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Un nuovo rischio di crisi alimentare in Africa orientale

L’elevato rischio di sotto-nutrizione è a causa dei cambiamenti climatici e degli insufficienti interventi dei governi.

Una nuova crisi alimentare potrebbe colpire l’Africa orientale, peggiorando l’insicurezza alimentare già presente. Le zone semi-aride del Kenya settentrionale, la Rift Valley e le regioni del Tigray in Etiopia, gran parte del territorio del Sud Sudan, la regione della Karamoja nell’estremo nord dell’Uganda e la Somalia centrale e nord-orientale non riusciranno a scongiurare un’ulteriore carenza di precipitazioni atmosferiche.

Come riportato da Nigrizia, l’allarme rosso è stato lanciato dal Gruppo di lavoro sulla sicurezza alimentare e la nutrizione (Fnswg) con base a Nairobi, in Kenya. Gli ingenti aiuti alimentari di cui questi Paesi beneficiano non riescono a eliminare le situazioni di elevato rischio di sotto-nutrizione, in quanto il problema principale non è rappresentato dalla mancanza di cibo, ma dagli insufficienti interventi dei governi. In questa situazione, poi, rendono ancora più vulnerabili le popolazioni il degrado ambientale, la prolungata siccità e il fenomeno atmosferico El Niño, che solitamente si verifica nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio, ma che quest’anno, secondo i meteorologi, potrebbe prolungare i suoi effetti nefasti.

In Kenya, il governo, sia a livello nazionale che a livello locale, non è stato in grado di coordinare gli sforzi dei vari attori impegnati nel fronteggiare l’emergenza alimentare. Nella poverissima regione di Karamoja, in Uganda, il Programma alimentare mondiale ha fornito mais fortificato con vitamine e minerali alle famiglie con bambini piccoli, alle donne incinte e a quelle che allattano al seno per prevenire la malnutrizione, ma l’organismo delle Nazioni Unite ha dovuto sospendere la distribuzione dopo che almeno 250 persone si sono ammalate e tre sono morte, presumibilmente avvelenate da mais importato dall’Europa.

Inoltre, stando alle dichiarazioni della direttrice esecutiva dell’Uganda Agricultural Extension Services Beatrice Byarugaba, l’eccedenza di cibo prodotto nel Paese grazie all’eccezionale raccolto della scorsa stagione non può essere venduta a causa di alcune barriere commerciali e doganali, provocando una conseguente riduzione dei prezzi che ha colpito gli agricoltori. Mahari Taddeke Maru, un esperto dell’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (Igad), ha affermato che l’apertura dei confini aiuterebbe anche i pastori a gestire meglio le sfide legate al clima, in quanto essi, spostandosi in luoghi con acqua e pascoli, consentono alle famiglie di mantenere il loro bestiame sano e di poterlo vendere per comprare cibo.

Un report Fao- Uneca rileva purtroppo che la situazione è critica in tutto il continente, comunque in particolare nelle aree orientale e occidentale. Attualmente, 257 milioni di africani sono denutriti, con un aumento del 15,2% rispetto ai 223 milioni del 2015, portando la popolazione interessata dall’emergenza sotto-nutrizione al 23%. L’Africa non è sulla buona strada per raggiungere il secondo degli l’obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Globale 2030, quello che prevede di porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile.

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