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L’Avvento è il tempo in cui fare memoria della vicinanza di Dio

Omelia di Papa Francesco alla messa della prima domenica di Avvento.

Nell’omelia della prima domenica di Avvento, alla messa con i nuovi cardinali creati sabato, Papa Francesco si è soffermato su due parole chiave per il tempo di Avvento: vicinanza e vigilanza. La prima deriva da quanto afferma il profeta Isaia, ovvero che il Signore è vicino a noi. Il Tempo che precede il Natale è quello giusto per fare memoria della vicinanza di Dio, che è sceso tra noi sulla Terra. Isaia chiede a Lui di avvicinarsi ancora: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63,19).

«Il primo passo della fede è dire al Signore che abbiamo bisogno di Lui, della sua vicinanza. È anche il primo messaggio dell’Avvento e dell’Anno liturgico, riconoscere Dio vicino e dirgli: “Avvicinati ancora!”. Egli vuole venire vicino a noi, ma si propone, non si impone; sta a noi non stancarci di dirgli: “Vieni!”. […] Gesù – ci ricorda l’Avvento – è venuto tra noi e verrà di nuovo alla fine dei tempi. Ma, ci chiediamo, a che cosa servono queste venute se non viene oggi nella nostra vita? Invitiamolo. Facciamo nostra l’invocazione tipica dell’Avvento: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20).»

Il Papa ha proseguito l’omelia dicendo che Cristo nel Vangelo ci esorta a vigilare in attesa di Dio (cfr Mc 13,33-35.37) e che è invocando la Sua vicinanza che alleneremo la nostra vigilanza. Sant’Agostino diceva: «ho paura che Gesù passi e io non me ne accorga» (Sermones, 88,14,13). Persi tra mille cose e attratti dai nostri interessi, rischiamo di non accorgerci di Dio e smarrire l’essenziale. Ma stare svegli non è per niente facile. Anche i discepoli, dopo l’Ultima cena, non furono vigili, anche se il Maestro aveva chiesto loro di esserlo “alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo, al mattino” (cfr v. 35). La cosa più pericolosa è il torpore, il sonno della mediocrità, che viene quando dimentichiamo il primo amore e badiamo solo al quieto vivere e spegne la fede ardente in Dio. Gesù, però, detesta più di ogni cosa la tiepidezza (cfr Ap 3,16).

«Come possiamo svegliarci dal sonno della mediocrità? Con la vigilanza della preghiera. Pregare è accendere una luce nella notte. La preghiera ridesta dalla tiepidezza di una vita orizzontale, innalza lo sguardo verso l’alto, ci sintonizza con il Signore. La preghiera permette a Dio di starci vicino; perciò libera dalla solitudine e dà speranza. La preghiera ossigena la vita: come non si può vivere senza respirare, così non si può essere cristiani senza pregare. E c’è tanto bisogno di cristiani che veglino per chi dorme, di adoratori, di intercessori, che giorno e notte portino davanti a Gesù, luce del mondo, le tenebre della storia.»

Papa Francesco individua poi un secondo sonno interiore, quello dell’indifferenza. Vivere solo secondo i nostri bisogni e senza interessarsi di chi ci sta vicino fa scendere la notte nel cuore, che ci porta a lamentarci di tutto, a sentirvi vittime di tutti e a fare complotti su ogni cosa. Per ridestarci da ciò, serve la vigilanza della carità, il cuore pulsante del cristiano. Provare compassione, aiutare, servire non è da perdenti, ma da vincenti, perché è con le opere di misericordia che ci avviciniamo al Signore.

Leggi qui il testo completo dell’omelia

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