizia, conseguentemente ai primi scontri armati a Macallé, capoluogo del Tigray, il 4 novembre è stato inviato l’esercito federale. Da una parte c’è il primo ministro che sostiene che il comando federale è stato attaccato per rubare armi pesanti, dall’altra il governo regionale che parla di diserzioni dei soldati federali per unirsi alla propria protesta. Lo scontro armato sta facendo centinaia di morti e il Paese è sull’orlo di una guerra civile, aggravata dall’isolamento dovuto al blocco delle linee telefoniche e informatiche e al divieto di volo verso questo territorio etiope.

La situazione è resa più complessa dalle voci di presunti movimenti di truppe eritree lungo il confine (che riportano alla memoria la guerra di vent’anni fa tra i due Paesi), che però il primo ministro ha definito false: secondo lui, è il governo regionale ad aver fatto confezionare divise militari uguali a quelle dell’esercito eritreo per scaricare su di lui la responsabilità. Inoltre, nel Tigray vivono migliaia di profughi eritrei che, come racconta all’Agenzia Fides abba Mussie Zerai, sacerdote dell’eparchia di Asmara, sono spesso ridotti alla fame ed esposti a sfruttamenti e abusi. Ancora, fuggitivi etiopi e soldati federali delle tribù Amhara hanno attraversato il confine sudanese.

Questa tragica vicenda è particolarmente grave perché la vicinanza di stati instabili da decenni, come la Somalia e il Sud Sudan, rischia di ampliare la precarietà di quest’area del continente africano. E la minaccia di un’infiltrazione terroristica è sempre incombente.

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