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Nove delle dieci crisi dimenticate sono in Africa

Scarsa volontà diplomatica, pochi aiuti umanitari, limitata copertura giornalistica: dove non c’è interesse a risolvere la situazione.

Tra le dieci crisi nel mondo trascurate dai media e dalla politica, ben nove sono in Africa. Per l’altra bisogna spostarsi in Sud America, in Venezuela. Come riporta Nigrizia, il rapporto The world’s most neglected displacement crises in 2019 del Norvegian Refugee Council ha individua queste emergenze sulla base della carenza di volontà diplomatica internazionale nel porvi fine, dell’insufficienza degli aiuti umanitari e della scarsa copertura giornalistica. L’indagine non considera la Cina e la Corea del Nord, in quanto non è stato possibile verificarne lo stato vista la difficoltà di accesso a dati e informazioni.

Al primo posto c’è il Camerun, dove la situazione sembra peggiorata, con scontri tra ribelli ed esercito governativo e attacchi dei gruppi estremisti legati a Boko Haram nella parte nord. Mezzo milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, paradossalmente migrando in buona parte nella Repubblica Centrafricana, altro Paese che rientra tra le crisi dimenticate. Al secondo posto si trova la drammatica situazione della Repubblica democratica del Congo, dove si conta il maggior numero di sfollati di qualsiasi nazione africana: quasi 1,7 milioni di persone. Operazioni militari, attacchi di gruppi armati, sfruttamento nelle ricche miniere, ebola e inondazioni hanno portato alla seconda più grave situazione umanitaria e di crisi alimentare al mondo (dopo lo Yemen).

Il Burkina Faso è una novità: incremento del numero degli sfollati interni pari a cinque volte (mezzo milione di persone), arrivo della violenza del terrorismo di matrice jihadista e nuovi contrasti intercomunitari, specialmente tra mossi e fulani. Il Burundi vive da anni in un clima di violazioni e arbitri (dovuto al presidente, che ora pare sia morto), che ha portato ad almeno 333.000 burundesi in esilio. Il quinto posto è per il Venezuela, dopo sette anni di economia in caduta libera e scontri nelle piazze.

Il Mali, nonostante riceva il maggior numero di aiuti (comunque la metà di quelli necessari) e abbia un certo seguito mediatico, continua a essere investito da una violenza in peggioramento che ha portato al raddoppio degli sfollati interni. In Sud Sudan si sono fatti, anche se con lentezza, passi decisivi verso la stabilità, ma le tante inondazioni hanno devastato le attività agricole, facendo arrivare i tassi di malnutrizione al 16%, percentuale che supera di gran lunga la soglia di emergenza globale. Nuovo ingresso nella lista è la Nigeria, a causa dell’ormai continua attività di gruppi armati, in special modo Boko Haram nelle zone nord-orientali. A questo si aggiungono siccità, incendi e inondazioni, che si stanno alternando lasciando milioni di persone senza casa o campi da coltivare.

La situazione nella Repubblica Centrafricana, lo scorso anno al terzo posto, è in miglioramento, ma il conflitto civile tra governo e formazioni ribelli ha comunque costretto un quarto della popolazione a fuggire nei paesi limitrofi. Infine, all’ultimo posto del rapporto c’è il Niger, altro nuovo ingresso per l’aumento degli attacchi di gruppi armati e banditi, l’insicurezza alimentare che minaccia la vita di oltre 1,6 milioni di persone e forti inondazioni. Il fatto che nella classifica di quest’anno non ci siano Ucraina, Libia, Etiopia e Palestina non vuol dire che le cose vadano meglio in questi Paesi, ma che sono peggiorate in altre aree del mondo.

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