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Lo Spirito Santo è il principio di unità che mette insieme i diversi

Omelia di Papa Francesco alla messa della Domenica di Pentecoste.

«Andiamo […] all’inizio della Chiesa, al giorno di Pentecoste. Guardiamo gli Apostoli: tra di loro c’è gente semplice, abituata a vivere del lavoro delle proprie mani, come i pescatori, e c’è Matteo, che era stato un istruito esattore delle tasse. Ci sono provenienze e contesti sociali diversi, nomi ebraici e nomi greci, caratteri miti e altri focosi, visioni e sensibilità differenti. […] Gesù non li aveva cambiati, non li aveva uniformati facendone dei modellini in serie. No. Aveva lasciato le loro diversità e ora li unisce ungendoli di Spirito Santo. […] A Pentecoste gli Apostoli comprendono la forza unificatrice dello Spirito. La vedono coi loro occhi quando tutti, pur parlando lingue diverse, formano un solo popolo: il popolo di Dio, plasmato dallo Spirito, che tesse l’unità con le nostre diversità, che dà armonia perché nello Spirito c’è armonia.»

Nell’omelia della messa alla Domenica di Pentecoste, Papa Francesco, partendo da questo concetto, si domanda che cosa unisce la Chiesa di oggi. Egli vede che la tentazione è quella di andare d’accordo solo con chi la pensa come noi, promuovendo così una fede a nostra immagine che non è quella dello Spirito Santo. Lo Spirito ci ricorda che noi siamo figli amati di Dio, tutti uguali e tutti diversi. È da qui che bisogna sempre ripartire: non da uno sguardo mondano, ma da uno spirituale.

«Torniamo al giorno di Pentecoste e scopriamo la prima opera della Chiesa: l’annuncio. Eppure vediamo che gli Apostoli non preparano una strategia; quando erano chiusi lì, nel Cenacolo, non facevano la strategia, no, non preparano un piano pastorale. Avrebbero potuto suddividere la gente in gruppi secondo i vari popoli, parlare prima ai vicini e poi ai lontani, tutto ordinato… Avrebbero anche potuto aspettare un po’ ad annunciare e intanto approfondire gli insegnamenti di Gesù, per evitare rischi… No. Lo Spirito non vuole che il ricordo del Maestro sia coltivato in gruppi chiusi, in cenacoli dove si prende gusto a fare il nido.»

Così, continua il pontefice, la Chiesa non deve chiudersi in una comunità ristretta o legarsi a una strategia calcolata, ma aprirsi, rilanciarsi, spingersi al di là del già detto e del già fatto. Lo Spirito Santo non vuole una fede timida e guardinga, ma, garantendo l’unità a chi annuncia, una fede che si mette in gioco col desiderio di donare quello che si ha ricevuto.

«Il segreto dell’unità nella Chiesa, il segreto dello Spirito è il dono. Perché Egli è dono, vive donandosi e in questo modo ci tiene insieme, facendoci partecipi dello stesso dono. È importante credere che Dio è dono, che non si comporta prendendo, ma donando. Perché è importante? Perché da come intendiamo Dio dipende il nostro modo di essere credenti. Se abbiamo in mente un Dio che prende, che si impone, anche noi vorremo prendere e imporci: occupare spazi, reclamare rilevanza, cercare potere. Ma se abbiamo nel cuore Dio che è dono, tutto cambia. Se ci rendiamo conto che quello che siamo è dono suo, dono gratuito e immeritato, allora anche noi vorremo fare della stessa vita un dono.»

Papa Francesco mette in guardia dagli ostacoli che impediscono all’uomo di donarsi: il narcisismo, che porta a pensare solo a sé stessi; il vittimismo, con il continuo lamentarsi del prossimo; il pessimismo, che fa pensare che donare sia inutile. Ma occorre accendere in noi il desiderio di servire e di fare del bene, perché solo così possiamo renderci costruttori di unità.

Leggi qui il testo completo dell’omelia

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