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La preghiera deve mettere davanti a Dio il cuore, non le giustificazioni

Omelia di Papa Francesco alla messa per la conclusione del Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia.

«Quante volte chi sta davanti, come il fariseo rispetto al pubblicano, innalza muri per aumentare le distanze, rendendo gli altri ancora più scarti. Oppure, ritenendoli arretrati e di poco valore, ne disprezza le tradizioni, ne cancella le storie, ne occupa i territori, ne usurpa i beni. Quante presunte superiorità, che si tramutano in oppressioni e sfruttamenti, anche oggi […]! La religione dell’io continua, ipocrita con i suoi riti e le sue “preghiere” – tanti sono cattolici, si confessano cattolici, ma hanno dimenticato di essere cristiani e umani –, dimentica del vero culto a Dio, che passa sempre attraverso l’amore del prossimo.»

Nell’omelia alla messa di ieri per la conclusione del Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia, Papa Francesco indica come la Parola di Dio del giorno ci aiuti a pregare attraverso l’esempio di tre personaggi. Il primo è il fariseo, che quando prega ringrazia Dio perché non si sente come gli altri uomini, anzi, è migliore. Egli dimentica così di amare non solo Dio, ma anche il prossimo, dimostrando di praticare una religione dell’io. Noi, se ci guardiamo sinceramente dentro, pensiamo che qualcuno sia inferiore, anche solo a parole? Se sì, dobbiamo chiedere a Gesù di aiutarci a non disprezzarlo.

L’altra preghiera è quella del pubblicano, che parte dalle sue mancanze, dalla sua povertà di vita, per mettere davanti a Dio il proprio cuore, non le apparenze. Pregare è lasciarsi guardare dentro da Dio senza finzioni, senza scuse, senza giustificazioni. Solo così si vive una religione di Dio.

«La radice di ogni sbaglio spirituale, come insegnavano i monaci antichi, è credersi giusti. Ritenersi giusti è lasciare Dio, l’unico giusto, fuori di casa. È tanto importante questo atteggiamento di partenza che Gesù ce lo mostra con un confronto paradossale, mettendo insieme nella parabola la persona più pia e devota del tempo, il fariseo, e il peccatore pubblico per eccellenza, il pubblicano. E il giudizio si capovolge: chi è bravo ma presuntuoso fallisce; chi è disastroso ma umile viene esaltato da Dio. Se ci guardiamo dentro con sincerità, vediamo in noi tutti e due […]. Siamo un po’ pubblicani, perché peccatori, e un po’ farisei, perché presuntuosi, capaci di giustificare noi stessi, campioni nel giustificarci ad arte! Con gli altri spesso funziona, ma con Dio no.»

La terza figura citata da Papa Francesco è il povero, la cui preghiera sale dritta a Dio, a differenza di quello che si presume giusto, che rimane a terra schiacciata dalla forza di gravità dell’egoismo. Sono i poveri, icone vive della profezia cristiana, che hanno avuto solo in Dio la propria ricchezza.

In una situazione come quella dell’Amazzonia, dove le vite dei poveri sono minacciate da modelli di sviluppo predatori, Papa Francesco ricorda che molti hanno testimoniato che è possibile guardare la realtà in modo diverso, accogliendola a mani aperte come un dono e abitando il creato non come mezzo da sfruttare, ma come casa da custodire.

Leggi qui il testo completo dell’omelia

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