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Dio si vede nei visi e nei gesti delle persone trasformate dalla sua presenza

Omelia di Papa Francesco alla messa per il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa.

Ci sono tre verbi che ci interpellano come cristiani: riflettere, ricostruire, vedere. Nell’omelia pronunciata durante la concelebrazione eucaristica di ieri assieme ai partecipanti all’assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa nel giorno di San Pio da Pietralcina, Papa Francesco si è soffermato sul loro significato. Il primo è legato a ciò che invita a fare il profeta Aggeo: «Riflettete bene sul vostro comportamento». Quale comportamento? Quello che nasce dalla domanda: «Vi sembra questo il momento di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?». Il popolo, tornato dall’esilio e sistemate le abitazioni, si è accontentato di starsene comodo, senza preoccuparsi di riedificare il tempio di Dio in macerie.

«Anche oggi in Europa noi cristiani abbiamo la tentazione di starcene comodi nelle nostre strutture, nelle nostre case e nelle nostre chiese, nelle nostre sicurezze date dalle tradizioni, nell’appagamento di un certo consenso, mentre tutt’intorno i templi si svuotano e Gesù viene sempre più dimenticato. Riflettiamo: quante persone non hanno più fame e sete di Dio! Non perché siano cattive, no, ma perché manca chi faccia loro venire l’appetito della fede e riaccenda quella sete […] che la dittatura del consumismo, dittatura leggera ma soffocante, prova a estinguere.»

Poi, il profeta Aggeo dice: «Avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati». Il popolo aveva quanto voleva, e non era felice: gli mancava la carità e avevano perso il sapore della gratuità, perché solo l’amore sazia il cuore. Quindi, il secondo passaggio è ricostruire, lavorando per l’avvenire con gli altri nel segno dell’unità. Oggi questo vale sia per la casa comune europea, che per la Chiesa, alla quale non serve un restauro legato al passato, ma una ricostruzione che viene dalla tradizione vivente e si fonda sull’essenziale: il buon annuncio, la vicinanza e la testimonianza. Solo così si può dare la possibilità di vedere Gesù, che è sempre novità.

«Tanti in Europa pensano che la fede sia qualcosa di già visto, che appartiene al passato. Perché? Perché non hanno visto Gesù all’opera nelle loro vite. E spesso non lo hanno visto perché noi con le nostre vite non lo abbiamo mostrato abbastanza. Perché Dio si vede nei visi e nei gesti di uomini e donne trasformati dalla sua presenza. E se i cristiani, anziché irradiare la gioia contagiosa del Vangelo, ripropongono schemi religiosi logori, intellettualistici e moralistici, la gente non vede il Buon Pastore. […] Questo amore divino, misericordioso e sconvolgente, è la novità perenne del Vangelo. E domanda a noi, cari Fratelli, scelte sagge e audaci, fatte in nome della tenerezza folle con cui Cristo ci ha salvati. Non ci chiede di dimostrare, ci chiede di mostrare Dio, come hanno fatto i Santi: non a parole, ma con la vita.»

Leggi qui il testo completo dell’omelia

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